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Daesh: il contrasto dell’Is all’interno degli Stati occidentali




terrorismo

di Giuseppe Lertora – Esiste una doppia guerra contro lo Stato Islamico: la prima, “esterna”, da combattere nei territori arbitrariamente occupati a cavallo fra l’Iraq e la Siria, con una Coalizione fatta possibilmente da un gran numero di Nazioni, comprese quelle di fede musulmana. La seconda, “interna”, contro le ramificazioni di  Daesh, le cellule jidaiste ed i cosiddetti lupi solitari sparsi un po’ ovunque nei nostri Paesi, con misure, strumenti e provvedimenti assai diversi da quella esterna, per ovvii motivi. Della prima si è parlato a lungo in un precedente articolo, ed ha i connotati di una guerra convenzionale, territoriale; non può tuttavia essere combattuta solo con la forza militare che è comunque importantissima, ma con un approccio olistico che spazia nei campi della diplomazia, dell’economia, dell’Intelligence e dell’informazione. La seconda è una guerra diversa, asimmetrica, meno visibile e più pericolosa che deve essere combattuta con mezzi ancora più raffinati, e con una strategia politica altrettanto vasta e complessa che, da un lato, consenta di individuare, monitorare e contrastare i proseliti dello Stato Islamico prevenendo le loro scellerate azioni, ma anche con iniziative legislative, ordinative e  giudiziarie più adatte al fenomeno per rendere praticabili e legittimate le reazioni delle forze a ciò preposte.  Di più; si ravvisa la necessità di investire  in un progetto culturale e sociale di lungo respiro che, nel medio termine, possa migliorare il  modo di vita nelle nostre città, sminuendo le discrasie sociali e le diseguaglianze oggi esistenti.  Si tratta in sostanza di un duplice gravoso compito: sconfiggere ISIS distruggendo innanzitutto il mostro nel suo corpo territoriale, e in parallelo annichilire i tentacoli, le cellule terroristiche, che si sono pericolosamente annidate nelle società occidentali. Ma, prima di attuare dei provvedimenti correttivi dettati solo dall’emotività del momento, di là di alcuni che risultano  tanto evidenti quanto necessari nella loro immediata applicazione ( migliore coordinamento dei servizi di Intelligence, maggiore sinergie fra la Polizie e Magistrature comunitarie, monitorizzazione siti web di vario genere, ecc…), è essenziale e doveroso conoscere le origini del problema,e  la nascita del terrorismo islamico in casa nostra, cercando di capirne le cause e le spinte nefaste, per sradicarne le motivazioni e  gli effetti malvagi.
Fino a ieri si pensava che gli attacchi dei terroristi, prima di Al-Qaeda ed ora di ISIS, avvenivano dall’esterno, mentre dopo Parigi – ma anche un po’ prima –  abbiamo percepito che la realtà è ben diversa, in quanto la rete terroristica è ormai globalizzata e l’Occidente ne è diventato l’ospite principe, oltre che l’ obiettivo primario e, paradossalmente, anche lo sponsor numero uno del  fondamentalismo  islamico. Fino a ieri era opinione comune, malgrado alcune dichiarazioni preoccupanti e farneticanti di minacce dirette a Roma che, in fondo, ISIS non rappresentasse un pericolo esistenziale per l’Occidente; lo si vedeva come in una nebulosa, come uno dei tanti problemi lontani nel Medio Oriente che non toccava direttamente la nostra sicurezza e la nostra libertà. Oggi, i fatti di Parigi hanno cambiato tutto; il paradigma strategico del Daesh ha fatto registrare un deciso salto di qualità nel pianificare e proiettare terrore a grande distanza, e non su obiettivi militari o di grande valore ideologico-politico come le Torri Gemelle, ma colpendo la società civile nella sua quotidianità, in luoghi di ritrovo, teatri e ristoranti. Operazioni distruttive che possono essere pianificate in modo covert, in tempi assai ridotti, sfruttando le tecnologie più moderne, con armi  anche rustiche, ma miliziani pronti all’azione. Non c’è bisogno, fra l’altro,  di  importare