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L’opinione: Lertora su libro bianco Difesa, il personale e la rivoluzione copernicana?!

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Le considerazioni a carattere generale sul Libro Bianco, contenute in un recente articolo all’argomento, hanno provocato  numerosi commenti interni ed esterni alla Difesa, dai social a cittadini normali, ed anche di chi porta –o ha portato-  le stellette, con toni assai diversi, ma che  si concentrano su due aspetti principali : il futuro del personale delle FFAA  e il riconoscimento della sua “specificità” , e la ristrutturazione dei Vertici con l’accorpamento globale delle funzioni logistiche, formative e finanziarie, ora  assegnate alle diverse  e singole FFAA. Con una certa sorpresa si riscontra un limitato interesse per le incertezze esistenti, per le minacce future,  e perfino per l’acquisizione dei mezzi futuri, mentre si punta il dito, nel bene e nel male, al personale.   Il comparto delle  risorse umane è, evidentemente, quello ritenuto più importante per la sopravvivenza stessa del nostro strumento militare, in un momento storico caratterizzato da forti  restrizioni economiche ed instabilità diffusa; è anche il settore per il quale si impongono scelte difficili, per ridare credibilità e dignità alla condizione stessa, ed atipica, del militare.
Le Forze Armate saranno composte da un numero assai più ridotto di effettivi, fino a ridursi nel 2024 a 150000 unità, permettendo così di spostare progressivamente risorse finanziarie dal settore del personale agli investimenti e, soprattutto, all’esercizio.  L’urgenza di tale  trasformazione impone provvedimenti straordinari, pragmatici e anche del tutto innovativi, compreso il transito di personale verso altri settori pubblici in sofferenza, prepensionamenti, collocazione in congedo straordinario con il cd. scivolo, per giungere in circa 10 anni ai nuovi equilibri  numerici, dei Marescialli in particolare. Le consistenti riduzioni di organici, secondo i dettami varati dal Ministro Di Paola col paradigma 50-25-25, – fra risorse da allocare al Personale, agli Investimenti e all’Esercizio- dovranno concretarsi con un taglio finale di 50000 unità, fra dipendenti militari e civili della Difesa: in sintesi uno strumento più ridotto, e anche più vecchio per l’assenza o quasi di nuovi reclutamenti.  Un provvedimento doloroso, certo, ma che avrebbe il pregio, seppure con un importante sacrificio che ricade direttamente sul personale, di permettere la chiusura in tempi brevi di enti e reparti non più necessari e di realizzare un recupero considerevole di risorse.
E’ necessario, quindi,  uno specifico  progetto di valorizzazione del personale che, oltre a essere la componente più colpita dai tagli, costituisce  l’elemento  centrale ed essenziale per mantenere  le eccellenze che contribuiscono a  formare  quella “consapevolezza” sociale , che è fra gli obiettivi del L.B.    In tale ottica va anche tenuto presente il vincolo del budget della nostra Difesa che è a livello di sopravvivenza, il più povero di quello delle Nazioni con cui ci vogliamo confrontare e cooperare, le quali hanno un bilancio rapportato ad un PIL che è mediamente il doppio del nostro.
In pratica, dovremo puntare sulla  valorizzazione del personale,  sulla loro “specificità”, sulla eccellente qualità di quegli organici così ridotti, che  dovranno essere di primo livello, ottimi professionisti, militari veri, motivati e consci di costituire le autentiche forze, flessibili e credibili, per la difesa e la sicurezza della nostra Patria e della nostra gente, e per la tutela degli interessi nazionali.
A onor del vero, nei lineamenti del L.B., si rinviene, seppure con molti interrogativi,  la ineludibilità di avviare un notevole processo in tal senso; alcune citazioni, nel confermare la credibilità riconosciuta  al nostro personale, pongono le premesse da sviluppare per la sua valorizzazione   ‘‘… le nostre Forze armate, sono un patrimonio che potrà essere valorizzato attraverso la coerenza nel tempo delle scelte politiche”, pur  a fronte, dell’indifferenza della nostra società per cui “ nel nostro Paese, purtroppo, manca una piena e diffusa comprensione di quale sia il costo da pagare affinché siano garantiti quei diritti cui tutti fanno costante riferimento e che trovano fondamento proprio nella nostra conquistata libertà”. Leggasi: siamo bravi, ma negletti dal nostro Stato; speriamo nella coerenza delle future scelte politiche!
