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Scandalo esproprio monstre Tor Bella Monaca, in atti Campidoglio spuntano nomi personaggi coinvolti nel riciclaggio del tesoro dei Ciancimino

Dopo la condanna della Gestione Commissariale per il piano di rientro del Comune di Roma.

di Mario Correnti

campidoglio

Lo scandalo delle indennità di esproprio di Tor Bella Monaca si arricchisce di un nuovo, clamoroso capitolo. Dopo la pesante condanna inflitta alla Gestione commissariale per il Piano di rientro di Roma Capitale da parte del Tribunale di Roma (con la sentenza del 18 settembre 2013, e cioè il pagamento di un totale di oltre 13 milioni di euro a favore di Carlo Alberto Chichiarelli, titolare di una cessione di credito acquistato, con formale atto notarile, da una delle pro nipoti eredi del conte Romolo Vaselli, defunto proprietario dei terreni di Tor Bella Monaca), il commissario straordinario, Massimo Varazzani, nominato dal governo per ripianare il debito creato dal Comune di Roma fino al 28 aprile 2008, anche su forte spinta degli stessi vertici dell’Amministrazione capitolina, ha presentato oltre 50 pagine di atto di citazione in appello contro la sentenza emessa dal giudice Eugenio Curatola della 2ª Sezione Civile del Tribunale di Roma. L’obiettivo è quello di dilatare il più possibile i tempi rispetto all’inevitabile e onerosissimo pagamento del dovuto.

Massimo Varazzani fa appello

varazzaniL’atto di citazione presso la Corte d’Appello di Roma, predisposto dall’Avvocatura Generale dello Stato, è stato notificato il 28 ottobre 2013, oltre del termine perentorio di 30 giorni prevista dal Codice Civile (articoli 325 e 326) per le impugnazioni davanti la Corte d’Appello. L’udienza è stata fissata al prossimo 7 marzo. In quella sede il giudice di secondo grado dovrà stabilire se l’Avvocatura Generale dello Stato ha presentato in tempo il suo atto di citazione. In caso contrario, e cioè se il giudice dovesse stabilire l’oggettivo superamento del termine perentorio (più di un mese dalla data di notifica della sentenza), allora la causa decadrebbe automaticamente, con l’immediato passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, quella appunto che ha condannato la Gestione commissariale al pagamento degli oltre 13 milioni di euro in favore di Chichiarelli.

Questi gli antefatti. Ma dal fascicolo di questo vero e proprio intrigo politico-amministrativo conservato negli uffici del Campidoglio spuntano, dopo anni di insabbiamento, particolari inediti e inquietanti che legano la vicenda del pagamento delle indennità di esproprio di Tor Bella Monaca a nomi eccellenti della mafia siciliana, in particolare con il clan dei Corleonesi, con fiduciari della famiglia di don Vito Ciancimino e del figlio Massimo indagati per riciclaggio di denaro sporco.

Ma andiamo con ordine.

Muro di gomma in Campidoglio

Dopo aver sbattuto contro il muro di gomma dei vertici della Gestione commissariale e del Comune di Roma, stretti un abbraccio di ferro per evitare di ottemperare a quanto stabilito e ordinato dal Tribunale di Roma, al titolare della cessione del credito di una delle eredi Vaselli e destinatario del pagamento (Carlo Alberto Chichiarelli) non restava altro che mettere in mora le rispettive amministrazioni, notificando a tutti gli interessati copia della sentenza del 18 settembre 2013 e i relativi atti di diffida. Una di queste diffide è atterrata sulla scrivania dell’assessore al Bilancio e Razionalizzazione della Spesa di Roma Capitale, Daniela Morgante. Ciò è accaduto il 19 novembre 2013: neanche una settimana dopo la burrascosa riunione di Giunta durante la quale proprio la Morgante era stata di fatto esautorata dal sindaco Marinoignazio-marino attraverso la decisione di trasferire d’imperio tutti i poteri relativi ai pagamenti per i lavori di completamento della Metro C dal Dipartimento Risorse economiche al controllo del Dipartimento Mobilità dell’assessore Guido Improta. La Morgante, romana, 41 anni il prossimo 21 febbraio, avvocato, dal 2007 magistrato della Corte dei Conti, entrata nella Giunta Marino come assessore tecnico e di garanzia, percependo di essere stata brutalmente scavalcata ed esautorata per ragioni politiche, si alzava e se ne andava dalla Sala dell’Arazzo dove si teneva la riunione di Giunta, indignata e furibonda. Si apriva così un delicatissimo caso politico a soli cinque mesi dall’elezione di Ignazio Marino a sindaco di Roma. Il “Corriere della Sera” del 15 novembre 2013 titolava in questo modo «L’assessore Morgante “rompe” con la Giunta e scrive a Salvi: “Non firmare su Metro C”».
Il Salvi citato nel titolo è Maurizio Salvi, il ragioniere generale di Roma Capitale, già Comune di Roma, vaso di coccio tra vasi di ferro, spesso al centro di estenuanti bracci di ferro tra vincoli contabili e pretese politiche.