i kamikaze perché ormai si formano e si reclutano in Europa, anche se vengono addestrati e “caricati” spesso nei territori del Califfato. Un’attenzione particolare va posta anche nei confronti degli immigrati; è incontestabile che molti, negli anni, sono stati benevolmente accolti nelle nostre democrazie senza nessun vero controllo, considerandoli, di fatto, tutti perseguitati politici e brava gente. Tutti accolti a prescindere, senza che l’Intelligence e la Sicurezza nazionale avesse conoscenza di chi entrava in Europa, in particolare di quelli che arrivavano via mare, da Lampedusa o dalle isole greche; solo a posteriori, quando ormai inserito nelle nostre periferie, qualche facinoroso era pescato perché in possesso di armi strane, oppure a fare proclami e proseliti nelle moschee o nei Centri culturali islamici. A scanso di equivoci dobbiamo capirci bene; sarebbe errato affermare che Il terrorismo islamico sia dovuto a tali migranti, in quanto è  da tempo, da generazioni, mischiato nel tessuto delle nostre società occidentali; in particolare, in Francia e nei Paesi Bassi siamo in presenza di immigrati di 2^ e 3^ generazione,  con la regolare cittadinanza dei paesi ospitanti: è risultato che i terroristi dell’ultima ora siano da ricercarsi fra questi più che altrove. Costoro sono facilitati nelle loro deprecabili intenzioni; si preparano e si organizzano, sfruttando a proprio piacimento la nostra tolleranza ed insipienza, ben consci dei nostri sentimenti e dei nostri valori democratici. Inutile nascondere che i nostri Paesi europei siano diventati, spesso a loro insaputa, una vera e propria fabbrica di esaltati e di frustrati kamikaze pronti a tutto: difficile accettarlo, ma ancor più pericoloso è negarlo! La guerra dichiarata da Daesh contro l’Occidente ha tentacoli nel cuore stesso delle nostre città, più spesso nelle periferie abbandonate che abbondano di minoranze neglette, in cui è relativamente facile organizzarsi e preparare i colpi contro gli infedeli. Quindi, 1^ considerazione: Il terrorismo islamico si è insediato in casa nostra, sfrutta le nostre leggi e le nostre libertà, i nostri sentimenti e valori, la nostra tolleranza, e “ fabbrica” pericolosi kamikaze addestrati a colpire gli infedeli locali nella loro quotidianità.
L’Europa ha la memoria corta, e le amnesie talvolta fanno comodo; si dimentica che siamo in guerra da qualche tempo, soprattutto una guerra interna combattuta subdolamente da gente che ci ha attaccato al cuore, prima da Madrid a Londra, ora da Parigi a Bruxelles. Forse ci siamo già scordati che l’11 settembre è stato pensato  e preparato in Occidente, da quelle cellule di Amburgo capeggiate da quel Mohammed Atta che non aveva né problemi economici, anzi, né di inserimento socio-culturale; era infatti uno studente modello, acculturato, ma con una crisi di identità che l’ha portato al rifiuto e all’odio del sistema dei  valori occidentali e ad ingraziarsi la gloria eterna nel Paradiso di Allah attraverso il viatico folle del martirio. Ci siamo anche scordati dell’11 marzo di Madrid, perpetrato da elementi indigeni-autoctoni, e perfino di quelli occorsi da noi, a Brescia, nel marzo 2004, quando quel Chaouki, un marocchino immigrato e domiciliato in Italia, si fece esplodere davanti ad un Mc Donald – tipico simbolo statunitense – per fortuna senza causare vittime fra la gente, ma risoltosi con la  sola morte del kamikaze. Ci siamo inoltre scordati che solo qualche mese fa – nel mese di Agosto – alcuni autori della strage di Bataclan sono transitati in Italia e si sono imbarcati da Bari con destinazione la Siria; sono tornati indietro ed hanno ri-attraversato la nostra penisola senza che nessuno se ne accorgesse e facesse qualcosa. E’ tutto questo nuovo e normale? Se i “servizi” di sicurezza funzionassero, ciò non dovrebbe accadere! Il fenomeno non è nemmeno nuovo, tutt’altro; che piaccia o no, il nostro Paese è ormai interessato dal jidaismo, sia con