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Il referendum Curdo: una vittoria sulla carta?

Perché il Kurdistan autonomo non piace a nessuno.

curdiiracheniIl referendum pro-Kurdistan autonomo, voluto tenacemente dal Presidente della regione Barzani, ha avuto una schiacciante vittoria, con oltre il 92% dei votanti, malgrado le forti opposizioni dei Paesi confinanti e di altri a livello internazionale. Ora inizia la parte più difficile e delicata di quel popolo, fatta di aperti contrasti e di opposizioni sottobanco, per arrivare – forse – un lontano domani a concludere un processo multilaterale e articolato, finalizzato alla loro reale secessione da Baghdad. La posizione più intransigente sembra essere quella di al-Abadi, il premier iracheno, ma in realtà l’Iran e la Turchia, e pure la Siria, non molleranno facilmente l’osso curdo, anzi: al di là di problematiche e dissidi politico-religiosi, tutti, alla fin fine, soprattutto, vogliono spartirsi il loro petrolio. Quel plebiscito, nato legittimamente secondo le desiderate e le volontà di auto-determinazione di quel popolo vessato nei decenni, ed ora sparpagliato in quattro diverse Nazioni, rischia di illudere i poveri, ma tosti curdi, di aver quasi in mano la loro indipendenza. Che, per la verità, è ancora ben oltre l’orizzonte e piena di scogli: in compenso quel voto così ampio sta creando grattacapi e sensibili fibrillazioni fra i diversi “players” regionali e non, esacerbando ulteriormente la stabilità e la sicurezza del teatro mediorientale. Vedremo di esaminare, nel prosieguo, le motivazioni e le mosse dei vari Paesi, ad eccezione della Ue che notoriamente fa il pesce in barile e tace, non avendo una qualsivoglia politica estera di peso. Rammento che oltre 4 anni fa, in una analisi di quell’area, avevo sintetizzato con un titolo emblematico – “il riscatto curdo nel pantano dell’Iraq e della guerra siriana” – una situazione sociale e civile dell’intero Iraq, esattamente dieci anni dopo la caduta di Saddam Hussein, con una pericolosa deriva verso uno Stato fallito, a causa del sistema di governo del tutto corrotto e violento di al-Maliki e della repressione in atto nei confronti delle varie etnie “perdenti” e della popolazione civile in genere. Grazie anche ad Obama e al frettoloso ritiro delle forze americane che ha lasciato, fra il Natale ed il Capodanno del 2011, l’Iraq “in braghe di tela” senza minimamente preoccuparsi della vitale riconciliazione sociale, ma abbandonando quella Nazione così stravolta alla sua propria mercè, alla totale protervia del nuovo premier, alla corruzione, all’illegalità, agli attentati e alle lotte tribali: del resto che ha lasciato, ad Obama, non gliene importava granchè; figurarsi dell’autonomia o di una sorta di Stato federale di cui i curdi auspicavano da decenni la realizzazione. I Curdi, già allora, aspiravano a mantenere la loro autonomia nella parte settentrionale del paese, contrastando la nascita di un potente governo centrale che, per i notevoli interessi in gioco, avrebbe potuto tentare di impossessarsi delle loro riserve energetiche e minerarie usando la forza come già fatto negli ultimi vent’anni. In pratica la coesione governativa era spaccata in più parti; ogni politico tentava di accaparrarsi quanto più potere possibile, ignorando le conseguenze del proprio comportamento, lontano dal tutelare le nuove Istituzioni, dal garantire i servizi sociali essenziali (luce, acqua, sicurezza minimale, ecc.) e dal sostanziare una società dei diritti e delle libertà fondamentali. L’Iraq era tornato prigioniero di Rais diversi da Saddam, con una serie di gravi problemi sociali e di una forte corruzione: un “pantano” generalizzato, foriero peraltro di proteste e anche di aggregazioni rivoltose e terroristiche (ricordo che ISIS è nato lì, ed è stato battezzato proprio nel 2014…) che è difficile da superare, ancora oggi. Oltre alla minaccia del terrorismo, stava crescendo la protesta sunnita – minoranza religiosa- nella parte occidentale del Paese, divenuto poi territorio del Califfato, con evidenti sconfinamenti e presenza attiva nella guerra civile siriana: sussisteva, quindi, l’elevata probabilità che l’ostilità crescente tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, scoppiasse – come poi è avvenuto con forme imprevedibili – da un momento all’altro in un aperto e devastante conflitto. Tuttavia, man mano che ci si spostava verso Nord nella regione curda, l’atmosfera cambiava e si percepivano una maggiore serenità sociale e una certa stabilità, anche per la crescente fiducia nell’economia da parte di grandi società petrolifere (Exxon, Total, Chevron, Gazprom,ecc) che avevano siglato importanti contratti di esplorazione con il Kurdistan. Ciò ha innescato un trend verso una maggiore autonomia dal governo centrale e centralizzato di al-Maliki, rendendo tesi i rapporti con il Presidente regionale curdo Barzani e allontanando le possibili soluzioni nelle dispute sull’energia, sul territorio in generale, e sulle risorse.

