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Storie di vita. Nel Libano in guerra

BEIRUTSettembre 1980, mi trovavo in Kuwait e dovevo spostarmi in Iraq ma, a causa dello scoppio della guerra con l’Iran e conseguente bombardamento di Abadan, a cui assistetti da lontano, dovetti rimandare il viaggio. La trattativa più importante del momento era in Libano, c’era la guerra, ma decisi di andare lo stesso, senza avvisare famiglia e ufficio, per non farli stare in pensiero.

Presi gli opportuni accordi con l’Agente locale, un vecchio amico e prenotai il primo volo per Beirut.

Atterrammo nel primo pomeriggio in una pista costellata di crateri di bombe di mortaio, mi dissero che nella notte l’avrebbero aggiustata.

Dopo un accurato controllo dei documenti, mi permisero di entrare; l’atrio dell’aeroporto era pieno di persone che cercavano d’imbarcarsi, l’agente mi aspettava e mi accompagnò nel suo ufficio, poco distante dall’albergo dove mi aveva prenotato, in riva al mare.

In ufficio, mentre bevevo il primo ottimo caffè, mi spiegò la situazione generale della guerra, le parti che si combattevano e i pericoli che si rischiavano. Lui era un cristiano maronita e la zona in cui ci trovavamo era controllata dalle milizie maronite. A un certo punto si alzò in piedi e mi diede un mazzo di chiavi: “Queste sono dell’ufficio, se ti sentissi in pericolo, vieni qui e prendi dall’armadio quanto ti farà sentire tranquillo”.  Aprì l’armadio a muro, dalla porta blindata, alle sue spalle: un primo colpo d’occhio mi mostrò il contenuto a mia disposizione, in una rastrelliera fucili con mirino telescopico, mitra AK 47, UZI, pistole varie, pugnali, bombe a mano, caricatori di riserva per tutte le armi, fondine per pistola e fodere per pugnali, chiedendomi nel contempo se ne conoscevo il funzionamento. Risposi positivamente.

Pensai che era un bell’inizio promettente della mia visita.

Mi accompagnò all’albergo, poco distante dal suo ufficio; era stato un albergo di lusso, di quelli dove c’erano, un tempo, gli spettacoli di danza del ventre, quando il Libano era ancora la “Svizzera del Mediterraneo”, com’era chiamata quando la visitai la prima volta.

Mi assegnarono una stanza al quinto piano con un balcone che si affacciava sul mare. Il viaggio e la tensione di trovarmi in un Paese praticamente in guerra mi avevano stancato, consumai una breve cena nel ristorante dell’albergo e mi ritirai a dormire.

Lessi un poco, come d’abitudine, ma non riuscivo a prender sonno, decisi di fumarmi l’ultima sigaretta della giornata sul balcone, al buio. Non erano passati cinque minuti che squillava il telefono, era il portiere che mi diceva in tono concitato di non fumare sul balcone, avrei potuto rimanere vittima di un cecchino! Rientrai velocemente al buio lasciando la finestra aperta, c’era caldo….

Finalmente mi addormentai. Dopo poche ore, fui svegliato da alcuni colpi sordi e da un tremolare dell’albergo, pensai a un terremoto, chiamai subito la portineria e mi dissero di stare tranquillo, l’albergo era stato colpito da alcuni colpi, ma la struttura era robusta, non era la prima volta.

Non ci furono altri colpi e mi addormentai, ero davvero stanco. Al mattino, all’alba, fui svegliato da un motore forte e da un colpo di vento che mi entrò nella stanza facendo sventolare le tende aperte. Pensai che pulissero il corridoio con un vecchio aspirapolvere rumoroso, ma il vento? Dovete sapere che ho l’abitudine di dormire come Dio mi ha fatto, aprii gli occhi e incrociai lo sguardo ghignante di un “marine” americano di colore che, con una mitragliatrice puntata verso me, dall’elicottero controllava l’albergo. Questo fu il mio buongiorno a Beirut. Uscendo, mi mostrarono la facciata posteriore dell’albergo, bucherellata.