L’assessore al Bilancio “rompe” con la Giunta

In quei difficili giorni di novembre, carichi di tensione, Daniela Morgante, proprio mentre era al centro di questa delicata crisi politica capitolina e in piena frizione con le direttive del Sindaco e di una parte della sua Giunta, si è trovata con l’inaspettato compito di ricevere, leggere ed esaminare la disturbante diffida redatta dall’avvocato Carmelo Comegna sul mancato pagamento delle indennità di esproprio di Tor Bella Monaca. E non poteva peraltro sfuggire agli occhi esperti del magistrato contabile il fatto che quel documento conteneva alcune informazioni che, se confermate, avrebbero potuto essere potenzialmente distruttive per la sua carriera di giudice. Pertanto, all’assessorato al Bilancio hanno preso il tempo necessario per fare gli opportuni approfondimenti. E così, al termine dell’istruttoria, riesaminata l’intera vicenda, soprattutto alla luce della sentenza del Tribunale di Roma del 18 settembre 2013, l’assessore al Bilancio – il 12 dicembre dello scorso anno, neanche un mese dopo aver ricevuto l’atto di diffida – prende carta e penna e detta una nota di trasmissione. Una riga e mezza.

«Si trasmette in allegato, per il seguito di competenza, l’atto di cui in oggetto pervenuto a questo Assessorato il giorno 19 novembre 2013».

In tutto 23 parole. Tanto è lunga la missiva dell’assessore Daniela Morgante, indirizzata nell’ordine ai seguenti destinatari: al commissario straordinario per il piano di rientro di Roma Capitale Massimo Varazzani, al Ragioniere Generale Maurizio Salvi e al capo dell’Avvocatura Capitolina Rodolfo Murra, e per conoscenza al sindaco di Roma Ignazio Marino, al segretario generale Liborio Iudicello, all’assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo (nel testo della lettera della Morgante compare erroneamente invece il nome dell’assessore alla Mobilità Guido Improta, lapsus freudiano?) e al direttore del Dipartimento Programmazione e Attuazione urbanistica Anna Maria Graziano. Per alcuni, questa nota di trasmissione è piombata sulle loro pratiche come un’incudine lanciata dall’ottavo piano.

Il messaggio, seppur in apparenza criptico, è chiaro: procedete con quanto stabilito dalla magistratura.

“Qualcuno ha interesse a non effettuare il pagamento”

La lapidaria nota di trasmissione a firma Daniela Morgante e con oggetto “Pagamento indennità di esproprio delle aree in località Tor Bella Monaca, comprensorio E3 del PRG già di proprietà di Romolo Vaselli – atto di diffida del 19 novembre 2013 a firma dell’avv. Carmelo Comegna e del sig. Carlo Alberto Chichiarelli”, se letta con attenzione, può essere interpretata inoltre come una formale presa di distanze dal gruppo di potere che fino a oggi ha gestito e pilotato la pratica “Vaselli/Tor Bella Monaca”. D’altra parte, Daniela Morgante, fine giurista e magistrato contabile, sa bene che una parola fuori posto in un documento ufficiale, soprattutto quando tocca interessi, beni e denaro pubblico, può in qualsiasi momento trasformarsi in una buccia di banana se va bene o in un capo d’imputazione se va male.

