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Libia: a Tripoli Haftar malmesso e Conte cerca l’appoggio di Trump

Sarraj chiede armi a Roma, che per ora gliele nega. Giuseppe Conte, in classico stile italico cerca a tutti i costi l’antica arte tutta nostrana di dialogare con entrambi i contendenti.

Mohammed bin Abdulrahman Al Thani

L’armata del generale Haftar, ferma alle porte di Tripoli, si trova in condizioni critiche. L’inviato de La Stampa, che è rimasto l’unico ad informare dal fronte – il Corriere della Sera con il suo Lorenzo Cremonesi e Le Monde hanno fatto un tacito patto di silenzio stampa, a tutto vantaggio francese, su questo terzo atto della guerra civile libica – ne dà puntualmente conto: “Residue avanguardie di Haftar sono accerchiate e intrappolate in alcuni edifici alla periferia sud della città, nodo nevralgico a 6 km dall’aeroporto internazionale, dopo che le relative compagnie sono state costrette ad arretrare di diversi chilometri verso Aziziya dopo il contrattacco dei Katiba fedeli al governo Sarraj. Alcune di queste hanno optato per la resa, come a Suani ban Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, dove si è arresa un’intera compagnia di Tarhouna, parte di quella compagine che a settembre era stata protagonista della rivolta contro le milizie della capitale. I combattenti si sono consegnati alla brigata 166 di Misurata, attiva nell’area, una trentina di militari in tutto che hanno portato in “dote” diversi pick-up e quattro blindati dotati di armi pesanti“.
A questo punto chi toglierà d’impaccio il golpista Khalifa Haftar, così malmesso?
Paradossalmente lo sta facendo proprio il nostro premier Giuseppe Conte, resosi irreperibile ai giornalisti, con le sue eccessive cautele e volendo perpetuare a tutti i costi l’antica arte italiana di dialogare con entrambi i contendenti. È a Roma comunque che da ieri si tirano le fila del diversivo haftarmacroniano di questa terza crisi della guerra civile libica.
E a infondere un po’ di coraggio alla cautissima posizione italiana pensa, nel suo incontro con i giornalisti nella sua suite all’Excelsior di Roma, di cui è praticamente proprietario, il vice premier e ministro degli esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani: “L’Italia, come il resto del consesso internazionale, dopo essersi mossa con equilibrio, deve iniziare a chiamare le cose col loro nome. Un signore alla guida di un sedicente esercito di liberazione ha mosso guerra contro un governo internazionalmente riconosciuto, in violazione di ogni norma del diritto internazionale e della risoluzione dell’Onu. Bisogna dire che Haftar è l’aggressore e Al Serraj l’aggredito. E che la legalità internazionale va ristabilita. Farlo è un dovere dell’Italia e di chiunque abbia a cuore la sicurezza e la stabilità del Mediterraneo“.
Un vero amico dell’Occidente, Al Thani, tanto più prezioso quanto più isolato nel Golfo Persico, che proprio di Haftar è il grande sponsor ufficiale. Al Thani tiene al fatto che quella Conferenza Nazionale Libica, che Haftar con la sua offensiva ha fatto saltare, abbia luogo al più presto.
Siamo certi che Roma acconsente soddisfatta.
Ma sappiamo anche che Conte attende in silenzio la parola determinante del nostro principale alleato dal 1943, che in questa partita ha invece giocato un ruolo del tutto defilato: gli Stati Uniti d’America. Per questo sentirà presto telefonicamente Donald Trump, che si sarà abbastanza divertito a vedere Francia e Italia farsi la guerra per interposto feldmaresciallo Haftar, e che vorrà dire una parola definitiva, ora che anche Le Monde, nel suo editoriale di lunedì, scrive che “Haftar è partigiano di un regime militarista che va a rovescio degli ideali della rivoluzione del 2011. Se il dialogo è necessario [sic!] con questo attore “inaccostabile”, convincerlo a rinunciare alla propria impresa di conquista con la forza è imperativo per stabilizzare la Libia“. Il settantaseienne golpista della Cirenaica andrebbe, invece che accostato, deferito ad un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità.

Giancarlo De Palo

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