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Nigeria, testimone fuggita da Boko Haram: “Ho visto le ragazze, sono vive”

nigeriaUn anno fa oltre 200 studentesse nigeriane di Chibok sono state rapite dagli uomini di Boko Haram, circa 50 di loro riuscirono a scappare, mentre delle altre si sono perse le loro tracce. Ma oggi una giovane, riuscita a fuggire dopo essere stata catturata dagli estremisti, sostiene di averle viste e che sono vive. Nel frattempo, alla vigilia del triste anniversario, gli attivisti per i diritti umani chiedono al governo di Abuja di trovare le studentesse, che, secondo l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein, potrebbero non avercela fatta.
Mentre allatta il suo piccolo con l’altra figlia di sei anni che gioca ai suoi piedi in un villaggio nella periferia di Abuja, la 23enne Liatu Andrawus ricorda quando gli islamisti l’hanno tenuta prigioniera l’anno scorso per sei mesi, chiedendole di rinunciare al cristianesimo, con la minaccia di ucciderla, e costringendola a sposare un militante.
A giugno, quando Andrawus stava andando dal suo villaggio, vicino la città di Gwoza, verso la capitale della Nigeria alcuni ribelli hanno aperto il fuoco, fermato la sua macchina catturandola. “Mi hanno portato nel loro campo nella foresta di Sambisa – ha raccontato la donna – mi hanno detto di convertirmi all’Islam, ma ho risposto di non essere pronta. Mi hanno chiesto quale tipo di morte preferissi, se venire fucilata o uccisa a coltellate”.
Gli uomini di Boko Haram hanno iniziato a chiamare la donna ‘Aisha’, come una delle mogli del profeta Maometto, e l’hanno costretta a portare il velo e recitare il corano. Dopo diverse settimane, Andrawus è stata portata a Gwoza, dove è stata costretta a sposarsi, contro il suo volere, con un estremista. La donna è quindi stata mandata ad una scuola islamica della città, dove ha incontrato le oltre 200 studentesse rapite. “Ho visto le ragazze di Chibok – ha raccontato – Quasi tutte sono state costrette a sposarsi e stavano in diverse case a Gwoza. Avevano un aspetto molto stanco”. Solo 13 delle giovani, ha precisato, non erano ancora sposate ed erano chiuse a chiave dentro una casa.
Andrawus è la prima testimone ad averle incontrate personalmente e per diverse settimane, tra ottobre e dicembre, le avrebbe viste quotidianamente a scuola. “Parlavamo sempre di come potere scappare, Piangevamo insieme, abbracciate e dicendo preghiere cristiane in segreto”.
La donna ha chiarito di non sapere cosa sia successo alle studentesse dopo che l’esercito nigeriano ha ripreso il controllo di Gwoza a fine marzo, ma suppone che siano state portate via dai ribelli tra le montagne di Mandera.
“Come genitori – ha detto da parte sua un rappresentante della comunità di Chibok, Hosea Habana Tsambido, all’agenzia di stampa dpa – crediamo che le nostre bambine siano ancora vive. Le nostre figlie sono ancora tenute in prigionia”. Nel sequestro, Tsambido ha perso tre nipoti e due loro cugine, tutte tra i 16 ed i 18 anni. Tsambido insieme a membri della campagna Bring Back Our Girls, lanciata per portare a livello internazionale l’attenzione su quanto avvenuto in Nigeria, stanno preparando una serie di eventi per commemorare l’anniversario di domani.
Gli attivisti stanno organizzando una marcia al ministero federale per l’Istruzione nella capitale Abuja ed altre distinte marce di studentesse dovrebbero tenersi in diverse città, tra cui Lagos. “Abbiamo l’esercito, abbiamo l’intelligence, la collaborazione con altre nazioni del mondo. Dobbiamo trovare le nostre ragazze di Chibok”, ha detto Oby Ezekewezili, responsabile della campagna Bring Back Our Girls.
Tra le altre iniziative, in Nigeria sono previsti incontri di preghiera nelle moschee e nelle chiese del Paese, letture commemorative nella capitale alla presenza del cardinale John Onaiyekan, arcivescovo cattolico di Abuja, e anche delle veglie notturne.
Mentre pochi giorni fa, la nigeriana Amina J. Mohammed, special adviser del segretario generale delle Nazioni Unite sull’Agenda Sviluppo Post 2015, parlando con l’Adnkronos delle studentesse rapite, ha detto di credere e sperare “che le ragazze siano ancora vive. Devono tornare a casa, dobbiamo portarle a casa”, l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha detto di aver ricevuto notizie secondo cui le ragazze potrebbe essere state uccise.

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