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Novecento: nella testa del “Boss”

Trent’anni fa usciva il “Camorrista”, l’unico diario segreto della vita di un vero “Padrino”

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Ma chi è realmente un Padrino. Cosa passa per la testa di un uomo così potente. Hanno eserciti di migliaia di uomini, hanno supremazia assoluta, godono di una alone di mistero tra il diabolico e il mistico. Sono temuti e rispettati come Santi in Terra, si fanno chiamare “Don”, “Boss”, “Mammasantissima” o “Padrini”. Sono come Capi di Stato, e i loro “summit” segreti si equivalgono ai G8, per potere economico, militare ed influenza sociale. Hanno accresciuto il loro consenso tramite l’arma più efficace; l’omertà, il silenzio, il riserbo più assoluto. In molti casi hanno preso loro il posto dei veri governanti, la dove, nelle aeree più disagiate e meno abbienti, lo Stato era praticamente assente e/o compiacente. 40, 50, 100 mila voti in mano, e i politicanti sono schiavi di questi signori. Regni, piccoli feudi, vere e proprie roccaforti indissolubili dove quel Sindaco, consigliere o assessore è totalmente in balia del loro “sacro” comando. Sappiamo poco dei loro intimi pensieri, ma tanto delle loro gesta. Dopo il fenomeno del pentitismo conosciamo maggiori dettagli rispetto agli anni settanta. Joe Valachi, soldato della famiglia italo americana “Genovese”, comincia a parlare nel ’63, e annuncia clamorosamente al mondo il nome dell’organizzazione: si chiama “Cosa Nostra”. Poi è il turno di “Don Masino Buscetta”, il boss dei due mondi, che, nei primi anni ’80, si apre con Falcone e snocciola, come un Virgilio al suo Dante, tutti i particolari della struttura: attività, territori, mandamenti, nomi, cognomi e principali fatti delle cosche siciliane. A catena e a seguire il “tradimento” diventa per molti gregari, affiliati, capodecina e soldati, l’arma perfetta per salvacondotti e aiuti da strappare con l’inganno alla magistratura. Valachi è una piccola pedina, Buscetta siede ai piani alti ma non al vertice, e tutti gli altri, anche se uomini d’onore sono solo strumenti nella mani di un capo supremo che ordina e che fa tremare tutti. Ora sappiamo molte più cose sulle organizzazioni, questioni però tecniche e attinenti ai fatti, ma non la più importante, cosa realmente passa per la testa di questi Boss. Impossibile saperlo dalla bocca ben cucita dei Siciliani Liggio, Riina e Provenzano, o dagli altri Padrini dislocati nel sud Italia, negli anni d’oro. Perché a parte quella Siciliana, che non è l’unica e sola, c’è poi la N’drangheta, la Sacra Corona Unita, e, nell’area Campana la Camorra.

Ed è proprio quando si parla di Camorra, o di NCO (nuova camorra organizzata) che non si può fare a meno di pensare a lui, al più grande di tutti, a Raffaele Cutolo di Ottaviano, al Don per eccellenza, detto Vangelo, Sommo o meglio ancora, per il suo stile e la passione per la letteratura “Il Professore”. Era il 1984, quando il buon cronista d’assalto Giuseppe Marrazzo pubblicava il “Camorrista – Vita segreta di Don Raffaele Cutolo”, a tutt’oggi ancora l’unico vero diario sui profondi pensieri di un Boss. Una pietra miliare per gli appassionati e gli studiosi dell’argomento, ispirazione assoluta per Giuseppe Tornatore e Roberto Saviano, ricco di segreti, particolari, aneddoti personali, debolezze e crudeltà, ma anche un concentrato travolgente di sentimenti ed emozioni che fanno chiarezza su molti aspetti, soprattutto su ciò che passa per la mente di un uomo considerato il “Messia”. “Il Professore” era riuscito a concentrare a se un potere così grande, principalmente tra la povera gente e tra i galeotti, da far paura perfino alle istituzioni. “Per i miei seguaci, sono diventato un re, un santo protettore, un presidente della Repubblica, un mito. Le mie gesta, la mia vita sono state reinventate dalla fantasia del popolo fino a trasformarmi in una leggenda, in una divinità”. Si servirono di lui (politici e servizi segreti) durante il Caso del rapimento Cirillo. Aveva gran parte degli amministratori campani a libro paga e i penitenziari, divenuti la sua babele, fonte inesauribile per il reclutamento in massa nella sua NCO. Il carisma è la sua incredibile forza e la sua vita degna delle migliori sceneggiature. Nasce da famiglia poverissima nel 1941, figlio di un contadino, zappatore, onesto e di madre casalinga nelle campagne di Ottaviano. Entra da giovanissimo a Poggioreale, suo quartier generale per gran parte della sua carriera, ed è proprio li che dispensando consigli, regali e vicinanza alla povera gente accresce in maniera esponenziale il suo enorme consenso. Acquista il Castello de’ Medici di Ottaviano, con 365 stanze, come ama dire lui, una per ogni giorno dell’anno, da dove la sorella Rosetta, gestisce, controlla e impartisce gli ordini da lui emanati. Ama leggere ma soprattutto scrivere, e come ci racconta anche lui, proprio tramite questa suprema arte in un mondo di analfabeti come all’epoca erano “i carceri Campani”, è riuscito a creare un esercito di quasi 5 mila uomini, pronti alla morte.