A ben guardare, i tentativi separatisti curdi iniziano ancora più da lontano, nei secoli, propendendo sempre verso una dipendenza turca, piuttosto che da Bagdad; la loro vita non è stata facile, essendo  sparpagliati anche nell’ultimo secolo fra quattro Nazioni, la Turchia, l’Iran, la Siria e l’Iraq, e vessati soprattutto sotto il regime di Saddam durante la guerra con l’Iran, con un  accanimento particolare  contro quel popolo oggetto di genocidio, distrutto sistematicamente a decine di migliaia, anche con l’impiego di gas velenosi. Nel ’92 i curdi riescono quindi a organizzare elezioni parlamentari con una legislazione pressoché autonoma, anche se tale esperimento, oltre a non piacere agli iracheni, non andava a genio neppure ai Turchi che temevano una negativa influenza sulle minoranze curde nel loro paese. Nonostante abbiano sempre sostenuto che sarebbero rimasti in quel governo a condizione che fosse attuato uno stato federale e democratico, rispettoso della piena dignità delle minoranze, come la loro, curda: la loro aspirazione restava comunque quella di uno Stato indipendente, con una propria Costituzione. Con l’avvento di al-Maliki lo stato di conflitto con i Curdi separatisti si è fatto più forte ed evidente per diversi motivi, anche perché Washington spingeva per costruire un governo unitario a Bagdad.  Ma le risorse e l’economia, come storicamente capita sempre, hanno giocato un ruolo ancora più importante e prevalso sui principi; contro l’unificazione politica dell’Iraq giocava la scoperta d’ingenti giacimenti di petrolio e gas, specie nella zona di Kircuk che consentiva ai curdi di operare autonomamente nel loro sfruttamento in contrasto con i piani del governo centrale.
Con un salto di un decennio, nulla appare risolto, né migliorato, anzi; gli equilibri dell’intero Medio Oriente, nella viscosità siriana e nei tentativi di autonomia curda, sono in gioco, con le Nazioni confinanti sempre più “alleprate” e le grandi potenze che stanno alla finestra, preoccupate e indecise sulle posizioni da assumere, fra ideali democratici di approvazione della scelta curda ed interessi concreti, ancorchè assai più venali.  E, in tal senso, non aiuta neppure lo sviluppo che le aree del Kurdistan hanno avuto nell’ultimo decennio; è un dato di fatto che le città curde, a ogni buon conto e nonostante tutto, siano rifiorite; Kircuk ed Erbil, con i loro millenni di storia, in pochi anni hanno raddoppiato la propria popolazione e ormai quasi un volto occidentale dove s’incontrano i capi delle compagnie  petrolifere, contractors, giornalisti e perfino turisti; gli hotel di lusso, i centri commerciali e nuovi villaggi residenziali crescono come funghi. Specialmente Erbil, come altre città curde, ha conquistato -al prezzo di grandi sofferenze- la propria indipendenza economica, culturale e identitaria. Quindi è lapalissiano che gli appetiti verso il Kurdistan siano lievitati nel tempo, ed è assai logico che ora molte Nazioni, non avendo digerito quella loro voglia di autonomia, formalizzata col recentissimo voto plebiscitario, scalpitino: le reazioni delle Nazioni limitrofe e di quelle internazionali, a quel tentativo di indipendenza curdo sono diverse, ma sostanzialmente di chiusura, quasi totale.
Gli strali più feroci vengono dallo stesso Iraq che promette sanzioni economiche e perfino azioni militari nei confronti della neo regione curdo-irachena; lo stesso premier al-Abadi non smette di sottolineare il grave errore curdo nel voler a tutti i costi quel referendum e nel frattempo intima, al massimo entro il prossimo venerdì, di riallocare il controllo degli aeroporti e dei confini al governo centrale di Baghdad; in caso contrario, saranno sospesi i voli internazionali nella regione curda. Inoltre dispone che tutti i proventi derivanti dal petrolio debbono essere versati nelle casse centrali, ribadendo che non possono esistere compromessi sulla sovranità ed unitarietà dello Stato iracheno, in accordo anche con la Costituzione del 2005, vigente.
Un altro, fra i più arrabbiati, è sicuramente Erdogan che da sempre combatte i separatisti curdi e che ora minaccia di stoppare le esportazioni di greggio dall’Iraq settentrionale e perfino di bloccare i camion che attraversano il confine, con danni economici considerevoli dovuti al fatto che la Turchia è “il vettore” privilegiato” per il relativo mercato internazionale. Ankara accusa Barzani, finora pseudo-alleato, di tradimento e preannuncia il blocco di aiuti e rifornimenti; paventando altresì il rischio di un conflitto etnico, ha dichiarato di essere pronta ad ogni opzione, compresa quella militare, per evitarlo. L’Iran, sostanzialmente contrario, deve vedersela con la più grande comunità curda al suo interno e, anche con il fatto che ha avuto diversi rapporti più o meno stretti con i combattenti del Kurdistan: anche oggi nella lotta contro l’ISIS, i forti peshmerga curdi fanno fronte comune con le Guardie rivoluzionarie degli Ayatollah. Va detto che, in qualche misura l’opzione militare, seppure in tono minore, è già in atto; l’Iran e la Turchia, con la scusa di fare esercitazioni, hanno già schierato uomini e batterie missilistiche ai loro confini, mentre Teheran ha chiuso i propri aeroporti ai voli provenienti dal Kurdistan, paventando che l’autonomia dei curdi nella loro enclave regionale costituirebbe di fatto “un secondo Israele”. In effetti, sull’altro fronte, c’è proprio Israele, un attore chiave del Medio Oriente, che sponsorizza i curdi e vede di buon occhio ogni decurtazione del regime di Teheran, da sempre suo acerrimo nemico, ma anche perché quel nuovo Stato viene visto come potenziale barriera contro le mire espansionistiche ed aggressive degli Ayatollah. In tale contesto la Siria, con Assad, è abbastanza ondivaga e sicuramente più tiepida di Erdogan, di Teheran e di Baghdad, in prima istanza perché coinvolta tuttora in un’aspra guerra civile, con parecchie gatte da pelare, ma anche in considerazione del fatto che, dovendo ancora combattere l’ISIS, considera essenziale l’apporto dei combattenti curdi.

