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Concordia e Sewol: due disastri navali, due pesi e due misure!

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La storia della marineria è costellata di esempi mirabili di coraggio, di nobili ed encomiabili comportamenti, di Capitani che, anche in spregio a qualsiasi pericolo, hanno salvato le vite umane dei passeggeri loro affidati in caso di sinistro navale, consentendo così di formare e tramandare una cultura, quasi un’aurea, con una figura del Comandante caratterizzata da grande spirito di sacrificio, da cavalleria e umana solidarietà, e da abnegazione.  Un dovere prima di tutto etico e morale, che domina sul resto e sostanzia la figura del vero Capitano. Tutti ricordano il Comandante Smith del Titanic che s’inabissò con la nave dopo aver messo in salvo i passeggeri, soprattutto donne e bambini, e sicuramente molti hanno vive nella loro memoria le imprese eroiche dei Comandanti della Regia Marina che si immolarono con le loro navi, dopo aver messo in salvo gli equipaggi, in alcuni casi anche avversari. Per contro bisogna ammettere che l’etica e il coraggio tipici del Capitano, sono stati drammaticamente assenti nei due più recenti disastri navali; infatti sia nel naufragio della Concordia che in quello del traghetto coreano Sewol, i loro meta-Capitani hanno inesorabilmente stravolto la tradizione  di rimanere fino alla fine sulla propria nave, abbandonandola: peraltro sia in Italia che in Corea ciò è reato, un crimine; addirittura nel Paese asiatico è  prevista la pena di morte.
Le tragedie navali, pur diverse nella nefasta dinamica degli eventi, hanno di solito in comune la primaria causa del fattore umano, un mix di superficialità e la negligenza. Quasi mai si dovrebbe addurre a motivi d’imperizia trattandosi di gente di mare professionista, che ha solcato a lungo i mari, superando tutte quelle ‘tappe’ fondamentali della carriera marinara e i relativi controlli periodici, fino ad assumere l’oneroso incarico del Comando di un bastimento. Tuttavia, dalle lezioni apprese, emerge un aspetto, nella figura dell’uomo più che del marinaio, non meno importante della mera professionalità, che non sembra particolarmente curato, valutato e controllato: il carattere, la personalità e la morale dei Capitani.
La scarna conoscenza e verifiche delle doti attitudinali sul piano psicologico dei Comandanti, possono nascondere forme di pernicioso egocentrismo, senso smisurato del potere e quindi l’abitudine  a comportamenti edonistici assai pericolosi. Che portano, inevitabilmente, a offuscare la percezione del senso del dovere, inteso come salvaguardia essenziale e a qualunque costo del proprio equipaggio, così come lo spirito di abnegazione e di sacrificio estremo cedono il passo, annichilendosi, ad infamanti comportamenti di mancata protezione e tutela dei passeggeri, in caso di difficoltà ovvero in condizioni di emergenza.  Sono questi degni di essere appellati come Capitani?
E’ ben evidente che prima di essere Capitani, e quindi buoni marinai e manager di una grande nave, bisogna aver consolidato ed interiorizzato  la figura ‘dell’uomo’, con tutte le qualità morali e di carattere necessarie per espletare al meglio tale arduo compito; il Capitano deve possedere in modo eminente tali doti umane, altrimenti è come aver costruito un bel castello sulla sabbia che alla prima vera prova, crolla miseramente. In altri termini il Capitano deve aver fatto proprie e interiorizzate nel tempo, quelle caratteristiche peculiari e fondamentali che lo rendono timorato del mare, delle norme naturali e giuridiche che lo regolano, della vita umana e quindi di Dio. In tutto il mondo, il Capitano di una nave oltre ad essere un ‘deus ex machina’ che tutto decide, è ‘un gradino sotto Dio’ , quindi un’autorità indiscussa, e nell’immaginario collettivo, la figura che proprio nei momenti di difficoltà rappresenta il coraggio e la capacità di prendere decisioni estreme. Ma, ahimè, non è sempre vero!