l’esportazione di kamikaze islamici, sia con la loro presenza e la formazione da noi, in loco. I fattori che generano questi folli invasati richiederebbero innanzitutto un’introspezione psichiatrica sul piano individuale e sociale; si va dalla frustrazione per l’isolazionismo, alla carenza di legami affettivi e sociali, fino alla crisi di identità generata dal rifiuto del sistema dei valori occidentali, e solo in minima parte influenzata dalla condizione economica dei soggetti (checché ne dica il Papa!). Gli elementi caratteristici diffusi, e radicati nei potenziali terroristi  sostanziano “quel brodo di coltura” che si riscontra in seno alle comunità di immigrati non solo di prima generazione, e non solo nelle periferie abbandonate. Il resto, si fa per dire, lo fanno le moschee, soprattutto quelle cosiddette “di garage” che, in Italia, sono proliferate senza poi essere puntualmente controllate; infatti, non si limitano a essere luoghi di culto e di preghiera, ma spesso sponsorizzano l’idea islamica radicale predicando la jihad, la guerra santa, talvolta con un’apologia esplicita del terrorismo e il reclutamento dei foreign fighters. Non si può che condividere, quindi, la recente iniziativa del nostro Mininterno di chiudere le ccosiddette “moschee di garage” e di quelle che notoriamente fanno proseliti (Milano, Ostia, ecc), nonché di monitorare quei Centri culturali islamici: dovremo esercitare una vigilanza vera e in senso più stretto affinché in quei luoghi si preghi, in italiano, e basta. Ne discende una 2^ considerazione complementare: la presenza dell’ISIS fra di noi è evidente; le azioni delle cellule embedded nella nostra società sono imprevedibili, ma bisogna tagliare i supporti ai jidaisti, a partire dal loro reclutamento e formazione che spesso è alimentato dalle moschee e da Imam improvvisati: per la prevenzione e protezione della nostra società, sono da attuare rigorosi controlli strumentali ed umani delle forze di sicurezza, con tolleranza zero! Ciò nel rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone, senza distinzione e senza discriminazioni basate sulla razza o sulla religione, che altrimenti finirebbero per alimentare il disagio ed il fanatismo anche dei moderati.
Bisogna rendersi conto che gli attacchi terroristici sono strategici, e condotti con abilità tattica quasi militare, secondo i canoni di una guerra asimmetrica e subdola; per quei fanatici che fanno le stragi in nome di Allah, la morte e distruzione è solo un obiettivo secondario. Lo scopo primario è invece quello di provocare un conflitto multi generazionale fra i jihadisti ed i suoi nemici; in sostanza una guerra di religione, una guerra santa contro sia gli occidentali che i musulmani. Ma  non si potrà mai parlare di “scontro fra civiltà” perché loro, sia Al-Qaeda che ISIS, non possono essere definiti una civiltà, ma piuttosto una barbarie: una tale assunzione, profondamente errata non farebbe che aggregare la galassia di tutte quelle forze più o meno terroristiche, ma anche quelle più moderate che professano l’antiamericanismo e l’antisionismo, contro la civiltà occidentale.  Se, quindi, gli attacchi rispondono a una precisa strategia, noi occidentali non dobbiamo prestarci al loro gioco, ma contrastarli in modo pragmatico e intelligente con un approccio altrettanto strategico e colpirli tatticamente con ogni mezzo disponibile, ma senza cadere in campagne islamofobe deteriori. Il terrorismo sta segnando profondamente la vita quotidiana degli occidentali; sfrutta in qualche modo il nuovo nichilismo e pigia sui disastri coloniali, colpevolizzando l’Occidente; ha scavato un fossato profondo fra loro – i fanatici – e gli stessi musulmani le cui comunità hanno ripetutamente condannato le loro nefaste azioni. Prenderne atto è doveroso, così com’è logico e saggio evitare generalizzazioni; tuttavia è altrettanto logico e saggio chiedere più controlli, per esempio, per i migranti rinviando coloro