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Sud Sudan: tra massacri di civili e lotta per il potere si consuma una guerra rimasta nascosta agli occhi del mondo

map sud sudanIl Sud Sudan sembra non trovare più pace. Il neo stato africano è popolato da gente appartenente a diverse etnie. Si tratta di vere e proprie tribù da cui si distinguono per etnia quelle dei Ngok Dinka, che di fatto è la più numerosa e dominante, dei Lou Nuer, Acholi, Shilluk Kiir. Tra queste tribù è in corso una vera e propria faida, una vera e propria guerra interna nascosta che si combatte praticamente da sempre e che negli ultimi mesi è scoppiata in tutta la sua interezza. Tutto questo ha generato una vera e propria emergenza umanitaria. Il Programma alimentare mondiale, Pam, l’Unicef, l’Unhcr, l’Oim e l’Ocha ed altre agenzie umanitarie si sono mobilitate per fornire cibo, acqua ed altri aiuti.  Il peso maggiore è caduto sulle spalle dell’agenzia ONU per i profughi e i rifugiati, Unhcr, che è impegnata a sostenere, alla meglio, le migliaia di persone, almeno 800mila,  profughi interni che hanno abbandonato tutti i loro averi e le loro case nella speranza di sfuggire al dramma della guerra e rifugiarsi nei campi allestiti dall’agenzia ONU. Negli ultimi anni sono stati in migliaia le persone che hanno cambiato il loro status in profughi interni e rifugiati. Si stima che gran parte della sua popolazione sono ora profughi nei campi dell’Etiopia e del Kenya. Su una popolazione di circa 8 milioni di persone almeno 5 milioni si trovano al di fuori dei confini del Paese africano.  Oltre un milione solo negli ultimi mesi.  Purtroppo molte delle aree del territorio sud sudanese interessato dall’emergenza sono prive di infrastrutture è questo rende tutto più difficile per gli operatori umanitari. Ed è forse anche per questo motivo che si riesce a fare ben poco per i profughi. Molti di essi sono lasciati alla mercè dei miliziani armati dell’uno e dell’altro gruppo etnico che in quel momento ha il controllo della regione in cui si trovano i profughi e questo da vita ad episodi inenarrabili.  Purtroppo quanto accaduto in questi giorni dimostra che ormai l’escalation della violenza è ormai a livelli incontrollabili. Ieri, decine e decine di inermi individui sono stati brutalmente assassinati all’interno di un campo profughi a Bor nella regione di Jonglei, nell’est del Paese africano. A cadere sotto i colpi di miliziani armati appartenenti ad un gruppo etnico rivale che ha attaccato il campo profughi, sono stati donne, anziani e bambini appartenenti all’etnia Lou Nuer. Per loro nessuno scampo colpiti dalla furia omicida degli assalitori di etnia Dinka. Nemmeno l’ala protettiva stesa su di loro dai caschi blu della missione di pace ONU, la UNMISS, è servita a salvare loro la vita. Questi sono almeno 5500 peacekeepers dispiegati in Sud Sudan in base al Trattato di pace del 2005 firmato dopo decenni di guerra civile tra Nord e Sud. Quanto è accaduto ancora una volta ha fatto emergere l’aspetto più drammatico di questo neo stato africano ossia la guerra combattuta tra le diverse comunità al suo interno. Una guerra rimasta nascosta agli occhi del mondo, ma conosciuta dagli operatori umanitari che da anni operano in quella parte del mondo. Ancora una volta infatti,  l’origine di tutto è da ricercare nell’inimicizia tra le varie tribù di diversa etnie in cui si divide la popolazione civile sudanese ed in particolare quelle dei Dinka e dei Lou Nuer. Quindi, quello accaduto è un episodio legato alla lotta intestina combattuta tra le varie etnie. Il fatto però, è che stavolta questi scontri hanno generato un gravissimo evento che denota quanto la situazione ormai sia sfuggita di mano a tutti. Appare chiaro ormai che nessuno è più in grado di contenere le violenze, sia i soldati governativi sia i caschi blu dell’ONU.  