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Pirateria marittima: dopo oltre 4 anni tornati liberi altri marittimi prigionieri pirati somali

bandierapirataDopo l’ultimo rilascio avvenuto nel mese di ottobre del 2014 sono stati rilasciati dai pirati somali altri marittimi loro prigionieri. Si tratta di 4 marittimi di nazionalità Thailandese che erano trattenuti dai predoni del mare somali da oltre 4 anni.  I quattro, dopo tutti questi anni, hanno potuto finalmente riabbracciare i loro familiari che li aspettavano a casa. Essi facevano parte dell’equipaggio del peschereccio d’altura ‘FV Prantalay 12′  battente bandiera di Taiwan e catturato dai pirati somali nell’Oceano Indiano nel mese di aprile del 2010 mentre era impegnato in una battuta di pesca del tonno assieme ad altri due pescherecci, il  Prantalay 11 e il Prantalay 14.  La barca da pesca dopo essere stata catturata venne usata dai predoni del mare come nave madre fino a quando non è affondata nel luglio del 2011. Il peschereccio aveva a bordo un equipaggio di 24 marittimi di diversa nazionalità,  5 erano della Thailandia e 19 del Myanmar. Per il rilascio di questi lavoratori del mare e della nave come sempre venne chiesto, dai pirati somali, un riscatto milionario, circa 60 mln di dollari. Denaro che, come sempre in questi casi, le gang del mare tentano di estorcere agli armatori della nave catturata o ai governi dei Paesi a cui appartengono i marittimi membri dell’equipaggio della nave. Il fatto che questi marinai sono rimasti per degli anni ostaggi dei banditi del mare somali che li avevano catturati è la prova evidente che se non viene pagato un riscatto nessuno viene rilasciato. Se non ricevono una contropartita per il rilascio dei loro ostaggi i  pirati somali sono infatti, disposti ad aspettare anche degli anni come hanno ampiamente dimostrato finora. Quando ci sono stati dei rilasci di marittimi ha significato che è stato sempre pagato un riscatto. Tutti hanno pagato nessuno escluso anche se in tanti continuano a negare. Tra i tanti Paesi solo la Spagna ha ammesso di aver pagato un riscatto.  Però, capita spesso che gli armatori decidano di abbandonare navi ed equipaggio al loro destino. Non venendo pagato un riscatto per il loro rilascio i marittimi non vengono quindi rilasciati e rimangono in balia dei pirati somali subendo da parte loro angherie di ogni genere trasformando la prigionia in un vero inferno. In molti casi il dramma di questi lavoratori del mare si conclude con la loro morte. Ad essere abbandonate sono prevalentemente quelle barche per le quali gli Armatori non ritengono ‘valga la pena’ pagare un riscatto. La trattativa per il rilascio di questi  marittimi Thailandesi è stata condotta dal loro governo con l’ausilio del programma di sostegno ostaggi dell’ Onu, UNODC,  finanziato dal Gruppo di contatto per la pirateria al largo delle coste della Somalia. Con molta probabilità per il loro rilascio è stato pagato un riscatto, forse 150mila dollari. Altri 14 marittimi di nazionalità del Myanmar sono stati già rilasciati nel mese di maggio del 2011 con molta probabilità in cambio del pagamento sempre di un riscatto. Per altri 6 marittimi invece, la sorte è stata  più avversa. Essi sono infatti, morti durante la prigionia per malattia o annegati in mare. Dal 2008 ad oggi al largo della Somalia e nelle acque dell’Oceano Indiano in totale sono stati registrati almeno 500 attacchi contro navi mercantili di cui almeno 125 sono andati a buon fine. Il fenomeno oggi, sebbene i pirati somali siano ancora attivi, fa registrare una brusca frenata. Dai 736 marittimi del 2011, tenuti in ostaggio, come bestie in gabbia, dalle gang del mare che li avevano catturati insieme alle loro navi, si è passati, almeno ufficialmente, a poco meno di 40 marinai di diversa nazionalità trattenuti ancora dai predoni del mare e dalle 30 e più navi catturate e trattenute fino a qualche anno fa, attualmente, almeno ufficialmente, nessuna nave è trattenuta nelle loro mani. I marittimi che sono ancora prigionieri dei pirati somali sono di nazionalità dell’India, dell’Indonesia, della Cina, della Cambogia, del Vietnam e delle Filippine.

Ferdinando Pelliccia

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