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Il rompicapo catalano

Ci sono uscite da quel pantano?

indipendenza-catalognaI referendum sono diventati di moda, e molti, anche fra gli europei, sono in attesa degli esiti di quello catalano; soltanto nell’ultimo mese abbiamo assistito a quello curdo del 25 settembre, con la forte reazione degli iracheni che di recente hanno occupato – fra l’altro – anche la città petrolifera di Kirkuk, ed infine a quello catalano, del 1° ottobre: entrambi quei popoli anelano da anni alla loro indipendenza e le relative votazioni referendarie sembrano confermare la loro autodeterminazione, ma la situazione in cui si trovano ora appare davvero più critica di prima, ed all’orizzonte ci sono nuvole che non lasciano presagire nulla di buono. Madrid, quasi più di Baghdad, ha gestito il referendum con pugno duro e pesante – quasi come ai tempi di Franco – fin da prima delle votazioni, con la confisca di milioni di seggi e la chiusura di Internet per evitare di trovare i posti elettorali, nonché con l’invio di migliaia di poliziotti nazionali, per bloccare i votanti, che hanno usato violenze e pestaggi nei confronti della popolazione, dando un’immagine negativa che ha fatto il giro del mondo: tuttavia ciò non è bastato a interdire la volontà dei catalani a rientrare nei ranghi, anzi. In queste due settimane ci sono state situazioni alterne, ma sempre caratterizzate da dure reazioni di Madrid ad ogni mossa catalana; non sono mancate le minacce ed alcune vie di fatto per perseguitare i pubblici ufficiali ed i capi separatisti: è recente l’arresto dei cd. ‘’2 Jordi’’ (Sanchez e Cruixart), ritenuti i principali sobillatori pro-Catalogna indipendente, mentre al Capo della polizia catalana del ‘’mossos’’ (Trapero) sono stati riservati, per ora, gli arresti domiciliari. Davvero una brutta ed intricata situazione; si può stare da una parte o dall’altra in questo pantano, ma va detto che il referendum è uno dei pochi strumenti di cui può avvalersi il popolo, quale sacrosanto diritto, in un regime democratico, per rappresentare la propria volontà tanto più quando si tratta dell’altrettanto sacrosanto diritto all’autodeterminazione, principio sancito anche nel Diritto Universale delle genti. Quelle minacce, e anche ritorsioni a più largo respiro sulla loro economia, sembra non abbiano sortito gli effetti sperati da Madrid, nonostante l’approccio catalano sia apparso più ragionevole viste le dichiarazioni del presidente Puigdemont che, pur confermando l’indipendenza legata al voto, tuttavia ha palesato un qualche ammorbidimento nella sua implementazione con una sorta di “sospensiva temporale” nell’adottarla, nell’ottica di non esacerbare ulteriormente gli animi e dar spazio così ad auspicabili mediazioni con Madrid. Che, invece, ha serrato i tempi, dando una specie di ultimatum ai Catalani scadente, in pratica, sabato prossimo, pena la stretta applicazione dell’Art. 155 della Costituzione che li dichiarerebbe fuorilegge. Tra l’altro quella posizione “soft” di Puigdemont non è piaciuta ai vari separatisti, la cui compagine è assai differenziata, ma uniti nel ribellarsi al potere centrale e a far valere l’indipendenza. La ruggine anti-catalana non è nuova; già dal 2010 Madrid ha ridotto sempre più i diritti dei catalani, restringendo i poteri e la loro legislazione regionale: nonostante la Catalogna contribuisce per oltre il 20% del PIL spagnolo, l’élite madrilena ha sempre avversato quella regione e ora anche Rajoy, con umiliazioni poco accettabili e creando dissapori e acrimonie sociali. E’ anche vero che mentre i separatisti scalpitano, l’esito del referendum è quanto meno controverso; dall’analisi dei risultati, certamente condizionati dall’intervento della polizia spagnola, ma supportati da sondaggi recenti, sembra che solo il 45% dei catalani siano favorevoli all’indipendenza, mentre i restanti formano una sorta di “maggioranza silenziosa” che preferiscono lo stato quo, nell’unità con Madrid. La quadratura del cerchio è, come si vede, del tutto improbabile, ma già quello che bolle in pentola ha fatto i suoi danni, e chissà!
Bisogna anche riconoscere che il premier Rajoy ha saputo tenere fermo il timone, che piaccia o meno, mantenendo un approccio determinato ancor prima del referendum, avulso da ogni compromesso. Le ragioni possono essere diverse e tutte plausibili: la prima è stata quella di ottenere il consenso – o la copertura – della comunità internazionale (da ricordare le sue visite negli USA, in Germania, e presso la Ue) in modo da evitare che la stessa intervenisse a fianco dei separatisti come successe nel 2008, quando il Kossovo si staccò dalla Serbia. Ciò spiega le posizioni di quasi tutti gli Stati, e dell’Ue, più o meno contrari alla secessione catalana; tutti, compresa l’Ue e l’ONU, approvano in linea di principio il volere popolare dell’autodeterminazione, ma subito dopo fanno retromarcia per la paura che quelle spinte separatiste centrifughe costituiscano ‘’un precedente’’ pericoloso e diano la stura a quelle istanze autonome che esistono nella maggioranza dei Paesi. In seconda istanza il premier, con la sua ortodossia costituzionale ed il rispetto rigoroso della legge, è riuscito a coagulare anche le opposizioni socialiste ed i sindacati, facendo diventare il caso dell’indipendenza catalana come una vera emergenza della sicurezza e dell’integrità di tutta la Spagna. Infine Rajoy ha varato leggi in via immediata per combattere la maggior arma catalana: incidere sulla loro economia e sui tributi, comportando la rilocazione delle loro maggiori compagnie ed industrie che, nel giro di pochi giorni, hanno fatto bagagli, dando una vera “mazzata” all’economia catalana.
Probabilmente l’unica strada percorribile potrebbe essere quella di una mediazione internazionale, magari sotto egida ONU, per avviare un tavolo negoziale, ma tutte le potenze – NU comprese – si guardano bene da mettere le mani in quel pantano, in quel nido di vespe, anche per evitare di inasprire i sentimenti nazionalisti degli spagnoli. Che mosse restano allora in capo a Puigdemont visto l’ultimatum madrileno di sabato p.v.? Non ci sono molte soluzioni, e comunque sussistono aree di rischio istituzionale e/o personale a seconda delle opzioni scelte. Se dichiara formalmente l’indipendenza, sottolineando i diritti inalienabili dei catalani, costringerà Madrid a porre in atto forti decisioni sul governo di quella regione, indicendo probabilmente nuove elezioni per far fuori l’attuale governance catalana; se invece opterà per una maggiore autonomia senza calcare la mano sull’indipendenza, nelle more di un federalismo futuro con le necessarie modifiche alla Costituzione attuale, potrà avere – forse – il consenso di Madrid, ma rischia di trovarsi in acque tempestose per l’opposizione dei separatisti. Chissà se prevarranno gli ideali dell’indipendenza catalana o la resilienza politica personale di quei governanti: con l’aria che tira in tutta l’Europa, e non per “pensare male che si fa peccato”, si ha la sensazione che gli interessi di bottega e quelli della “carega” avranno la meglio sui più nobili ideali di un popolo che aspira ad autodeterminare il proprio futuro.

Giuseppe Lertora

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