Un passaggio della diffida, in particolare, deve aver allarmato l’assessorato al Bilancio. Questo: «In forza delle sentenze richiamate divenute definitive e dell’offerta reale accettata dalla Vaselli Emanuela, nessun dubbio vi può essere in ordine alla titolarità in capo al Chichiarelli del credito. Malgrado quanto sopra, codesta spettabile Amministrazione, piuttosto che prendere atto dell’avvenuta cessione di credito in favore del sig. Chichiarelli e procedere al pagamento in favore dello stesso, si è rifiutata di farlo. Inspiegabilmente, però, l’Amministrazione, per come riferisce il Chichiarelli, ha autorizzato con determina dirigenziale n° 311 del 4 ottobre 2006, a forma dell’Avvocatura, una transazione di pagamento in favore della cedente signora Vaselli Emanuela, così come con successiva determinazione dirigenziale n° 348 del 24 ottobre 2006, sempre a firma dell’Avvocatura, è stato predisposto il pagamento in favore della Vaselli, dell’importo concordato, di cui una prima tranche di euro 1.848.730,27 subito e una seconda tranche di pari importo entro e non oltre il febbraio-marzo 2007 (nella determina è indicato che la spesa grava per la prima tranche sul Centro di responsabilità 3GT PEG 2007 U2020DBF, vincolata alla risorsa E5031000LC01 – ORG). Il pagamento – prosegue l’atto di diffida dell’avvocato Comegna – è stato giustificato sul presupposto che l’Amministrazione si sarebbe cautelata, avendo la Vaselli prestato garanzia fidejussoria n° 606076 della San Remo Spa – Compagnia di Assicurazioni e Fidejussioni – in data 20 settembre 2006 valida fino al 20 gennaio 2008. Per fortuna dell’Amministrazione, poi, anche grazie a diffida del sig. Chichiarelli, la seconda tranche non è stata pagata. È inutile commentare il perché e il per come sia stato effettuato tale pagamento in favore di chi non era più titolare di alcun diritto e su una semplice fidejussione scaduta. Inspiegabilmente, però, l’Amministrazione e poi il Commissario straordinario hanno sempre opposto un rifiuto al pagamento in favore del reale avente diritto e cioè il Chichiarelli. È da presumere che qualcuno abbia interesse a non voler effettuare tale pagamento».

Quel granello di sabbia nell’ingranaggio

In affetti, Emanuela Vaselli, pro nipote del conte Romolo Vaselli, proprietario dei terreni espropriati dal Comune di Roma, il 29 dicembre del 2000 (con atto di cessione di credito stipulato davanti al notaio Paolo Girolami, repertorio n° 58606) aveva ceduto la sua quota di eredità (pari a un diciottesimo dell’intero asse ereditario) a Carlo Alberto Chichiarelli, al prezzo pattuito di 220 milioni di lire. La cessione di credito, così come riporta l’atto, veniva fatta sotto «l’espressa condizione sospensiva della definizione del riferito giudizio [la causa che si stava discutendo davanti al Tribunale Civile di Roma, ndr] dopo sentenza passata in giudicato che deciderà il quantum». Come abbiamo visto, il quantum (cioè l’importo che il Comune di Roma è condannato a pagare per l’indennità di esproprio) sarà definito proprio dal Tribunale di Roma in circa 44 milioni di euro (da rivalutare in base agli indici Istat dal 1° gennaio 2004 e maggiorare degli interessi legali dal 20 dicembre 1980) con sentenza del 26 aprile 2005.

Sarà questo il granello di sabbia che s’infilerà nell’ingranaggio dell’esproprio-monstre di Tor Bella Monaca, finendo con l’inceppare l’intero meccanismo.