E le altre potenze o fori internazionali?  L’Onu lamenta laconicamente che quel voto può avere “effetti destabilizzanti”; l’Ue non si pronuncia, orfana, come al solito di una politica estera..e perciò afona!

La Russia è piuttosto tiepida ed esorta ad evitare ulteriori frammentazioni in quell’area, ma allo stesso tempo si propone come “spalla e motore” per l’economia curda, avviando peraltro – con l’occhio al petrolio e gas curdo- accordi per realizzare oleo-gasdotti nella regione stessa.  Gli USA, ancora più morbidi per ovvie ragioni, sostengono che vale di più l’unità dell’Iraq, in quanto la sua ulteriore frammentazione potrebbe destabilizzare il Paese ed è anti-costituzionale; ciò è assai ragionevole poichè non si possono spingere molto “contro” avendo sempre avuto i validi combattenti curdi dalla loro parte, a partire dalla lotta anti-Saddam, per finire con la congiunta lotta al terrorismo, dai tempi di al-Qaeda a quelli assai attuali, contro lo Stato Islamico, sia in Iraq che in Siria. Anche la Spagna, in modo “unsolicited” rispetto ad altri membri europei, presa da analoghi problemi secessionistici della Catalogna, ha espresso la propria contrarietà.

Come può quindi evolvere questa complicata situazione così ingarbugliata?
Davvero difficile dirlo. Tutti i Paesi Occidentali pontificano che “idealmente sono pienamente d’accordo nell’auto-determinazione di un popolo, di milioni di esseri umani senza terra..”, ma nessuno di loro muoverà un dito per assecondarli, per non innescare una ulteriore frammentazione, assai pericolosa, quanto imprevedibile. Barzani ha provato ad offrire la guancia, invitando Baghdad e gli altri, ad iniziare dei colloqui per uscire dallo stallo specificando che il voto non deve essere inteso come “una modifica immediata dei confini” a favore dei curdi, ma un mezzo per diventare “buoni vicini”: al Abadi ed il resto hanno tuttavia rifiutato categoricamente la proposta. Forse l’unica speranza è proprio quella di avviare dei colloqui chiarificatori mettendo in campo non solo l’autonomia, ma anche l’eventualità di uno Stato federale in Iraq: cioè un dialogo costruttivo che riallacci i rapporti fra Baghdad ed Erbil- Kircuk in primis, con giusti e giudiziosi interventi delle potenze che contano, per evitare ulteriore caos in quella martoriata regione.
Una cosa è certa in tutto questo fandango: il popolo curdo, anche dopo la vittoria del plebiscito per la loro auto-determinazione, non cesserà di soffrire. Poveri!

Giuseppe Lertora

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