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Novecento: febbraio ’45, Jalta e la fine dell’inferno

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Quella di Jalta datata febbraio ’45 è una delle uniche tre conferenze tra i grandi alleati del secondo conflitto: USA, Gran Bretagna e Unione Sovietica. Il Massone americano Roosevelt, il maresciallo Sovietico Stalin e l’intellettuale Churchill si erano già incontrati a Teheran (Iran), due anni prima. L’ultima, quella di Potsdam (Germania), tra Attlee, Truman e Stalin conclude nel mese di luglio, a guerra finita la “réunion” tra chi si è spartito l’Europa liberata. Quella in Crimea, a Jalta appunto, è da considerarsi la più importante sotto tanti aspetti. Ormai il Fuhrer è stretto in una morsa, e anche se in Asia, ad Iwo Jima e altre zone si combatte in maniera incessante con gli ostinati Samurai che non intendono abbassare la guardia, ormai, nel vecchio continente il dado è tratto. Si decide all’unanimità, in quella lontana residenza che era stata di Nicola II, per il voto democratico in tutti i paesi liberati dalla tirannia nazista, per il disarmo totale e lo smantellamento dell’esercito tedesco, per la spartizione “provvisoria” della città di Berlino occupata e per tutta una serie di accordi per Polonia, Jugoslavia, Romania e Bulgaria che in parte non verranno poi rispettati.
Momentanea dunque la divisione della Germania, così si disse in quell’incontro, ma oggi, a distanza di settant’anni esatti e con la storia del famoso muro di cemento armato ci siamo resi conto che non fu così. Molti storici considerano quell’incontro non soltanto tra i più significativi dell’intero secolo ma punto di inizio e preludio di quella che sarà poi definita la guerra fredda. Troppe concessioni a Mosca e inappropriata delicatezza democratica da parte di Delano e Winston secondo alcuni, benché l’armata rossa si era dimostrata disponibile al supporto per l’appoggio al conflitto in Asia, contro l’esercito di Hirohito. Sta di fatto che in quei giorni, i tre capi di stato, prendono decisioni vitali per l’intera umanità; sulla delicatissima questione “Polonia”, sempre al centro dell’attenzione sin dalle guerre napoleoniche, e – soprattutto – sulla necessità di creare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, cosa di non poco conto. Oramai, nel febbraio del ’45, le campagne d’Italia e di Normandia da parte degli Angloamericani sono nelle battute finali, l’avanzata verso il cuore del fuhrerbunker è inarrestabile e dalla parte orientale la grande offensiva dell’armata rossa sotto il comando di Zukov si appresta ad entrare in una Berlino praticamente in macerie. Sanno, i tre grandi, che i giochi sono fatti e danno l’avvio alla grande spartizione della vecchia Europa.
L’occidente, così come lo conosciamo oggi: Italia, Francia, Germania ovest, Spagna, Belgio e paesi nordici sotto il controllo di Washington e Londra, poi divenuta NATO, e l’ampia parte ad est, con Polonia, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria e tutta una serie di nazioni “satellite” sotto il ferreo comando di Mosca e della Lubjanka, quartier generale del KGB. A Jalta si decidono in comune accordo molte questioni, ma ben presto, già nel ’47, una paio d’anni dopo, di quelle piacevoli giornate e di quell’apparente consenso trilaterale, rimangono soltanto parole al vento. Quasi quarant’anni di “cortina” come la definì Churchill, un braccio di ferro durato decenni, con l’incubo atomico costante sulla testa di gran parte della popolazione mondiale. E’ vero che Jalta è stato l’inizio di un attrito durato fino al termine degli anni Ottanta ma è altrettanto sacrosanto che quell’incontro sancisce e rappresenta – nell’immaginario collettivo – la fine di un grande incubo di matrice nazifascist, per l’Europa, il mondo, gli Ebrei e l’intera umanità.
Onore dunque al buon Roosevelt, al caparbio e tenace Churchill e in forma diversa, all’intransigente Josef Stalin.

Mirko Crocoli

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