L’interrogativo dell’avvocato Comegna, a questo punto, è il perno intorno al quale ruota tutta la vicenda: come ha fatto il Comune di Roma ad autorizzare il pagamento di 3.697.460,55 euro euro come indennità di esproprio equivalente a un diciottesimo dell’eredità del conte Vaselli e liquidare una prima tranche nell’ottobre del 2005 di 1.848.730,27 euro a Emanuela Vaselli se la stessa aveva ceduto il suo credito a Carlo Alberto Chichiarelli cinque anni prima? E soprattutto, come ha fatto il Comune di Roma a procedere con trattative separate con alcuni eredi Vaselli proprio mentre si stava celebrando il processo di secondo grado presso la Corte di Appello di Roma, chiamata in causa proprio da Chichiarelli per riformare la sentenza di primo grado del 26 aprile 2005?

Ma torniamo in Campidoglio.

L’esproprio di Tor Bella Monaca e la delibera 420 del 5 febbraio 1980

tor-bella-monacaGli addetti ai lavori hanno interpretato la nota dell’assessore Morgante in modo inequivocabile. Una manciata di parole per chiamarsi fuori, insomma, lasciando traccia della volontà di non essere in alcun modo coinvolta nella vicenda e per non rischiare di diventare complice indiretto di quei soggetti politico-amministrativi che in questi anni in Campidoglio hanno disegnato e dettato la strategia da seguire sulla controversa e delicatissima vicenda del (mancato) pagamento delle indennità di esproprio dei terreni di Tor Bella Monaca. Una storia che affonda le sue malate radici nel lontano 5 febbraio 1980, giorno in cui l’allora Amministrazione capitolina, guidata dal sindaco Luigi Petroselli (Pci), approvando la delibera 420 attuativa del Piano di Zona n° 22 (Piano di Edilizia Economica e Popolare che portò alla costruzione dell’attuale quartiere caratterizzato in particolare da una serie di fatiscenti torri di quindici piani che il precedente sindaco Gianni Alemanno voleva, a torto o a ragione, demolire e ricostruire, sulla base di criteri urbanistici opposti a quelli adottati negli anni Ottanta dall’amministrazione dell’allora Comune di Roma) disponeva l’inizio del procedimento di esproprio di una vastissima area edificabile a Sud-Est della Capitale (incuneata tra via Prenestina e via Casilina, fuori l’anello del Grande Raccordo Anulare, nel territorio dell’attuale Municipio VI) dell’estensione di oltre un milione e mezzo di metri quadrati in comprensorio E3 del Piano Regolatore Generale di Roma di proprietà degli eredi del defunto latifondista e costruttore romano, conte Romolo Vaselli, scomparso il 16 dicembre 1969 all’età di 87 anni. L’intricata vicenda – che il prossimo 5 febbraio “festeggia” la bellezza di 34 anni scanditi da intrighi, liti, contenziosi, citazioni in giudizio, processi e scandali – nonostante la disponibilità degli eredi Vaselli alla cessione volontaria delle aree a favore del Comune di Roma, previo aumento del 50 per cento dell’indennità provvisoria di esproprio (determinata all’epoca dalla Giunta Regionale del Lazio in oltre un miliardo e 600 milioni di lire, con decreto 2008 del 4 dicembre 1980), e la successiva stipula, con rogito del 5 ottobre 1983 (ben tre anni dopo l’avvio del procedimento di esproprio delle aree), dell’atto di cessione (per il prezzo di circa due miliardi e mezzo di lire), sin da subito si avvitava malamente sulla questione (peraltro ancora in essere) del calcolo e sulla liquidazione dell’eventuale conguaglio. Infatti, sia i Vaselli che il Comune di Roma, in sede di rogito, si riservarono il diritto di chiedere il conguaglio (più per i Vaselli che per l’Amministrazione capitolina) qualora fossero intervenute future norme che avessero in qualche modo determinato nuove o diverse misure di indennità. Questo passaggio era ed è il nodo centrale della vicenda poiché, a causa del mancato pagamento da parte del Comune di Roma del conguaglio richiesto dai Vaselli, questi nel 1989 furono ovviamente costretti a citare in giudizio l’Amministrazione capitolina. È inutile ora ripercorrere tutta la complessissima vicenda giudiziaria, peraltro già ricostruita in un nostro precedente articolo pubblicato proprio su queste colonne il 20 ottobre dello scorso anno (http://www.liberoreporter.it/index.php/2013/10/Speciali/trema-la-giunta-marino-scoperchiato-il-vaso-di-pandora-dellesproprio-monstre-di-tor-bella-monaca.html), ma vale la pena ricordare come, da un importo iniziale di un miliardo e 600 milioni di lire (grosso modo 826mila euro), già oltre otto anni fa, con sentenza del 26 aprile 2005 il Tribunale di Roma non solo accertava l’illecita occupazione del fondo di proprietà dei Vaselli e la realizzazione su quei terreni all’estrema periferia di Roma di opere di pubblica utilità da parte del Comune di Roma (ormai divenuto proprietario dei terreni), ma soprattutto determinava l’ammontare delle indennità di esproprio e di occupazione nella sbalorditiva somma di 43 miliardi 880 milioni 336mila 895 euro. E poiché il calcolatore degli interessi legali e della rivalutazione (che girano ininterrottamente dal 20 dicembre 1980 e dal 1° gennaio 2004: rispettivamente la data in cui il Comune di Roma veniva immesso nel possesso dell’area da espropriare e la data di riferimento degli indici Istat stabilita dal giudice Gennaro d’Anna nella sentenza di primo grado del 26 aprile 2005) non si ferma finché non vengono pagati i debiti, oggi la somma è ancora più esorbitante. Una vera follia, uno scandalo forse senza precedenti nella storia delle amministrazioni locali italiane per il quale mai nessuno ha pagato per i danni provocati all’erario, alla città, agli interessi della collettività. Ci sarebbe da domandarsi per quale motivo i cittadini romani siano costretti a subire addizionali Irpef e aliquote Imu fra le più alte d’Italia per cercare di colmare questa spaventosa voragine che ha, in larga parte, inghiottito i bilanci comunali e ha, di anno in anno, moltiplicato il debito accumulato dal Comune di Roma.

