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Il referendum della Catalogna e la fermezza di Madrid

Groviglio intricato, e forse l’uso della forza non va bene.

Ormai i referendum sono di moda; di recente abbiamo assistito al voto plebiscitario dei Curdi e poi a quello dei Catalani, diversi certamente per svariati motivi, ma che hanno in comune l’auto-determinazione popolare per la loro indipendenza. I Curdi, come i Catalani, anelano da decenni a rendersi autonomi dai governi centrali, seppure con motivazioni, percorsi e reazioni assai differenti: i primi da quello iracheno, i secondi da quello spagnolo. Della particolare ed altrettanto ingarbugliata situazione curdo-irachena si è scritto diffusamente in un precedente articolo, mentre sul problema Spagna-Catalogna, a parte la forte reazione di Madrid, tutte le Nazioni sono state alla finestra, e non si sono pronunciate – forse correttamente – se non con toni tiepidi e misurati, senza tuttavia schierarsi. Non fa specie neppure il silenzio di organismi quali l’Ue e l’ONU che, invece, sono entrambi interessati indirettamente a quella crisi, ma si sono ben guardati dal prendere una posizione pro o contro. Meraviglia che anche il Re Felipe abbia rotto il silenzio soltanto nella prima serata televisiva di ieri, pallido e tirato in volto, richiamando laconicamente l’unità della Nazione e la Costituzione. Di certo emerge un fatto incontrovertibile: il premier Rajoy ha adottato una linea ferma e dura, ed inviato migliaia di poliziotti che hanno operato contro quelli locali, ostacolando in ogni modo il voto e pestando i votanti, anche sparando sugli attivisti, pure su quelli non particolarmente violenti, con pallottole di gomma. Tutto ciò sebbene, in accordo con i pronostici, il voto a favore dei convinti indipendentisti catalani non fosse scontato, per il fatto che parecchi di loro lo consideravano illegittimo e anti-costituzionale. Pertanto, secondo una logica democratica, preveggente e meno impulsiva, Madrid avrebbe potuto adottare un approccio diverso rispetto a quello autoritario e lasciar fare il referendum senza inasprire gli animi e senza le lotte fratricide che hanno fatto il giro del mondo: si trattava poi di confermare i risultati, se fossero stati sfavorevoli ai Catalani, e per contro dichiararli nulli e incostituzionali qualora fossero risultati a favore dell’indipendenza. Altri Paesi si sono comportati in tal senso, a partire dal Canada nel 1995, l’Inghilterra nel 2014, e perfino l’Iraq nel recente mese di settembre: perché Madrid ed il loro premier abbiano preso così di petto quel voto appare singolare, considerata la prevedibile acrimonia dei Catalani, con scioperi generali, cesure sociali e quasi rivolte popolari. Se la Spagna avesse tenuto un diverso approccio a quel voto, come in altre Nazioni è successo, il mondo avrebbe dimenticato subito quel tentativo più o meno riuscito, senza che diventasse una notizia mondiale con il polverone mediatico del momento, che vediamo su tutti i canali televisivi, i social, ecc., con un nocumento di immagine dell’intera Nazione iberica. Da altri punti di vista, Rajoy ha fatto il suo dovere di premier, magari in modo irruento e troppo aggressivo, trascurando la valenza di quell’usanza, tipica dell’epoca attuale, per cui le dimostrazioni di piazza ed i girotondini vanno, non solo tollerati, ma ipocritamente ascoltati come “espressione della volontà popolare” e spesso surrettiziamente condivisi. Da noi ben si conoscono le reazioni dei governanti a qualsivoglia dimostrazione di piazza; basta che quattro scalmanati manifestino le loro idee e facciano chiasso per ottenere ciò che desiderano: è rimasto l’unico strumento per ottenere qualcosa, da chiunque, ad eccezione dei militari che gli è precluso per legge (in tal senso neppure la relativa odissea dei 2 Fucilieri di Marina, in cui non sono bastate manifestazioni di piazza -forse perché troppo sobrie- né petizioni -forse perché fatte con troppo riguardo- e neppure le lettere ai vari Presidenti della Repubblica pro-tempore, sono risultate idonee a smuovere davvero il governo per intraprendere azioni e misure nei confronti degli arroganti indiani: ma si sa, erano militari, e quindi potevano passare sottobanco…).  E’ fuori di dubbio che azioni tattiche repressive di quel genere, a ben vedere nel mondo “liquido” di oggi, sono comunque compatibili solamente in presenza di Stati autoritari o dittatoriali, e sono invece controproducenti dove regnano sistemi democratici o presunti tali: è – si fa per dire – la bellezza della democrazia!
