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Immigrazione: Premiership Italia e ruolo navale nella lotta agli scafisti

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La tragedia immane avvenuta la settimana scorsa di fronte alle coste libiche ha sollevato, com’era logico  aspettarsi, una serie di critiche e polemiche secondo il costume italico, in cui l’ultima sentenza -si fa per dire- spetta sempre al solito gruppo del “Bar Sport”, con variazioni valutative che oscillano dai respingimenti fino all’accoglienza senza limiti.
Anche le opinioni e i loro piani di contingenza variano dagli interventisti e poco umanitari, fino all’accoglienza totale e la pietas; i primi  esortano ad una occupazione con boots on the ground, trascurando la mancanza di statualità in Libia, in qualche modo necessaria anche per combattere ISIS; altri che spingono per il  blocco navale  e magari aereo, senza rendersi conto che si tratta di una misura “di guerra dichiarata” e quindi non applicabile al caso. Infine ci sono “gli opposti” che hanno elogiato fin dall’inizio Mare Nostrum, assai più inclini all’accoglienza sia dei veri rifugiati, che di quelli non aventi legittimamente titolo.
Forse nel mezzo sta la soluzione più logica ed equa, purché non sia solo l’Italia a farsi carico di un fardello così pesante, sia per il controllo delle frontiere marittime del mezzogiorno, sia per assistere in termini di SAR quei poveracci imbarcati sulle carrette che altrimenti sarebbero destinati, in gran parte, a quelle drammatiche odissee già ripetutamente viste.
Pertanto, al fine di esercitare un maggiore controllo su quei famigerati scafisti, trafficanti di esseri umani accomunati anche normativamente ai pirati secondo la UNCLOS -la legge del Mare-, e  distruggere gli strumenti, cioè i barconi usati per il trasporto, l’Unione europea, pungolata in modo determinato e tempestivo dal nostro Premier, sorretto anche  dall’effetto emotivo internazionale che tale tragedia ha suscitato, ha approvato una linea d’azione comunitaria per la politica migratoria che è senz’altro da considerarsi, sul piano politico e con valenza internazionale, un indubbio successo. Che piaccia o meno ai diversi “pensatori”, il fatto che l’UE abbia condiviso, di incrementare l’operazione Triton -che resta pur sempre una missione di controllo, ma con ovvie ricadute anche nel compito SAR- triplicando i suoi assetti aeronavali e pure i relativi  finanziamenti, visti i chiari di luna precedenti, sono da considerarsi degli “achievements” sicuramente importanti. Di là del decalogo approvato dall’UE, a fronte della catastrofe occorsa, le coscienze sono state finalmente smosse e coloro che fino allora si erano mostrati indifferenti, se non ostili, hanno manifestato una concreta solidarietà per dare una mano all’Italia. Non è cosa da poco!
Inoltre anche le varie agenzie europee di polizia Europol, Frontex, della giustizia Eurojust hanno  fatto notevoli passi avanti con il coordinamento delle informazioni sui migranti al fine di aiutare chi chiede asilo politico, ma anche di espellere i non aventi titolo e stroncare il racket di quelle organizzazioni criminali che lucrano vergognosamente su quella piaga sociale. Di più; aver condiviso a livello comunitario la  proposta Italiana di fare una lotta senza quartiere ai trafficanti di esseri umani, con la distruzione dei loro barconi, pur  tenendo di conto degli obbligatori e preventivi  passaggi verso l’ONU -che dovrà emanare una Risoluzione che “copra” tali attività sotto il profilo dell’urgenza e del diritto umanitario internazionale, attesa la sovranità libica- tali risultati  si possono considerare, anche da parte dei soliti criticoni, certamente assai positivi.
Il diritto di critica oggettiva e costruttiva, in una società democratica come la nostra, è importante purché sia frutto di un’ aristotelica onestà intellettuale, e non faziosa a tutti i costi, alimentata spesso -come avviene sovente nel nostro Paese- da surrettizi schieramenti, ideologie o perfino populismi. La critica, se così intesa, dovrebbe essere il sale della democrazia con un confronto di opinioni e di culture che servono ad accrescere il sistema politico e di governo di ogni nazione; ma più delle opinioni che, se non imparziali e con l’intento di “costruire”, servono solo ad alimentare acrimonie sociali spesso ingiustificate e vane o per colpire ingiustamente alcuni, servono i fatti.
La strada per l’inferno è lastricata di opinioni malevole, mentre dovrebbero essere i fatti oggettivi a costituire l’ossatura e i punti salienti di una “main road” logica e corretta onde valutare l’operato dei leader nel loro insieme, con le cose buone e quelle meno.
Tornando quindi al nostro presente, pieno di incertezze con crisi di ogni genere che ci circondano, muoversi in quei mari tempestosi, tenendo fermo il timone per evitare derive, quando la guardia (al timone) va spartita con gli altri membri di una comunità (europea) non è certamente agevole, né da darsi per scontata. E’ forse facile, per il critico seduto su una poltrona, pontificare -e ne abbiamo ampi esempi negli insulsi talk-show che ci ammorbano quotidianamente- sulle scelte fatte, dimentichi di quanto scabrosa sia la nostra condizione di “prima linea geografica” nei confronti dei migranti e di quale e quanta sia la determinazione e la pervicacia da porre in atto per mettere insieme volontà e interessi diversi, per giungere a un buon e accettabile risultato nazionale, da tutti atteso. Nel caso specifico, mettere insieme le politiche dei Paesi dell’UE,  dei “grandi”, in particolare di Germania, Francia e UK che spesso vanno per la loro strada, non è così semplice, come criticare a tavolino. Non lo è stato nel passato, quando addirittura venivano indette riunioni o consigli straordinari anche assai importanti ed i nostri premier non erano neppure invitati a sedersi al tavolo; anzi, in alcuni casi erano perfino derisi per dei comportamenti etici che nulla avevano a che vedere con uno statista.