“La grafomania è stata una delle forze principali della mia penetrazione nel mondo carcerario ed anche della mia affermazione. Grazie alla scrittura, avevo stretto contatti con detenuti di tutti i bracci…..”

Un via vai continuo ed incessante, dal suo parlatorio al braccio “Milano”, da Ascoli Piceno fino al super Castello in mano a Rosetta. Favori e aiuti d’ogni genere, fino a quelli più elementari; vestiti, saponette, orologi, vestaglie e beni di prima necessità. Ma il “Vangelo” di Ottaviano con fare astuto e pragmatico aveva le idee molto chiare, trasformare la micro criminalità Campana ormai allo sbando in una vera e propria macchina da guerra, un’organizzazione criminale delle più oliate e perfette: “Gli avrei trasformato la Campania in una roccaforte retta dalla Camorra, infiltrata in tutti i centri vitali, una Camorra ricca, potente, temuta”. 

Stringe rapporti con la mafia italo americana tramite la famiglia Gambino, entra nella “Milano da Bere” con il Boss lombardo Francis Turatello, si avvale dell’appoggio solidale dei colleghi della N’drangheta e all’apice del suo successo, la sua NCO, fattura miliardi di dollari. E’ grande mediatore tra lo Stato Italiano e le Brigate Rosse di Curcio e company, durante il sequestro Cirillo in cambio di un benestare che non arriverà mai. Sandro Pertini lo confina nel super carcere dell’Asinara e l’aria di tradimento comincia a farsi sentire. Ormai con il “Messia” in completo isolamento la sua organizzazione perde colpi e soprattutto la guerra interna con l’opposta fazione della Nuova Famiglia. La grande parabola è in fase discendente e il Boss dei Boss viene inesorabilmente abbandonato in regime di 41 bis. Il suo modo di pensare è “romantico” per taluni aspetti, riflessivo per altri… “Ci sono momenti in cui un uomo si sente profondamente solo di fronte al suo destino”, ma, come si addice a un vero Padrino, anche determinato e intransigente. In queste parole da lui lasciate 30 anni fa, ecco le due facce della stessa persona, il Robin Hood: “Io il denaro lo tolgo a chi in qualche modo lo ruba, agli sfruttatori, ai prepotenti, agli usurpatori. Non taglieggio l’artigiano o il piccolo commerciante. Ho sempre impedito ai miei di farlo e se qualcuno ha sgarrato, è stato punito, qualche volta anche in maniera molto severa. I nostri sono una specie di sequestri rivoluzionari. I terroristi l’hanno forse imparato dalla Camorra”. ..e il Boss:  “Quando non si arriva a convincerli con i Rolex d’oro, si interviene con la P38. Sono due mezzi parimenti efficaci, dipende dal carattere degli uomini da domare”.   

Ora, Don Raffaele Cutolo, “Il Professore”, alla veneranda età di 73 anni (che compirà tra poco i primi di novembre) dei quali gran parte trascorsi in cella, è rinchiuso nel suo silenzio assordante in uno dei tanti super penitenziari a regime di carcere duro… ma le pagine del suo diario, sono l’unica cosa che ci resta per approfondire, capire e addentrarci nella testa di un uomo che tutti chiamavano “BOSS”!
Mirco Crocoli

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