Pertinente è, poi, il richiamo ai futuri compiti del personale “ .. la Difesa dello Stato.. ma  è  previsto, inoltre, ‘ il concorso’ con lo svolgimento di compiti specifici in circostanze di pubbliche calamità e in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza” con l’aggiunta che ci pare assai significativa per cui “ forniscono, a richiesta e compatibilmente con le capacità tecniche del personale e dei mezzi in dotazione, il proprio contributo nei campi della pubblica utilità e della tutela ambientale” con una declinazione di ulteriori  compiti sempre più diversificati e pertanto più vasti e complessi, ma del tutto inadatti alla sfera del militare. Leggasi: vi sarà richiesto non solo di difendere la Patria, e fornire concorsi per calamità ed emergenze, ma anche compiti sociali e ambientali, finora mai formalizzati!
“Esso quindi,( lo strumento militare), va preservato nella sua essenza, ovvero nelle sue istituzioni, nelle sue professionalità, nella motivazione del personale, nei suoi valori e nelle sue capacità fondamentali”, e quindi “  in relazione al possibile impiego dello Strumento militare nell’ambito dei futuri possibili ed in stretto rapporto a quanto prevede il dettato costituzionale e normativo, emerge la necessità di interrogarsi su quali saranno le indispensabili capacità umane, culturali e professionali che saranno richieste al personale militare e civile della Difesa e che ne caratterizzeranno lo status ed i percorsi formativi ed addestrativi”. E inoltre “ nella ferma convinzione che l’elemento umano è, e rimarrà centrale in ogni soluzione potenzialmente individuabile, appare ineludibile interrogarsi sulla coerenza, attualità ed economicità dell’attuale impostazione formativa, tecnico amministrativa e logistica correlata al personale, sui requisiti che la sottendono e sugli elementi di riferimento che dovranno guidare le future soluzioni operative” anche per una progressiva convergenza verso gli standard europei.
Leggasi: più valori, professionalità e motivazione del personale, con la revisione della formazione e dei requisiti, in un’ottica più integrata ed economica!
Quindi si arriva a un punto nodale della condizione militare così richiamata “ sebbene vincoli costituzionali delimitino chiaramente il perimetro del possibile in termini di status del personale militare, occorre comunque verificare se, alla luce delle nuove necessità, sussistano particolari esigenze da soddisfare e quali eventuali adeguamenti normativi possano da tali esigenze derivare. In tale ottica, appare centrale chiedersi se e come vadano affrontati temi quali quelli della “peculiarità militare”, della sua tutela e valorizzazione e dei vincoli di ordine umano e sociale che la stessa sottende. Occorre pertanto interrogarsi se la condizione di militare e le relative assolute peculiarità, anche di impiego e di stato giuridico, non possano essere meglio garantite e rese di maggiore utilità per il Paese riconoscendo a tale condizione una differenza tanto marcata dal pubblico impiego da superare il rapporto di genere e specie che, fino ad ora, ha condizionato entrambi i domini”. Fino ad arrivare ad allargare la problematica “ analogamente, le presumibili esigenze di adeguamento della struttura organizzativa e funzionale, anche in un’ottica di convergenza europea, avranno sicuramente un impatto su altre tematiche relative al personale, quali la strutturazione ordinativa, la “piramide gerarchica” e le correlate progressioni di carriera, la ripartizione tra le varie funzioni ed i livelli gerarchici del personale e, non ultime, le politiche salariali. Occorre verificare, inoltre, se le esigenze di utilizzabilità ed efficacia operativa, essenziali ad un modello professionale ed in una prospettiva di integrazione europea, possano essere garantite dall’attuale sistema di reclutamento, permanenza in servizio e progressione di carriera, che genera una elevata età media del personale, minore flessibilità di impiego ed operatività dei Reparti e costi complessivi elevati”.
Leggasi: si punti sul separare la condizione militare da quella della PA, rivedendo il reclutamento, la formazione, le carriere da ringiovanire, e il salario più adeguato ai compiti.