che sono ritenuti una minaccia per la sicurezza e anche chi comunque non ne ha titolo: lo Stato italiano, e quelli europei, hanno il sacrosanto dovere di proteggere i propri cittadini. In nome di concetti “extra-large dei diritti umani” spesso lasciamo entrare, anche inconsapevolmente, tutti quanti e lasciamo che agiscano indisturbati nel nostro territorio, nel nostro grembo, individui e organizzazioni che inneggiano alla guerra santa, anche contro i musulmani che, secondo loro, avrebbero tradito i precetti dell’Islam. Ciò detto, nessun Stato, oggi, si può considerare al sicuro dalla follia terroristica, neppure quelli che per benevolenza o scempiaggine hanno dato asilo agli ideologi del terrorismo islamico, e ne hanno tollerato la piena libertà di pensiero, di azione, e d’aggregazione: stime approssimative dicono che i jihadisti in Europa sono circa 1600, ma c’è chi sostiene che siano almeno 6000; troppi comunque!  E l’Italia, per motivi che travalicano anche il Tevere, ha la sua parte e non è da meno; dall’iniziale passività e dai tentativi di alcuni tesi a minimizzare quel terrorismo, ora siamo passati ad una sorta di allarmismo, anch’esso esasperato, e comunque, per alcuni versi esagerato e fazioso.  I nostri media non aiutano certo a fare chiarezza; nei talk-show giornalieri vengono talvolta invitati – sotto la copertura di “esperti” –  dei solenni cialtroni, quando non degli integralisti che, per la circostanza, vestono i panni di integerrimi uomini politici o di fede, nell’ambito di ridicoli caroselli falsamente informativi,  ma in realtà consentendo loro di fare propaganda gratuita, spesso assai perniciosa, nel loro quarto d’ora di notorietà.  Spesso, la comunicazione e l’informazione sono deviate e artatamente ampliate; ci viene perfino propinato che  “la minaccia terroristica in Italia è stata neutralizzata”(??)  con qualche operazione di facciata, utilizzando mestatori, o peggio ancora dei pentiti, che cercano occasioni per vendere fumo e guadagnarsi qualche vantaggio personale. Confondere i terroristi islamici con la camorra o altre organizzazioni criminali è un grave errore perché “i film” sono molto diversi: il mafioso può  anche pentirsi e non va in televisione, il terrorista islamista può anche camuffarsi, giocare in Internet, ma non si pente davvero,mai!
Se è vero che la strategia va rimodulata da Al-Qaeda ad ISIS, è anche vero che la sostanza non cambia; entrambi sono riusciti a sviluppare una rete a forma di piovra tentacolare, con cellule a grande autonomia con cui il Califfo – sia che si tratti di bin Laden o di al-Baghdadi – funge da catalizzatore spirituale ed ideologico, e da guida lontana. Entrambi vogliono spargere terrore soprattutto nelle città dei Paesi che fanno parte della Coalition, in maniera caotica per creare il panico nella popolazione occidentale; un aspetto che Osama aveva proclamato e che è tuttora vigente, proprio in termini strategici, era quello di “colpire i Paesi della Coalition, dalla Spagna come prima tessera, all’Italia, alla Gran Bretagna…: dopo 2 o 3 attacchi si ritireranno a causa delle pressioni popolari”: in effetti, allora, è bastato l’attacco di Madrid per far ritirare il contingente spagnolo dall’Iraq. Prima c’era lo spettro dell’occupazione statunitense dell’Iraq che veniva sbandierata dai terroristi come l’invasione sionista; ciò si traduceva in antiamericanismo e antiebraismo, il leit-motiv di Al-Qaeda, che significava l’oppressione del  mondo arabo. Oggi tale principio è andato edulcorandosi poiché si è visto che il terrorismo non colpisce solo gli arabi-musulmani, che sono appena il 20%, mentre il resto sono pakistani, afgani, ebrei, occidentali di ogni religione e non solo arabi: l’obiettivo resta il Califfato esteso a tutto l’occidente, con l’ innesco di una guerra di religione, avvalendosi soprattutto di quelle cellule “embedded” nelle nostre società, tentando di far leva sull’Islam e le stragi in nome di Allah.