Gli errori umani che emergono da tali sinistri navali, fanno rilevare il mancato rispetto delle regole che il mare impone naturalmente, poiché sovrastate da forme di ‘guasconismo’ deteriore che, insieme con la negligenza, portano al naufragio. L’egocentrismo prevale sulla dimenticata etica della responsabilità finale  e perfino sulla professionalità dell’individuo, colpevole quindi di comportamenti ambigui e perfino codardi. Si arriva perfino a dimenticare, così, che è compito del Capitano, in caso di sinistro, abbandonare per ultimo il bordo, dopo aver prestato soccorso fino all’estremo sacrificio, a tutti i ‘suoi’ passeggeri imbarcati: non ci sono solo onori e luccichii nella vita di un Capitano, ma soprattutto oneri e grandi sacrifici, che piaccia o no!
E gli ultimi due gravissimi sinistri della Concordia e del Sewol lo confermano appieno; in entrambi ci si trova davanti ad un irriguardoso e guascone comportamento, in primis, nei confronti delle regole del mare e del buon senso: non ci si avvicina mai alla costa a velocità elevata -16 nodi- con una nave enorme per rasentare gli scogli e ‘farsi vedere’ con un inusitato ‘inchino’ a effetti speciali in un caso, e nell’altro non si accosta repentinamente con ampia barra del timone, in presenza di mare mosso, con un traghetto che trasporta un carico mobile di autovetture, camion, e quant’altro, che possono far sbandare pericolosamente fino a capovolgere la nave, già poco stabile di per sé e assai ‘gelosa’!
Per un normale equipaggio il superamento di tali problematiche deve costituire l’ABC del navigare in sicurezza; si tratta di buon senso oltre che di adesione a norme precise che un buon Capitano deve rispettare e far rispettare, prevenendo l’accadimento di situazioni anomale, senza poi ‘scaricare a massa’’ le responsabilità dei disastri che non possono onestamente ricadere sul timoniere che non ha compreso bene gli ordini, ovvero sul giovane Ufficiale di guardia in plancia: l’unico responsabile è, per definizione, il Capitano. E lo è tanto più, quando, nell’ evoluzione dell’emergenza, magari non ha assunto a tempo debito la manovra dell’Unità navale, e quindi abbandona la nave e la gente imbarcata al proprio destino, preoccupandosi di mettere in salvo la propria pelle dopo aver provocato la morte di parecchi del ‘suo’ equipaggio. Di fronte a tali comportamenti non ci possono essere scusanti, né giustificazioni infantili di sorta, ma è necessario che la giustizia, almeno quella, intervenga e faccia rapidamente il suo corso con sanzioni adeguate alla gravità dei casi e dei comportamenti.
Tuttavia anche in questo nefasto frangente l’Italia brilla per inefficienza; mentre i media riportano che il Capitano del Sewol, a seguito del sinistro avvenuto lo scorso Aprile in cui sono perite oltre 300 persone fra cui molti  giovani studenti, ha rischiato la pena di morte ed è stato condannato a 36 anni di reclusione, il Capitano della Concordia è ancora a piede libero, con 32 morti sulla coscienza, in attesa di qualche giudizio da quel disgraziato 13 gennaio del… 2012! Eppure il caso della Concordia non è certamente da meno, anzi; tra l’altro ha avuto un deteriore impatto mediatico, ampio e autodistruttivo per la stessa immagine della nostra marineria, ben superiore a quello coreano, chiuso  con un rapido giudizio nell’arco di sei mesi, anche con drastici provvedimenti istituzionali come la ‘demolizione’ della stessa Guardia Costiera da parte del loro Presidente della Repubblica. Da noi, dopo oltre  due anni e mezzo di balzelli, indagini e interviste, il Capitano anziché essere dietro le sbarre, gode della sua residenza dorata in quel di Meta di Sorrento, e viene sovente intervistato, ma anche invitato a tenere conferenze in qualche Università per insegnare l’arte del navigare e come gestire ottimamente situazioni di panico!
Solo in Italia simili indescrivibili e disgustose pagliacciate possono accadere!
E’ evidente la nuova debacle della giustizia italica che, ancora una volta, tentenna, rimanda e rinvia a tempi migliori la doverosa sanzione etica e morale, prima che giuridica, necessaria per riabilitare la figura dei veri Capitani, la nostra marineria e anche lo stato di diritto del nostro disastrato paese, ma soprattutto per la difesa del diritto di vita di quei poveri e ignari passeggeri che l’hanno inopinatamente perduta, grazie all’avventatezza di quei ‘falsi capitani’.

Giuseppe Lertora

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