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Dalla Marcia su Roma a Dongo: la giustizia sommaria, il sangue dei vinti




Il tradito potrà anche essere un ingenuo, ma il traditore rimarrà sempre un infame!

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Questo sosteneva il Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, in carica dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Benito Amilcare Andrea Mussolini nasce a Dovia di Predappio, il 29 luglio 1883, ed è considerato all’unanimità uno dei personaggi più influenti e sicuramente discussi del secolo scorso. Già direttore del giornale “Avanti!”, fonda il PNF (Partito Nazionale Fascista), ispirandosi a forti ideologie nazionaliste ed estremamente radicali. In un contesto difficile per il nostro Paese, fa breccia nel cuore degli italiani tramite i suoi proclami e le belle intenzioni di voler cambiare una nazione già profondamente in crisi. Si rende artefice – ad onor del vero – anche di atti intimidatori e repressivi nei confronti di altre fazioni politiche e dei relativi esponenti, quali Matteotti. Agli inizi degli anni Venti prende con forza e determinazione il potere; piega alla sua volontà il Re Vittorio Emanuele III e si aggiudica il governo centrale. Il 28 ottobre 1922, alla testa di circa 30 mila irriducibili e affiancato da Italo Balbo, Emilio De Bono, Michele Bianchi e Cesare De Vecchi si dirige verso la capitale, in quella che verrà denominata la marcia su Roma; dopo di che, diventa il Duce d’Italia per oltre due decadi. Prima degli ultimi bagliori di comando del 1943, con la Repubblica di Salò, Mussolini è fino ai primi del 1940 tra i leader più indiscussi e indiscutibili nonché capo di uno dei regime più temuti dell’Europa occidentale. Benché uomo di non propria appurata democrazia è fautore di rinnovamento e ricostruzione nell’Italia del primo dopo guerra, conducendo il “bel paese” in una stagione di splendore e progresso sociale d’altri tempi. Istituisce scuole e previdenza sociale, effettua bonifiche e grandi opere strutturali, si dedica all’agricoltura e porta il culto dell’uomo “fascista” come esempio unico e raggiante per l’intera epoca fino al secondo conflitto. Con l’entrata in guerra della sua “amata” Italia, Benito Mussolini, la condanna definitivamente insieme alla Germania Nazista del Fuhrer. Ormai isolati e attaccati su più fronti e devastati dai 3 generali Sovietici (neve, fango e distanza), come già accaduto al Bonaparte, la caduta in pochi mesi è inevitabile. Tra il ’43 e il ’44 cede il suo potente alleato di Berlino, e con esso, capitola anche la sua osannata ed onnipotente leadership. Ormai in fuga con l’amante Claretta Petacci, il 27 Aprile del ’45, viene catturato da un gruppo di partigiani a Dongo, sulle rive del Lago di Como. Il giorno dopo, i due ostaggi vengono brutalmente giustiziati a Giulino di Mezzegra, unitamente ad altri 17 funzionari fascisti.
I loro corpi verranno poi appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, nella città di Milano. Era stato mandato il Colonnello Valerio su ordine del Comitato di Liberazione, a fronte di un rapido e quanto mai discutibile processo di condanna. Una giustizia piuttosto sommaria, non solo per lui, come poi ci racconterà lo scrittore Giampaolo Pansa, ma anche per molti altri ex sostenitori del vecchio regime. Lo volevano gli Americani, i veri vincitori e liberatori d’Europa, forse per fargli un equo processo come avvenuto a Norimberga per i gerarchi del Fuhrer.
Sia il Comitato di Liberazione (CLN) sia il “Colonnello giustiziere” lo sapevano ma non ne hanno tenuto conto. Vero è che quest’uomo si era macchiato di crimini piuttosto gravi ma era altrettanto sacrosanto una legittima valutazione da parte di un tribunale militare e/o di Guerra.
Il proclama di Amendola sulle colonne dell’Unità era stato piuttosto eloquente: “I criminali devono essere eliminati…. Pietà l’è morta!
Dopo 70 anni esatti da quell’epilogo ancora oggi, studiosi e storici discutono e si confrontano su quanto avvenuto a Giulino. Giusta quell’esecuzione avvenuta il 28 aprile e quelle epurazioni successive che si sono protratte non solo sulle rive del lago di Como ma anche in altri borghi dello Stivale?

Mirko Crocoli

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