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Mafia: conferma assoluzione Mori e Obinu anche in Corte d’Appello

generale-moriLa Corte d’Appello di Palermo ha confermato l’assoluzione di primo grado del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995. La sentenza è stata emessa dopo tre giorni di camera di consiglio.

L’accusa aveva chiesto la condanna a quattro anni e mezzo per Mori e a tre anni e mezzo per Obinu. Il Procuratore generale Roberto Scarpinato e il Pg Luigi Patrinaggio non hanno voluto commentare la sentenza emessa dal collegio presieduto da Salvatore Di Vitale. Il generale Mario Mori ha appreso dell’assoluzione mentre teneva una lezione all’Università di Chieti, in Abruzzo. Il suo legale, Basilio Milio, non è ancora riuscito a parlare con l’ex ufficiale del Ros ma ha annunciato la sentenza al colonnello Giuseppe De Donno, co-imputato di Mori nel processo trattativa, che ha riferito l’esito del processo al generale Mori.

Nel processo di primo grado erano bastate poco meno di otto ore di camera di consiglio per emettere la sentenza di assoluzione per il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu perché “il fatto non costituisce reato”. Questa volta, nel processo d’appello, ce ne sono volute quasi ottanta di ore. E il verdetto è lo stesso. Anche questa volta i due imputati, che hanno sempre respinto l’accusa di avere favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano, sono stati assolti. Ci sono voluti due anni e più di venti udienze per decidere che i due ex ufficiali del Ros non hanno favorito il capomafia nel 1995. La Procura generale, rappresentata da Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio, ha accusato i due imputati di avere per mesi trascurato volutamente, nel 1995, le indicazioni fornite al colonnello Michele Riccio dal suo confidente Luigi Ilardo. E di avere taciuto alla Procura gli elementi che avrebbero potuto portare all’identificazione dei favoreggiatori del boss. Nella lunga requisitoria dell’accusa, i due pg hanno più volte ribadito che la carriera di Mori sarebbe stata caratterizzata da una “deviazione costante dai doveri istituzionali e dalle procedure legali” volta ad assecondare inconfessabili interessi extraistituzionali. Anche in questo processo è stata protagonista la mancata perquisizione del covo del boss Totò Riina, per la quale Mori venne assolto definitivamente. “Se Mori avesse avvertito la Procura che stava per sospendere il servizio di osservazione al covo – hanno detto i magistrati dell’accusa – la Procura avrebbe immediatamente perquisito il nascondiglio scoprendo documenti scottanti che avrebbero potuto svelare i segreti di un potere che, declinando i volti di uomini dello Stato come Andreotti, per decenni avevano avuto rapporti con Riina”.

Scarpinato vede nelle condotte di Mori “una omogeneità e il fine di assecondare interessi extraistituzionali”. Il pg arriva a definire Mori un “soggetto dalla doppia personalità e dalla natura anfibia”. Ma Mori non ci sta e nelle dichiarazioni spontanee rese poco prima che i giudici entrassero in Camera i consiglio, ha spiegato a gran voce: “Il mio comportamento è stato sempre lineare”. Ha spiegato che “nella cattura di Rina tutto fu lineare”, e ha anche tirato in ballo il suo accusatore, il pg Luigi Patronaggio, spiegando: “Il ritardato blitz a casa sua fu una scelta presa d’intesa fra magistratura e carabinieri, e all’epoca il dottor Patronaggio era il pm di turno”. “Sono stato accusato dalla procura generale di fare parte della massoneria e di avere rapporti con la destra eversiva, ma non sono state portate prove. Ho avuto la stima di un magistrato al di sopra di ogni sospetto che ha fatto un’indagine importante sulla massoneria, il dottore Cordova”, ha anche detto Mori.

La sua difesa, rappresentata dagli avvocati Enzo Musco e Basilio Milio, durante l’arringa difensiva aveva sostenuto: “Questo è un processo ‘teorematico’. La Procura generale ha portato elementi funzionali a sostenere un teorema precostituito con poca, o per meglio nulla, attenzione alle prove che confutano e smontano inequivocabilmente il teorema accusatorio”. Contrariamente a quanto accadde nel primo processo, nell’appello l’accusa ha deciso di rinunciare a due importanti aggravanti che erano stati contestati in precedenza: quello disciplinato dall’articolo 7, e cioè aver avvantaggiato Cosa nostra, e quello previsto dall’articolo 61, comma 2, del codice di penale, che invece sanziona l’aver commesso il reato per assicurare a sé o ad altri il prodotto o l’impunità di un altro reato.

PROCURA – Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpianto e il sostituto procuratore Luigi Patronaggio, subito dopo la lettura della sentenza, hanno lasciato l’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo senza parlare con i giornalisti. Al momento, quindi, c’è un no comment dalla Procura generale sulla nuova assoluzione dei due ex ufficiali dei carabinieri. L’accusa aveva chiesto la condanna a 4 anni e mezzo per Mori e a 3 anni e mezzo per Obinu.

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