Lo svolgimento del compito non sarà per nulla facile anche per il raccordo interforze da un lato, e la prospettiva di convergenza con analoghi riferimenti europei; la certezza è  che si taglia il personale e il rischio è che, invece, si facciano voli pindarici, pure con i corretti riferimenti, ma che poi – come al solito-  per i vincoli connessi con la nostra burocrazia e leggi vigenti nell’ambito della nostra Pubblica Amministrazione, anche le migliori intenzioni si infrangono sulla richiamata “coerenza” dei governi a venire. E quindi che  tutto resti incompiuto, come la nostra storia insegna, poiché manca innanzitutto la volontà politica autentica, e forse mancano le risorse da assegnare ad un simile, ambizioso, ma giusto intendimento: il tentativo di enucleare le FFAA, il militare, dal resto del comparto pubblico , non è una novità, ma è comunque apprezzabile e del tutto logico,  per le ovvie differenze, vuoi per compiti, vuoi per specificità che il personale deve avere, sia per spirito di servizio che di sacrificio.
E’ infatti di tutta evidenza che il soldato non può essere che un “atipico”, abituato ai rischi ed al sacrificio in guerra, uno cioè che per vocazione o anche per condizionamenti ambientali è reso differente dal cittadino “tipico”. Il soldato è, in effetti, “l’uomo della crisi”, colui che quando tutti sono autorizzati ad avere paura, a fuggire dai pericoli, sa dominare la paura, non fugge, ma deve reagire. Se il soldato non è questo, cos’è? Forse il “lavoratore militare di cui vagheggiano certe persone, l’uomo cioè che regola la sua prestazione sulla remunerazione in moneta? Purtroppo questa sensazione non è del tutto peregrina; tale mercimonio, un male oscuro, strisciante  ha attecchito nelle FFAA ormai da oltre un ventennio con l’introduzione dello “straordinario” per i militari. Un istituto normale per i civili, con cui i nostri politici e intellettuali, e anche qualche militare di vertice, adottandolo, hanno cercato di nascondere  un pesante disagio di vita dei militari, e di esorcizzare il malessere, la malattia, e la magra busta paga con leggi –del tutto anacronistiche per la Difesa-  che assimilavano sempre più, con improprie commistioni, il  militare al civile. “Fare la guerra a tempo”, e se l’impegno quotidiano va oltre le 8 ore civili,  si viene compensati con danaro o con recuperi in futuro: una tragedia che ha toccato tutti i reparti, prima di tutto quelli operativi ponendo seri limiti alla stessa efficienza dello strumento militare. D’altra parte il taglio drastico dei ranghi può,quindi, apparire  un paradosso sul piano concettuale: ma se la Difesa, oggi, paga tanti straordinari per garantire una buona efficienza, significa che il personale in organico non basta e al lavoro ordinario della gente bisogna sommare quello straordinario. Allora delle due, l’una; o gli organici sono già oggi troppo striminziti e abbisognano di straordinario per fare i compiti d’istituto, e pertanto non si vede come possano ridursi, oppure se riduciamo i ranghi, dovremo razionalmente incrementare in modo iperbolico lo straordinario per far fronte anche a compiti più ridotti, e non già così più estesi anche nel “sociale e ambiente” come recita il L.B.  L’invenzione dello straordinario per il militare, propugnato da alcuni soloni, ha creato  una  forbice acrimoniosa fra i ranghi; alcuni “graduati”ne sono altamente privilegiati e assai di meno i bassi gradi ritenuti non pagabili e quindi mandati a casa in recupero, sottendendo così una loro palese inutilità nei reparti. Sarebbe stato assai più saggio dare un’indennità di rischio, di sacrificio più estesa e meno interpretabile, ma anche meno “civilizzante”, piuttosto che creare una mentalità di militare “a  tempo” che non giova a nessuno!.   Alla prova dei fatti risulta che alcuni Alti gradi, sono destinatari di una fetta cospicua dello straordinario assegnato, lasciando poche briciole ai sottoposti che sono costretti così  al “recupero”. Un cancro che ha attaccato soprattutto i neuroni della motivazione della gente con le stellette, che si è radicato soprattutto nelle nuove generazioni ,con una mentalità impiegatizia  distaccata ma attenta al denaro più che alla “mission” da un lato, e dall’altro con manifestazioni demotivanti della disciplina, del senso del dovere e del sacrificio, a fronte dei quali emergono sempre più atteggiamenti di contrasto, contenziosi, ricorsi anche temerari, quindi sintomi di sensibile disagio nei confronti dell’ Amministrazione  vista più che come ente identitario  di appartenenza, come area di lavoro, con un ruolo di matrigna, verso cui si può quanto meno mugugnare e polemizzare.
