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Novecento: 21 marzo 1980, lo sport olimpico vittima della guerra fredda




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Era il 21 marzo del 1980, un giorno apparentemente come tanti, quando arrivò l’annuncio shock di Jimmy Carter: gli Usa non avrebbero partecipato ai giochi olimpici di Mosca. A catena altre 65 nazioni di tutto il mondo si unirono e posero in opera la scelta statunitense. L’invasione in Afganistan da parte sovietica, considerata intollerabile dai principali Paesi dell’occidente, è il pretesto per coinvolgere, nel clima già teso di quegli anni, anche le attività sportive. Migliaia di ginnasti e atleti di Usa, Germania Ovest, Canada, Giappone, Emirati Arabi e perfino la grande Cina boicottano i XXII giochi Olimpici. Tutti a casa, anche parte della nostra compagine tricolore, ridotta sostanzialmente nel numero dei partecipanti. E’ un periodo bello sotto l’aspetto economico, l’inizio degli Ottanta, considerati i “magnifici”. Florido per gli alleati Nato, per i Pil che “viaggiano” fiduciosi e per la crescita; un po’ meno per quanto riguarda la tensione internazionale. C’è l’intransigente Leonid Breznev al potere centrale di Mosca; le attività di spionaggio e controspionaggi tra Cia, Kgb e Mossad sono intensissime: in America Latina, negli Stati Uniti, cosi come in Europa e soprattutto nella Polonia del colonnello Kuklinski, Lech Valesa e Karol il Santo. Poco più di cinquemila (pochissimi) i gareggianti di 80 Stati che non hanno aderito al blocco Usa. Quattro anni prima, in Quebec, un primo inizio di proteste si era ravvisato con l’assenza di 27 Paesi Africani, per via della questione sudafricana dell’apartheid, ma non certo un gruppo cosi imponente e consistente come quello venuto a mancare in URSS. Anni difficili nello scontro tra i due titani, dove oltre alle ideologie politiche, alle guerriglie militare nei conflitti “regionali”, alla corsa ossessiva al riarmo atomico, alla competizione spaziale e al braccio di ferro dei Secret Service, si aggiunge anche la “guerra” dello sport. Il medagliere olimpico è anch’esso motivo di sfida tra la Casa Bianca e il Cremlino, e a Montreal ’76 gli oligarchi esultano per il primo posto con ben 49 ori e 125 medaglie totali, seguiti a debita distanza da Germania Est e Stati Uniti.

L’Afganistan dunque, terra martoriata e fulcro di decisioni importanti ieri come oggi. Teatro di battaglie sanguinarie, prima con la guerra sovietico-afgana, poi, con quella angloamericana. Carter e il suo stato maggiore decide così di non partecipare e non far aderire gran parte dei suoi cari “alleati”, anche se non tutti seguono le direttive impartite da Washington. La Gran Bretagna ad esempio e l’Italia anche se decimata di presenze. La notizia data in pasto alla stampa 35 anni fa, congela definitivamente i rapporti già compromessi tra i due blocchi e da l’avvio negli anni a seguire al momento forse più duro della guerra fredda. L’ostinato perdurare del conflitto contro i mujaidin di Kabul fa inasprire le posizioni all’amministrazione americana a tal punto da prendere la drastica decisione. E’ Breznev in persona a presenziare il 19 luglio alla fastosa cerimonia di apertura presso il Grande Stadio Lenin, non curandosi minimamente di tali assenze. 5 lunghe ore di festeggiamenti, inni, saluti da parte delle autorità sportive internazionali e soprattutto sovietiche, per mostrare al mondo intero l’onnipotenza del grande regno della rivoluzione d’ottobre. L’esito naturalmente non può che essere scontato: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fa il pieno di vittorie; 196 tra ori, argenti e bronzi. Le “consorelle” Germania Est e Bulgaria, rispettivamente seconda e terza con 126 e 41 medaglie al petto. Nessuna bandiera nazionale per gli Stati come il nostro che gareggiano lo stesso in quei giochi; un’altra forma di protesta più mite rispetto agli Usa ma pur sempre solidale negli intenti. Diverse dunque le nazioni che aderiscono non con la propria bandiera ma sotto quella olimpica: Francia, Italia, Australia, Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Svizzera e San Marino. La bella e piccola Italia si attesta al quinto posto nella classifica finale, dopo Cuba, con 8 ori, 3 argenti e 4 bronzi; un risultato di tutto rispetto. La manifestazione termina il 3 agosto, con il saluto finale e l’arrivederci a Los Angeles… per i XXIII giochi.

Ma chi ci sarà in realtà in California nel 1984? L’invasione sovietica in Afganistan dura ben 10 anni, dal ’79 all’89, dunque nulla da fare. La storia si ripete, inesorabile.  Occhio per occhio, dente per dente o se preferite “chi di spada ferisce di spada perisce”, la legge del taglione e così, l’intero Patto di Varsavia (esclusa Romania) e paesi amici di Mosca non parteciperanno negli Stati Uniti d’America all’edizione successiva. Niente Los Angeles 1984 per Afganistan, Angola, Bulgaria, Etiopia, Ungheria, Laos, Germania Est, Polonia, Cuba, Cecoslovacchia, Corea del Nord, Mongolia, Libia, Burkina Faso, Vietnam e Iran.

Dal primo  “no” voluto da Carter nel 1980, al “no” sovietico del 1984 tanta ne è passata di acqua sotto i ponti: si insedia alla Casa Bianca l’attore Repubblicano Reagan e tra euromissili, scudi spaziali, manovre destabilizzanti nel vecchio continente, esercitazioni in grande stile e attriti diplomatici tutto precipita in breve e in pochi anni. Solo dopo l’avvento del buon Michail Gorbaciov al Cremlino, delle estenuanti trattative di Giovanni Paolo II e il crollo inevitabile del muro al centro della Germania, tutto finalmente si placa…

Ma a farne le spese per ben 3 edizioni consecutive (12 anni) da Montreal fino alla California passando per la capitale Sovietica, come al solito, sono stati coloro che non avevano alcuna colpa; gli atleti, gli uomini dello sport e tutti coloro che credono nei sani e sacri valori che magicamente trasportano in se i favolosi giochi olimpici.

Mirko Crocoli

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