Comunque, dopo le stragi di Parigi, di Beirut, del Sinai e ora anche della California, s’impone una risposta ai quesiti che tutti fanno: qual è il modo migliore per rispondere ai jihadisti e limitare le loro chances in futuro?
Per prima cosa dobbiamo smetterla di piangerci addosso e criticare chi ha preso iniziative forti e determinate nei loro confronti rispondendo alla guerra ed ha aderito alla Coalizione in Siria, senza ipocrisie: alla guerra si risponde con la guerra e non col ramoscello di ulivo. In seconda istanza dobbiamo, in Italia in particolare, smetterla con  quel processo di revisionismo su un tema che è diventato la prima e più seria emergenza internazionale; i soloni televisivi devono cessare di creare il panico per fare audience e negare le evidenze: a sentire alcuni, le loro teorie balzane, le loro pavidità, alla fine delle trasmissioni si va a letto felici e contenti perché il terrorismo islamico non esisterebbe, o se anche esiste, è il frutto di complottisti: per loro è meglio dunque – fuori tutto – porgere l’altra guancia,  per evitare ulteriori effetti rebound! I soliti capitani coraggiosi di cui lo schermo e il panorama italiano, è pieno, finchè non ci troveremo di fronte a un attentato che ci tocchi davvero da vicino. Il revisionismo becero, insieme col relativismo imperversante, anche sul piano giuridico, ci convincerà che Osama e al-Baghdadi erano bravi cristi, dei predicatori islamici mansueti, più seguiti da altri per il loro carisma, da ben considerare per la loro volontà ed il loro seguito, alla  stregua di partigiani in difesa delle loro ideologie e delle loro fedi, combattenti l’occidente solo per difendere le loro terre, invase.
La realtà non è diversa, ma semplicemente opposta; siamo di fronte a feroci sanguinari, fanatici contro la nostra società, di fronte a terroristi che hanno plagiato le menti di poveretti, fragili, creduloni e invasati che vigliaccamente uccidono persone inermi nelle nostre città: di fronte a tali nefandezze, la nostra società deve prenderne atto conscia dei pericoli che corre, senza confidare nel solito stellone e senza perdersi nelle solite e inutili disquisizioni filosofiche. Piuttosto dovremo dare attuazione a norme che tutelino le nostre Forze dell’ordine affinché le indagini e il loro operato non sia continuamente messo in discussione di fronte a presunti reati, ma che siano ampiamente tutelati anche nell’attività delicata della prevenzione e della loro sorveglianza in presenza di sospettati di fiancheggiamento dell’attività terroristica. Tutti sono concordi nell’incrementare le forze di sicurezza; soprattutto “i servizi” devono potersi scambiare i dati dei sospetti terroristi in real time e senza reticenze o gelosie, anche se si devono superare alcune oggettive difficoltà di Sicurezza nazionale che sono patrimonio inconfessabile per la stessa sopravvivenza e la sovranità degli  Stati: nel settore specifico si può e si deve fare di più, e meglio, con un coordinamento più efficace, evitando che quei mariuoli passino indisturbati da un Paese all’altro, come è successo fra il Belgio e la Francia. E’ pertanto necessario il controllo e la monitorizzazione  di coloro che, già sospetti, attraversano le frontiere degli  Stati, soprattutto nei porti ed aeroporti, a prescindere da Shengen che potrebbe anche essere chiuso per almeno un paio d’anni. Al tempo stesso bisogna controllare le moschee, chiudendo quelle “di garage”, e quei Centri culturali islamici per sottrarli ai predicatori della jihad; le altre devono diventare esclusivamente luoghi di culto e di preghiera, trasparenti, dove si predica nella lingua ospite e non si incitano i presenti alla guerra santa, pena l’immediata espulsione. D’altronde è acclarato che esiste una connessione operativa fra la predica di valori radicali e l’adozione di una ideologia estremista, da kamikaze; là, nelle moschee si rinviene quel terreno di coltura di cui i terroristi si nutrono fra antiamericanismo, antioccidentalismo e antiebraismo, finendo per abbracciare la jihad. Risulta, infatti