Lì, il carico “da undici” l’hanno messo i media che hanno amplificato a dismisura le azioni della polizia nazionale, evidenziando vecchi strattonati, gente buttata dalle scale e persone inermi o manifestanti colpiti da quei proiettili per fortuna di gomma, oltre ad aver sequestrato e fatto scempio degli stessi seggi: mah! Ad ogni buon conto quel silenzio istituzionale internazionale è abbastanza logico e per certi versi assai opportuno nel rispetto della loro sovranità nazionale su cui – per principio –  è sempre meglio non interferire; ma anche perché tutte le Nazioni democratiche, per tacere delle altre, preferiscono lo status-quo e mai si schiererebbero con separatisti o dissidenti, a prescindere dalle loro ragioni, anche per non creare “il precedente”. Il risultato finale di qualsiasi reazione impulsiva ed aggressiva provoca acrimonia ed astio verso il governo che rischia di perdere così ulteriore legittimazione, e certamente consenso popolare. E, nel mondo, comunque nessun Stato avrebbe mai riconosciuto una Catalogna indipendente, in antitesi alla Spagna; tuttavia, come stanno le cose oggi, molto dipenderà dalle reazioni dei Catalani, dai loro accesi gruppi attivisti e perfino dalle azioni dei loro governanti regionali che, invece, dovranno fare di tutto per rimediare colloqui e negoziati, magari orientandosi verso un sistema federale, più che sull’indipendenza “tout-court”. Ci vorrà molto buon senso da entrambe le parti; soprattutto bisogna evitare di tirare troppo la corda, al punto in cui si trovano, poiché esiste il rischio che gli effetti di quella violenta soppressione della volontà popolare faccia da catalizzatore fra la gente normale e rivoltosi di ogni genere o infiltrati, creando i presupposti per un rigurgito dei quasi scomparsi separatisti baschi. L’unica via forse percorribile sembra essere quella di ristabilire la legalità compromessa, ed una sorta di riconciliazione sociale fra le parti, confermando la legittimità delle forze dell’ordine catalane, e quindi avviare serie trattative per discutere  una qualche forma di federalismo, come si è auspicato fra l’Iraq ed i Curdi: là è ancora più difficile per la presenza del petrolio e le grevi diaspore religiose fra mondo sciita e sunnita. La presunta e pretesa indipendenza potrebbe essere sostituita dal mantenimento di una certa autonomia della Catalogna, fermo restando che le FFAA e così le forze dell’ordine, la giustizia, la politica estera e la comunanza della lingua, restino al governo centrale, quali capisaldi nazionali. In altri termini, Madrid non può permettersi di perdere ulteriore terreno, né potrà consentire di esacerbare gli animi dei catalani con ulteriori improprie contrapposizioni, ma dovrà riparare, dimostrando con azioni concrete di voler rispettare la loro volontà, il loro voto, tenendo debito conto in futuro, soprattutto nella gestione politica ed economica con particolare riguardo alle istanze catalane, puntando sul federalismo per superare l’attuale crisi sociale ed evitare conseguenze imprevedibili. Gli spagnoli hanno caratteri forti, talvolta spigolosi e “calienti”, e anche assai amicali; ben li conosco per aver operato e cooperato con loro per mare, nelle forze comuni della Brigata Anfibia, in progetti comuni e so quanto siano orgogliosi e tenaci della loro sovranità. Ma, ora la Spagna deve considerare la situazione ingarbugliata e divisiva in cui si è cacciata; di più, considerato che, come altri Paesi Occidentali, ha già i suoi “mali di testa” con il terrorismo islamico (che, guarda caso, ha recentemente fatto stragi proprio in Catalogna, in quel disastro di Barcellona): il Re, e Rajoy devono, quindi, far di tutto per avviare la conciliazione sociale, e non debbono procedere ulteriormente con azioni repressive nei confronti della gente di quella regione, anche ora che dimostrano vieppiù o scioperano, pena  la reviviscenza di fenomeni ben più gravi che hanno già caratterizzato il popolo catalano, pronto altrimenti anche a azioni a livello terroristico pur di arrivare all’indipendenza: tenendo ben presente che i baschi non sono, poi, così lontani!

Giuseppe Lertora

 

 

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