Un altro aspetto da considerare, oltre il nefasto “straordinario”, è quello della “sedentarietà” di una cospicua parte dei propri organici, soprattutto dei ruoli “non combat”.
Molte  sono – nei vari gradi, dunque  anche in quelli più alti – le “figure” che appaiono ben lontane, ad una anche superficiale osservazione da parte del mondo cd esterno, dall’evocare quella del “soldato”, del militare con la M maiuscola, suscitando, piuttosto, l’impressione di essere tanti “semplici” impiegati.
Un proliferante atteggiamento di silente ostilità verso “il piatto stesso nel quale si mangia”, la tendenza a “smarcare” molto tempo del proprio orario di servizio alla ricerca di “cavilli” grazie ai quali rivendicare diritti  “disdicevoli” per un militare, lo scellerato riconoscimento del “lavoro” straordinario, il poter beneficiare di un numero spropositato di giorni “a casa” sia date le esigue se non nulle possibilità di incassare le pertinenti indennità e sia per “riposi” e “recuperi” dei più svariati ed in alcuni casi per guardie e servizi similari, fanno del militare impiegato in ambienti non squisitamente “operativi” un “individuo” demotivato, che (una volta esauriti i giorni di assenza) magari arriva puntuale in caserma o al Ministero ma che altrettanto puntualmente fa ritorno a casa,  sminuito nei valori etico-morali, e che  non può accontentarsi della pacca sulle spalle.                             Se anche gli Ufficiali più anziani – persino Capi di Corpo – non rinunciano ai summenzionati benefici, pronti a presentar disinvoltamente domanda di “recupero” per assenze della durata anche di un mese, ciò significa che mancano persino i così preziosi buoni esempi per i più giovani. Addirittura c’è chi, rivestendo alti gradi, è arrivato a “monetizzarsi” gli straordinari e le ferie di “recupero” non godute, alla faccia del povero soldato che non ne ha mai potuto beneficiare!              Non ci si può quindi meravigliare se l’ampio tempo libero di cui gode il personale viene utilizzato  per dedicarsi a discutibili attività di lavoro esterne assolutamente e gravemente non compatibili con quella che dovrebbe essere l’esemplare figura del militare, con situazioni limite rispetto alle quali molto spesso chi avrebbe il dovere, la responsabilità e l’autorità per intervenire chiude colpevolmente gli occhi.
Di tale cattivo andazzo, di questo complesso male oscuro, le responsabilità sono lastricate nei decenni, a vari livelli, dal politico soprattutto, fino ai Vertici e comandanti  militari. Molto onestamente va detto che, nel tempo, le FFAA hanno finito per rappresentare un’istituzione al pari della  Scuola, della Sanità, delle Poste, delle ferrovie, ma nessun politico ha mai denunciato  la gravità di quel male e mai si sono levate voci se non per motivi fatui ed elettoralistici. Come per la “professionalizzazione”-rivelatasi poi monca- ma sbandierata  con la “sospensione della leva” dieci anni fa,  per compiacere pacifisti e mamme, all’equiparazione del militare con il lavoratore civile, e via dicendo. Troppo facile e riduttivo dire che è sempre colpa del politico, che comunque ne ha la responsabilità finale; va detto invece  che anche le voci delle massime gerarchie militari- a meno di casi davvero rari ed encomiabili- sono state sempre molto tenui  e modulate, quando non dettate da convenienze di carriera, non levandosi mai così in alto per difendere davvero  la truppa. Spesso l’approccio è stato quello di non disturbare il Capo, il Ministro tal dei tali, perché ben si sa che nella nostra cultura chi sostiene e dice cose “non allineate” al superiore, ed esercita un onesto diritto di critica ancorché costruttiva-  si rende quanto meno antipatico se non  inviso, ed alla prima favorevole occasione viene premiato con un bel movimento. Per questo c’è bisogno, oggi, prima di un’infelice deriva, di un cambiamento culturale e radicale, con il coraggio di fare una svolta seria; se si coglie l’occasione del L.B. ben venga : battersi per rivalorizzare, con onestà intellettuale, la dignità e l’onore del personale delle  FFAA, è cosa sacrosanta, anche perché in ultima analisi ne va della loro efficacia nel garantire la sicurezza di tutti.  E va fatto senza esclusione di colpi, con coraggio, sia all’interno che nella società  in cui si vive.