Di fronte alle emergenze che certo non mancano nel nostro Belpaese, bisogna riconoscere che  la nostra attuale  premiership è stata presente ovunque, da una sponda all’altra dell’ Oceano, dal sequestro del peschereccio nell’area Mediterranea del cosiddetto Mammellone, fino alla tragedia di quelle 900 persone naufragate di fronte alla Libia, cui ha fatto seguito il predetto Consiglio straordinario europeo, mettendo in secondo piano anche esigenze correlate alla campagna  elettorale, tuttora in corso. Oltre agli appuntamenti, spesso non programmabili, contano i fatti e i risultati: la oculata gestione dell’incidente del peschereccio siciliano con i risvolti delicati sia sul piano diplomatico che sociale  -e chi è del mestiere può ben comprendere- fino a quelli inerenti quel terribile fatto, il naufragio, affrontati entrambi con dedizione ed esempio, senza risparmiarsi.  L’esempio, fondamentale, soprattutto per i militari,  nel vedere in prima linea il Capo, seppure supportato egregiamente nel caso specifico dalla Marina con staff di prima qualità, professionalità e dedizione. Non si è perso tempo ad innescare l’Europa, e questi sono altri fatti; fatti non da poco, tenuto conto che l’UE è stata spesso poco sensibile ai nostri problemi migratori, con la proposta di incrementare la presenza navale congiunta in Mediterraneo per limitare le tragedie del mare: un passo importante, di là di certi distinguo che ogni Nazione può fare tenendo conto dei propri interessi nazionali. Più risorse navali in Mediterraneo costituiscono un bene per la collettività, vuoi per il controllo dei nostri “sconfinati” confini acquei, vuoi per l’eventuale impiego in compiti SAR, vuoi  come deterrenza sia nei confronti dello stesso attuale e abnorme flusso, vuoi infine nei confronti dell’ISIS. Ma, soprattutto per  aver approvato joint la mission primaria di distruggere i barconi ed arrestare -ove possibile- gli scafisti , privandoli del loro strumento primario, in un contesto che per molti versi è simile a quello non – statuale somalo: ciò limiterebbe i casi di quelle carrette che, piene di umanità disgraziata, prendono il mare, e dall’altra infliggendo un colpo ferale a quelle organizzazioni criminali  che ci lucrano sopra, sulla loro pelle.
Anche la tipologia dell’operazione potrebbe delinearsi, e  avere la fisionomia di quella attuata  da EUNAVFOR nel bacino somalo per il contrasto della pirateria, con la distruzione dei barconi nei porti, più che attaccarli durante la navigazione che potrebbe rivelarsi assai più delicato e pericoloso. La costituzione di due mini-gruppi navali, con forze del San Marco imbarcate, che orbitano davanti ai porti di Zwuara, Tripoli ed il confine tunisino da dove partono i barconi sembrerebbe  essere una buona soluzione.  Il concetto informatore di agire, quindi, contro i trafficanti è del tutto legittimo; sono coinvolti infatti non solo interessi nazionali, ma qui siamo di fronte ad una sorta di tratta degli schiavi, di traffico di umani, per cui non dovrebbero sussistere neppure tentennamenti da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad autorizzare l’ingresso nelle loro acque territoriali per perseguire tale fenomeno, così come fatto per le acque territoriali somale in cui, prima, i pirati si sentivano protetti nei loro “santuari” entro le 12 miglia. Potrebbero non essere escluse  anche pianificazioni di azioni lungo la costa condotte da elicotteri armati oppure con l’intervento di Forze Speciali direttamente in loco, ma sicuramente gli staff della Difesa avranno a disposizione tutti gli elementi per pianificare e condurre al meglio le diverse operazioni. In questo tipo di missioni, va riconosciuto, emergono le belle qualità intrinseche della Marina, del suo strumento aeronavale, flessibile per natura, efficace e non invasivo, e soprattutto dotato di quelle componenti aeree, anfibie, sopra e sotto la superficie, tutte con la caratteristica primaria dell’Expeditionary, cioè autonoma, snella e indipendente da altri vincoli: una Componente buona per tutte le emergenze, oltre ché per i normali compiti d’istituto; una Componente fatta di gente speciale, motivata, fedele con innato il senso del dovere e del sacrificio, tipici di chi va per mare e lo rispetta.
E’, quindi, auspicabile e essenziale che nella futura riorganizzazione delle FFAA, si valorizzi tale aspetto che costituisce un valore aggiunto tangibile, vitale per la nostra stessa sicurezza e difesa marittima, ma anche per l’approvvigionamento alimentare e delle risorse energetiche per l’Italia che in misura rilevante avvengono via mare. E’ sicuramente lo strumento che, anche in situazioni deteriorate come quello dei migranti, sa coniugare la sicurezza con l’umanità nell’ambito dello svolgimento di quella missione: la speranza che anche il Libro Bianco e le conseguenti modifiche ne tengano debito, per il bene e la sicurezza del nostro Paese.

Giuseppe Lertora

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