che, almeno tre di coloro che hanno partecipato alle stragi di Parigi sono arrivati come falsi profughi, e diversi di loro, compresi gli autori della strage di San Bernardino, andavano e venivano liberamente da territori sospetti come la Siria e l’Arabia Saudita. Per contro, i colpi di mano per rimpolpare le forze di Polizia – sotto di 45000 unità – o le Forze Armate – sotto taglio di 50000 soldati – non portano a nulla in termini di contrasto al terrorismo; per formare un poliziotto o un soldato ci vogliono anni di addestramento e bisogna pensarci in tempo di pace, non quando si è con l’acqua alla gola, in emergenza: alla guerra bisogna prepararsi e pensarci in tempo di pace e non fare Libri Bianchi per tagliare risorse umane e finanziarie, per compiacere pacifinti e liberal antimilitaristi. Oggi siamo in braghe di tela, soprattutto in casa nostra: ospitiamo gente che non sappiamo chi sono, cosa fanno, cosa hanno in animo di fare, e non possiamo certo fidarci delle rassicurazioni di qualche imam occasionale che ci esorta a stare tranquilli. C’è invece bisogno di un approccio olistico e del coinvolgimento di tutti, compresa la maggioranza dei musulmani che condivide i valori fondanti della nostra civiltà. Per quanto riguarda i finanziamenti provenienti dal petrolio, dalle materie prime, o dalla vendita dei reperti archeologici, è essenziale – con una risoluzione dell’ONU – cortocircuitare l’ISIS  dal sistema finanziario internazionale ed interrompere qualunque finanziamento, come già attuato con Al-Qaeda. La guerra al Califfato passa anche per il Web; secondo un recente reportage i mariuoli dell’ISIS sono sempre attaccati agli smartphone (come da noi) e li usano per la propaganda ed il reclutamento dei loro adepti. Usano Tweeter, Facebook e YouTube e magari  web sofisticati per  la loro propaganda e per linkarsi con le loro cellule; forse sarebbe bene spegnere Internet in Siria e fare in modo che usino i cellulari, più facilmente geo-localizzabili, e dai quali i giovani jidaisti  sono sedotti almeno quanto i ragazzi occidentali. Dovremo contribuire alla nuova branca Intel, la SOMINT che si aggiunge all’HUMINT e all’OSINT, cioè al controllo dei Social Media, utilizzando algoritmi sofisticati in grado di intercettare e localizzare le fonti emittenti, dai selfie ai satellitari.
In buona sostanza si tratta di applicare quella specie di decalogo anzidetto, evidenziato in grassetto, con una serie di provvedimenti d’urgenza, come una maggiore condivisione delle informazioni di Intelligence, per quanto praticabili, come una maggiore sinergia fra le polizie europee e la magistratura-tribunali dei vari Stati occidentali, siano doverose e sacrosante nell’ottica di serrare i ranghi e colpire i presunti sospettati; come tagliargli tutti i possibili rifornimenti e finanziamenti, così come gestire i social network;  come incrementare, seppure tardivamente, le risorse  per le Forze di Sicurezza – dell’ordine e delle Forze armate –  per metterle nelle condizioni più o meno sufficienti per operare contro una minaccia così invasiva e subdola. Ma, onestamente, non si comprende cosa ci azzecca la mossa della concessione dell’elemosina degli 80 euro agli attori in divisa quando per oltre un lustro il governo è stato sordo alle loro ripetute richieste anche solo per gli adeguamenti stipendiali ISTAT. Né tanto meno si può comprendere, nel quadro dei provvedimenti strategici anti-ISIS,  la concessione dei 500 euri ai neo-diciottenni per incrementare la cultura??  L’Italia sta sempre nelle retrovie, in piena retorica difensiva, confidando in assurde strategie buoniste; ritorna in mente il nefasto attuale “wait and see” di obamiana memoria, l’ormai famoso “combattente riluttante”.  La sola parola guerra, da noi, fa venire l’itterizia; siamo contro a prescindere, sempre pronti ad invocare la pace ma senza far nulla per ottenerla: al massimo combatterla con i fiori e la dietrologia lasciando agli altri l’onere di battersi per i nostri valori e le nostre libertà, tanto che combattono per le loro.