Va anche preso atto che, nel corso degli anni c’è stata una  sempre più pesante influenza di pacifisti e antimilitaristi, per i quali bastava invocare la pace per aver l’illusione di ottenerla, anche senza investire nella  Difesa: la “pace ottenuta gratis” era  diventato quasi un plagio sociale, pur a fronte  delle aumentate conflittualità nel mondo, molte delle quali ormai ci sono arrivate  particolarmente “prossime”. Non basta invocare e urlare che vogliamo la pace; per averla davvero non bisogna auto-convincersi solamente, ma ci vogliono degli individui che, all’occorrenza, combattano per averla, per mantenerla, anche  imporla con la forza, che piaccia o meno, come è avvenuto nei secoli. L’opera di annichilimento della ragione, dell’inutilità di  disporre di Forze Armate addestrate  e pronte, è stata estesamente praticata da molti in malafede, per tornaconto personale o di partito, da moltissimi per l’italica propensione a credere nel salvifico “stellone”.
Da tali incongruenze, peraltro ancora assai attuali, deriva la crisi d’identità e di efficienza delle nostre FFAA, mai prese in seria considerazione per quanto riguarda la loro capacità a fare la guerra ed assicurare quindi la pace, che vengono mantenute in vita come un ente dalla scarsa e incerta ragione sociale, in una sorta di cassa integrazione, finché non saranno gli eventi, quelli veri, a farci cambiare idea e a far correre i politici a “metterci una toppa”: ma potrebbe essere troppo tardi, perché FFAA credibili e addestrate  bisogna averle in tempo di pace, e non si costruiscono al momento dopo anni di dimenticanze, sottovalutazioni e tagli proprio nella loro efficienza, nel loro addestramento.
E’ un male serio, quello che abbiamo, quindi da curare; che non si risolve con i ben noti pannicelli caldi perché si tratta di mantenere la motivazione dei soldati che pian piano perdono la giustificazione ideale del sacrificio e dell’esclusivo servizio alla Patria, facendosi vincere dal lassismo, da un lavoro quasi inutile e incompreso, divenendo così semplici postulanti o contestatori.  E per combatterlo ci vogliono anche le risorse, economiche comprese.
Se le condizioni sono tuttavia tali che, oggi, mancano perfino i fondi per il mantenimento dei mezzi e l’addestramento del personale, che vengono “sforbiciati” per tamponare qualsiasi esigenza di altra natura, penalizzando di fatto la stessa efficacia dello strumento militare,  e le armi, le navi ed i velivoli che pur costando decine di miliardi non vengono usati e manutenuti, di quale progetto di efficientamento si può parlare? Di certo ciò induce un deperimento motivazionale del militare che  non riesce neppure ad accudire al bene assegnato. Se manca il combustibile per andar per mare e addestrare con regolarità gli equipaggi, oppure gli aerei non volano se non per brevi periodi, è pura illusione chiedere al momento dell’emergenza che gli uomini con le stellette facciano i salti mortali e recuperino le capacità perdute supplendo alle imprevidenze e alle  deficienze. Di più; è altrettanto illusorio pretendere, per esempio, che il marinaio faccia corpo con la sua nave, come deve, quando  naviga non più di ventiquattro ore di seguito per mancanza di fondi per il combustibile! Utopia o miscredenza perniciosa?                                                                                                                                     In questa nostra Patria dove generalmente tutto si riduce ad annunci o a bottega, i commenti e le opinioni di questo genere servono solo a infastidire i destinatari, i responsabili che, assai spesso, anche con una certa dose di cinismo e superficialità, ritengono che qualche revisione “copernicana” dell’organizzazione interna alle FFAA, con accorpamenti e sinergie faziose, accompagnata dall’applicazione rigida del regolamento di disciplina, e qualche soldo dato con provvedimento tampone per tacitare “la pancia”, possa rimediare a tutto.