La regione meridionale di quello che un tempo era un unico stato, il Sudan, e che da pochi anni, dal mese di luglio del 2011, è uno stato a se che si chiama Repubblica del Sudan del Sud, è ormai chiaramente insanguinata da scontri e violenze che hanno finito per sfociare nello scoppio dell’ennesimo conflitto inter-etnico in quella parte del mondo. Come sempre a farne le spese è l’inerme popolazione civile. Il Sud Sudan è sud sudanda sempre a maggioranza cristiana ed ha raggiunto l’indipendenza solo dopo mezzo secolo di lotta con il Sudan del Nord che è invece, arabofono e musulmano. Purtroppo come spesso accade, sconfitto il nemico comune che aveva unito nella lotta le varie etnie,  ora riesplodono in tutta la sua interezza le varie divisioni messe da parte durante il conflitto con il nemico comune. A causa di questa guerra ancora oggi gran parte della popolazione nel Sud Sudan pratica un’economia di sussistenza. Nel campo profughi di Bor sono ospitate circa 5mila persone. La maggior parte  di queste persone sono di etnia Lou Nuer. Si tratta di quella maggioritaria nella regione e nemica dei Dinka al potere invece, nel Paese. A questa etnia appartiene infatti, il presidente Salva Kiir  che nel mese di luglio scorso ha defenestrato il vicepresidente Riek Machar, un Nuer. Questo episodio è stata la scintilla che ha dato fuoco alla miccia che ha fatto detonare l’intero Paese dando vita dallo scorso mese di dicembre ad uno scontro aperto fra le due etnie che peggiora drammaticamente di giorno in giorno. Un sanguinoso scontro iniziato nella capitale Juba e poi, estesosi a macchia d’olio nel resto del Paese africano. Un chiaro segnale questo, del deterioramento del potere centrale fortemente minato dalla lotta per il potere. Una lotta lentamente trasformatasi in uno scontro etnico che ha per epicentro appunto la regione dello Jonglei. Causalmente si tratta dello Stato più grande dei 10 che costituiscono il Sud Sudan e dove vi sono i giacimenti petroliferi più ricchi del Paese il cui controllo è fondamentale per chi intende comandare nel neo stato africano.  Oltre al petrolio l’economia degli stati del Sud Sudan sono basate sull’allevamento e sulle risorse agricole.  Per cui le tribù che hanno il pieno controllo del petrolio sono considerate le più ricche e la ricchezza comporta poi, detenere il potere nel Paese. Proprio in questi giorni è in corso una vincente offensiva da parte delle forze ribelli fedeli dall’ex Vice Presidente Machar. I suoi miliziani in pochi giorni hanno già preso il controllo della città petrolifera di Bentiu, capitale dell’Unity State. Intanto, il presidente Kiir si sta fortemente armando nel tentativo di mantenere il potere a tutti i costi. Da più parti è accusato dello sfruttamento personale delle risorse naturali del Paese africano. Eppure la nascita della Repubblica del Sudan del Sud era stata salutata da tanti con enfasi e speranza. La speranza era che soprattutto si appianassero tutte quelle divisioni che fino ad allora avevano caratterizzato la quotidianità del Sudan quando era un solo stato. Ed invece, appena pochi mesi dopo, nel gennaio del 2012, scoppiarono, in alcune parti del Sud Sudan, i primi violenti e sanguinosi scontri inter-etnici contrassegnati, come sempre accade in quella parte del mondo, da massacri di gente inerme. Barbarie senza fine che anche allora si consumarono in particolare nello Stato di Jonglei. Allora però, a scatenare la furia omicida furono gli uomini di tribù rivali, allora quelle dei Lou Nuer che attaccarono l’etnia rivale dei Murle. In pochi giorni morirono in 3mila. La tensione nel Sud Sudan. negli ultimi mesi, è cresciuta in maniera esponenziale giorno dopo giorno,  innescata dai tanti atti ostili al governo di Juba forse anche alimentati dall’esterno. Da una parte si sarebbe l’asse Pechino –Kampala che appoggerebbe Kiir e dall’altra l’asse Washigton-Khartoum che appoggerebbe Machar. E’ chiaro che la vittoria dell’una o dell’altra parte comporterà un radicale cambiamento degli scenari e dei protagonisti nella vita petrolifera nel Paese. L’eventuale cacciata di cinesi favorirà di certo le società petrolifere americane finora restate ai margini. In questi mesi è stato lanciato anche un altro allarme. Diversi bambini sono stati uccisi durante i combattimenti di questi mesi in Sud Sudan. Gran parte di questi minori sono stati colpiti durante scontri a fuoco. Secondo l’Unicef ci sarebbero delle prove tangibili che tutte le parti del conflitto stanno reclutando bambini armandoli e addestrandoli al combattimento.

Ferdinando Pelliccia

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