Speriamo almeno che si condivida nel tagliare i rifornimenti vitali all’ISIS; colpire le finanze dei Paesi burattinai  che alimentano ISIS sulla scorta di quanto già attuato con al-Qaeda; contrastare il traffico di armi, di droga e di reperti archeologici trafugati; colpire i siti web, quelli del deep-web e dei giochi con hacker ampiamente disponibili nella attuale cibernetica, con forme di cyber-war; colpirli nella loro stessa logica di comunicazione con forme di psy-ops di contrasto e di controinformazione, e via dicendo.
Il problema vero non è la cultura che in genere è carente, ma è la cultura della Sicurezza che da noi manca, è assente, incompresa e impopolare. Per fare la guerra, o garantire la sicurezza dei cittadini bisogna prepararsi nei tempi di pace, dotare il personale degli strumenti e dei mezzi necessari, assegnando i fondi sufficienti e sostenibili per il loro buon funzionamento, ed emolumenti dignitosi al personale. Che va addestrato per i loro ruoli delicati in modo coerente e continuo: pensare di ridurre i ranghi, di tagliare i finanziamenti per ammodernare i loro strumenti, e perfino del materiale di consumo necessario per sopravvivere, chiedendo di essere “combat readiness” nell’emergenza, è irrealistico e poco serio.  E soprattutto inefficace, perché non basta bandire qualche concorso per il loro reclutamento immediato, quando i ranghi sono deficitari e anche le Forze Armate sono sotto “schiaffo” per i tagli  ideati da Di Paola e perseguiti dall’attuale ministra, pure con il ben noto Libro Bianco. La politica non ha capito, perché manca la cultura vera, che c’è bisogno di anni per formare un buon poliziotto oppure un buon soldato, e ciò va fatto in tempo di pace non in piena crisi: non si possono inventare ed addestrare le forze di sicurezza per decreto all’ultimo momento. Come mai il giornalismo italico non si è mai battuto facendo inchieste serie sulla nostra debole Sicurezza e sugli impropri tagli alla Difesa-Interni? È forse in letargo o gli manca la critica: non è più, comunque, un cane da guardia, ma – come qualcuno lo definisce – piuttosto un cane da compagnia, da rivista. Perché agli agenti della Sicurezza importa molto di più la loro tutela giudiziaria, le garanzie che possano operare nei confronti dei terroristi avendo le mani più libere, con leggi e tutele diverse, senza il timore di venir posti sotto processo o alla gogna popolare per aver ferito qualche mariuolo, o non aver atteso a rispondere con l’assurda “proporzionalità” nei confronti di chi ha le cinture piene di tritolo ed è pronto per fare stragi! Quale proporzionalità esiste fra le armi e le intenzioni di un folle stragista e un poliziotto nostrano? Forse continuerà a vigere una in-giustizia così aberrante anche nei confronti di chi combatte i terroristi?
E’ altrettanto chiaro che con la paura sociale e la psicosi si và poco lontano; bisogna innanzitutto reagire e tornare quanto prima alle abitudini di sempre, essendo più saggi ed accorti  in ciò che si fa abitualmente, ma essendo consci del fenomeno jidahista che può colpire ovunque. Non si deve cadere nell’errore di fare una campagna islamofoba, né promuovere delle reazioni di isterismo collettivo antiarabo; neppure spenderci per tentativi di integrazione delle diversità a tutti i costi, perché devono essere loro stessi, migranti e non, quali cittadini onesti, rispettosi delle regole dei paesi ospitanti, a vivere e convivere civilmente, a prescindere dai credi religiosi: cioè farli sentire, e loro per primi devono sentirsi, cittadini come gli altri che condannano senza riserve il terrorismo, l’integralismo islamico che, però, fa stragi nel nome del loro Dio.
L’Occidente deve, senz’altro, raccogliere con fermezza e determinazione la sfida epocale lanciata dal terrorismo islamico; una battaglia a tutto campo da condurre dentro e fuori dell’Occidente stesso, consci che la paura và vinta, và sconfitta tutti insieme, cristiani, musulmani, ebrei… Perchè solo così si vince la guerra, ben consapevoli che, per contro, “chi ha paura muore tutti i giorni, e con essa la nostra libertà”.

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