Signori politici e parlamentari: non è così che si risolve il male oscuro delle FFAA; ci vuole ben altro di una riorganizzazione “ambiziosa” dei Vertici della Difesa per sanare tale comparto. Bisogna invece  ripartire dall’uomo, dalle sue motivazioni, dai suoi ideali, anche dai suoi bisogni perché deve vivere dignitosamente, e non come un cittadino di serie B, e neppure come un “lavoratore” con le stellette perché sarebbe fuori posto: lui non è un travet nullafacente, ma l’uomo della crisi, quello delle emergenze, colui col quale abbiamo sottoscritto una assicurazione per la nostra Difesa, per la nostra Sicurezza e perfino per la nostra libertà; il che a ben pensarci non è poco, ma almeno che si paghi scientemente il premio assicurativo dovuto, senza sconti estemporanei ed immotivati.
La professione del militare  non può essere assimilata, innanzitutto, ad un lavoro come tutti gli altri; è quindi saggio e giusto distinguere gli aspetti dei diritti fondamentali simili a quelli degli altri dipendenti pubblici e privati, da quelli della specificità inconfondibile del loro ruolo, proprio per rimarcare la sostanziale differenza in quel nucleo di valori, di doveri specifici “ulteriori” e di cultura, che sono peculiari del mondo militare.  Così come, fra le peculiarità va riconosciuto il disagio della mobilità che non può essere limitata; il pendolarismo con le famiglie lontane, l’assenza di  benefit compensativi; la mancanza spesso di un alloggio; la magra retribuzione che spesso non tiene conto dei rischi e dei sacrifici correlati, e via dicendo.  Non ultimo, in un serio progetto per la valorizzazione del personale, va rivisto integralmente il sistema di avanzamento e promozioni in cui, oggi, con un sistema valutativo sclerotizzato e indifferenziato ( tutti eccellenti!!), il merito spesso viene ad essere sorpassato dall’anzianità, o dall’anagrafe che la fa da padrona soprattutto negli alti gradi con l’attuale Legge d’avanzamento. Spesso si assiste a una serie di elogi ed encomi farlocchi e surrettizi che premiano più chi sta a corte, negli incarichi di staff a terra, gli yesmen, piuttosto che coloro che hanno rischiato continuamente la pelle nei teatri di guerra: ciò crea demotivazione, e chi glissa sulle destinazioni operative in prima linea che si rivelano, paradossalmente, non paganti ai fini della carriera, non ha proprio tutti i torti. Per alcune categorie come i Marescialli  esistono, poi, storture inaccettabili; carriere rapidissime nei primi dieci anni di servizio col raggiungimento dei gradi apicali, per poi appiattirsi nei restanti 20 anni privati di un qualsivoglia incentivo a migliorarsi, se non per motivazioni non connesse al loro iter, ma basate solo e soltanto sull’amor proprio e sulla loro dedizione. C’è molto da rifare, da ricostruire, anche a partire dalle origini, dai reclutamenti.
E , allora, quali sono i valori che il militare deve possedere quali prioritari e non negoziabili,  nonostante le generazioni attuali siano pervase da  una “liquidità”,  con una spiccata avversione alle regole, e  con la diffusione del nichilismo sociale?
Prima di tutto bisogna ripartire dall’onore! Che è un bene di natura morale, portato dentro di noi con più o meno intensità, e  significa fiducia, rispetto e stima che l’ambiente sociale conferisce ad un individuo che dia prova di onestà, coraggio morale, lealtà e dignità etica.