Andammo a visitare il cliente alla periferia di Beirut, una vetreria, circondata da un muro e confinante con la campagna. Sul muro esterno si vedevano fori di proiettili sparati da un’arma leggera.

Mentre visitavo la fabbrica, il cliente disse una frase che da allora mi è rimasta impressa nella mente: “La Siria e Israele si stanno facendo la guerra e il Libano è il campo di battaglia!”

Pochi istanti dopo, un proiettile di mortaio esplose all’esterno, si gettarono tutti per terra, ma io rimasi in piedi, pensando che se fosse caduto dentro sarebbe stato troppo tardi, essendo esterno non successe nulla, ma tenni le orecchie tese, un altro colpo cadde vicino al muro, caddero alcuni vetri da uno scaffale, ero pronto a tuffarmi ma il bombardamento finì. Firmammo il contratto e ripartimmo.

Era impressionante attraversare Beirut, era pieno di macerie, ma mi fu detto che i libanesi ricostruivano di notte quanto veniva distrutto di giorno. Mi furono mostrate le rovine di un palazzo imploso, mi dissero che era una nuova bomba, che invece di scaraventare le macerie all’infuori, le fa cadere su sé stesse. Mi fecero anche vedere una strada stretta in cui gli israeliani avrebbero sparato un piccolo missile intelligente che avrebbe colpito, teleguidato, una finestra all’ultimo piano in cui dormiva un capo “hezbollah”.

Andammo in un bar centrale a bere un caffè, l’amico procurò di farci sedere con le spalle al muro, “non si sa mai” e mi raccomandò di tener d’occhio esternamente alle vetrate, qualcuno avrebbe potuto tirare una bomba. Pensai che volesse spaventarmi, ma la mattina dopo mi mostrò una foto del bar dov’eravamo andati, sventrato da una bomba mezz’ora dopo la nostra uscita!

Decisi di andare a Saida (Sidone), per strada incontrai ben 23 posti di blocco, di eserciti e gruppi diversi; fui fermato anche dai bersaglieri, uno di questi mi puntò il mitragliatore in mezzo agli occhi e mi chiese i documenti, non potei esimermi dal dirgli “Olio alla canna e lima il mirino”, scoppiò a ridere, conosceva la barzelletta, dopo le solite domande di rito mi lasciò proseguire, suggerendomi di stare attento.

In Libano non c’erano più clienti interessati alle nostre macchine, per cui decisi di andare a Damasco, un appuntamento a lungo rimandato. Chiamai i clienti al telefono che si dissero felicissimi.

Decisi di noleggiare una macchina, l’avrei presa all’aeroporto di Beirut e consegnata all’aeroporto di Damasco, il percorso non era lungo.

Imboccata la strada che risaliva la valle della Beqa, la via più breve per Damasco, dopo una curva fui fermato dal cannone di un carro armato israeliano che mi trovai davanti al parabrezza. Solite domande, soliti documenti, mi fecero scendere dalla macchina e mi scortarono alla tenda comando di fianco alla strada. Un gentile Capitano dell’IDF volle sapere gli affari miei e mi mostrò una carta militare appesa: era piena di bandierine, mi spiegò che erano le posizioni dei contendenti che si fronteggiavano: israeliani, maroniti, hezbollah, Al Fatah, OLP, esercito libanese e altri. Si udivano dei suoni sordi verso le montagne, mi spiegò che erano bombe, non tuoni, stavano combattendo e la mia strada passava proprio in mezzo. Mi disse che ero libero di proseguire o tornare indietro, i miei documenti non mi davano preclusioni.

Decisi di tornare indietro, anche questa volta saltai l’appuntamento a Damasco.

Sandro Emanuelli

 

 

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