L’onore è un requisito necessario e primario; se si perde o viene minorato, per il militare è –e deve essere- un’infamia personale, che ha  conseguenti  gravi ricadute sul prestigio stesso delle FFAA.  Al di là dei provvedimenti giudiziari connessi con eventuali reati o misfatti, il militare che abbia compromesso gravemente il proprio  onore  non ha più diritto e titolo a permanere nei ranghi, neppure dopo aver espiato la pena comminatagli. Oggi, al contrario, prevale il suo diritto a riprendere il lavoro e, magari, dopo un certo periodo “sottocoperta”, viene riabilitato e  rivalutato negli avanzamenti in carriera, come se nulla fosse successo:  ci troviamo infatti  Ufficiali con la “greca” (Generali o Ammiragli) che hanno subito condanne, che hanno patteggiato fatti gravi e mortificanti, certamente disonorevoli, rientrati regolarmente ai reparti. Bisogna certo dare a tutti la possibilità di redimersi, ma a tutto c’è un limite: quale lealtà, rispetto gerarchico, fierezza e spirito di servizio potrà mai avere un mariuolo che ha rubato, che ha corrotto, che ha dichiarato il falso , e che in sostanza si è macchiato di reati contro l’onore? E in caso di guerra quale potrebbe essere la stima e la fiducia da riporre in lui come soldato sul campo?
Forse non è ben chiaro che il militare è un cittadino che ha più doveri,  e alcuni speciali, di tutti gli altri; non basta l’impegno ad essere un buon “civile” rispettando tutte le leggi di uno Stato, ma di tutelarne e salvaguardarne le Istituzioni anche col sacrificio della propria vita: è una condizione davvero particolare, esiziale, che configura un impegno “superiore”, nel rispetto di un codice d’onore che il militare non potrà mai scrollarsi di dosso. In altri termini bisogna restaurare con la massima severità quel codice d’onore militare che non può essere edulcorato né negoziato in funzione dei tempi e di un buonismo deteriore.
Poi, segue a ruota la disciplina che, anche nella formula del giuramento alla Repubblica, fa compagnia all’onore “servire con disciplina e onore tutti i doveri del mio Stato, a tutela delle libere Istituzioni..”, cioè della famiglia, della Patria.  E’ la vera forza di coesione di ogni collettività umana ed è perciò indispensabile  ad un organismo militare per dargli quella compattezza  solida  ed univoca sia materialmente che spiritualmente; essa ha un nemico subdolo che è l’egoismo individuale, sordo ad ogni richiamo  ideale e collettivo.
Pur avendo basi sostanzialmente comuni fra le diverse FFAA, l’attività tesa a sviluppare la disciplina nel militare ha connotati assai diversi; per esempio il sistema educativo per il personale della Marina deve essere molto diverso da quello usato nell’Esercito, poichè tende a sviluppare il senso della responsabilità individuale a fronte del fatto che  a bordo anche personale di truppa, per tacere degli Ufficiali, devono e possono agire singolarmente con una certa autonomia e perfino in locali completamente separati dai superiori. Da qui la formazione non può essere generica, integrata, ma deve avere una propria specificità di FA.
Bisogna pertanto chiarire, già in fase di reclutamento e pretendere  dopo, senza riserve ed in ogni circostanza  l’importanza della disciplina nel campo militare; essa deve essere intrinseca con la volontà di imparare, di osservare gli ordini e le regole, con consapevolezza e non con imposizioni. Non va confusa con la mera obbedienza spesso coatta , ma dovrebbe derivare dal consenso, dal sentire, dall’ adesione alle norme, alle rinunce, al sacrificio, anche se non esistono stimoli o costrizioni esterne: non servono sanzioni, ma è richiesto consenso convinto ed una autentica partecipazione spontanea. Se no il sistema disciplinare può divenire un inferno e l’individuo un vittimista piagnucolone, inutile come militare.
La disciplina deve avere a che fare con la convinzione, con la forte motivazione, con la consapevolezza e con il principio morale della responsabilità e del dovere; significa interiorizzare le regole che vigono nel mondo militare, dopo averle apprese e digerite, significa inoltre l’assimilazione convinta ed equilibrata dello  status particolare,  consci dei principi e dei particolari oneri insiti nella professione militare.   Si insegnano le regole della disciplina, ma  per la sua interiorizzazione conta molto  l’azione di persuasione, e ancor prima e soprattutto, quella ottenuta con l’esempio.
Fuori dalla disciplina emerge l’improvvisazione, il disordine, l’inaffidabilità con  effetti deteriori sulla coesione, sullo spirito di corpo e perfino sull’efficienza di un qualsiasi reparto, menomando quel sacrificio insito (da sacro) indispensabile per la difesa della Patria, con una inaccettabile frattura e squilibrio fra autorità e disciplina ed anche fra vincoli istituzionali e libertà individuali. Sta proprio nella totale e piena disponibilità al  sacrificio che risiede la specificità della mission del militare; sta tutto nella formula del giuramento in cui lo spirito di sacrificio sovrasta quello – pur encomiabile –  di servizio, richiedendo perfino l’estremo sacrificio, pur di difendere e tutelare la popolazione civile.
Bisogna che questi concetti non siano accertati in modo burocratico e superficiale anche nei concorsi di ammissione  per far parte della compagine militare, ma devono essere presenti nei concorrenti in modo eminente, almeno al pari di un buon voto di diploma, prevedendo seri, puntuali e rigorosi controlli soprattutto sul piano psicologico per capire le motivazioni reali, le aspirazioni e l’esistenza potenziale di quelle prioritarie qualità dell’essere, della dignità e dell’onore, della predisposizione alla disciplina ed all’adattamento a situazioni rischiose e altamente sacrificate. La ricerca del posto di lavoro di un giovane deve essere una condizione necessaria e più che comprensibile al giorno d’oggi, ma non è assolutamente sufficiente per entrare a far parte di chi serve la collettività in armi che abbisogna di quei valori predetti in modo rilevante, sui quali forse negli ultimi anni si riscontra una certa rilassatezza con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.  E Dio ci guardi dalle assunzioni a tempo determinato!
In sintesi , un qualsiasi progetto di valorizzazione del personale che è ineludibilmente connesso col L.B., dovrà innanzitutto rendere concreta la specificità del militare,  differenziandola da quella della P.A.  Dovrà quindi eliminare la nefasta norma sullo straordinario, prevedendo in alternativa una adeguata indennità di rischio a beneficio di tutti i militari per compensare il loro “sacrificio”, la loro mobilità, il loro particolare status.  Dovrà rivisitare i compiti assolvibili, non solo quelli della Difesa e Sicurezza,  stabilendo il personale necessario in organico nelle Componenti delle diverse FFAA, ma quelli ancillari sul piano sociale e ambientali che nulla hanno a che fare con lo status di militare, limitando ai casi di emergenza il loro intervento “tampone”, escludendo impieghi “permanenti” impropri come Strade sicure, guardie ai termovalorizzatori, ai punti sensibili e via dicendo, che sono compiti tipici di altri dicasteri. Dovrà essere rivisitato il sistema di promozioni e avanzamenti da basarsi sulla meritocrazia, e non sull’anzianità di servizio o anagrafica; inoltre chi si macchia di  fatti disonorevoli non potrà far parte della compagine militare e nei casi più modesti comunque vanno fermati nella carriera, senza buonismi.
Anche il sistema inflazionato delle note caratteristiche e dei relativi elogi ed encomi va rivisto, favorendo chi “combatte” e chi merita, stralciando gli encomi. Bisogna inoltre ritornare a dare valore a quelle qualità specifiche e tipiche del militare, dall’onore alla dignità, dalla disciplina al sacrificio- sacro che, soprattutto  nella fase di reclutamento – da mantenersi ambito FA di appartenenza, e non “ a tempo determinato”-  ma  anche nel corso della loro vita militare, vanno controllati con rigore  e  con apposite verifiche  con priorità sul piano psicologico e motivazionale, avendo gli strumenti ed il coraggio di allontanare chi demerita e chi ha messo a repentaglio l’onore militare ed il prestigio delle Istituzioni con le stellette.
E’, in sostanza, un’iniziativa lodevole, necessaria, che richiede forza , coraggio e coerenza:  se il Libro Bianco riuscirà a riconoscere la “peculiarità del militare” e a concretarla quindi secondo quel progetto di valorizzazione del personale sopra delineato,  la Difesa avrà fatto davvero una rivoluzione copernicana!

Giuseppe Lertora

 

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