L’esproprio illegittimo e l’appunto dell’Avvocatura

Per avere un’idea del metodo adottato dagli allora amministratori pubblici, è sufficiente citare un passo della sentenza del 26 aprile 2005 con la quale il Tribunale condannava il Comune di Roma al pagamento della indennità di esproprio: «Pertanto, trovandoci di fronte a una vera e propria espropriazione di fatto (iniziata legittimamente e terminata in modo illegittimo), gli attori hanno diritto a ottenere il controvalore del terreno illegittimamente espropriato, secondo il valore di mercato al momento della costruzione delle opere e precisamente al momento della irreversibile trasformazione del suolo, oltre alla indennità pregressa». In poche parole, il Comune ha abusivamente espropriato terreni privati senza pagare ai legittimi proprietari la dovuta indennità di esproprio. Questa è “prassi” alla base dell’attuale voragine dei conti e del moltiplicarsi del debito del Comune di Roma. Oggi, gennaio 2014, nonostante parziali e controverse liquidazioni, l’ammontare che ancora deve essere corrisposto agli eredi Vaselli supera i 100 milioni di euro. Sul punto, ci viene in soccorso la stessa Avvocatura capitolina con un appunto interno di poco precedente la sentenza della Corte di Cassazione del 27 gennaio 2011 in cui Rodolfo Murra, l’attuale capo dell’Avvocatura, non solo ammetteva senza troppe reticenze che «Il Comune di Roma molti anni fa ebbe ad occupare vasti terreni siti in località Tor Bella Monaca, di proprietà degli eredi Vaselli, al fine di realizzare l’omonimo Piano di Zona per l’edilizia residenziale pubblica. Tale occupazione non si concretizzò mediante un procedimento espropriativo regolare, cosicché i proprietari ebbero a avviare un’azione per l’accertamento del loro diritto al ristoro da perdita di proprietà privata», ma poi aggiunge: «Dunque appare quanto meno opportuno attendere il giudizio di legittimità prima di accertare chi siano gli effettivi creditori del Comune di Roma (che nel frattempo ha stanziato, con apposita delibera n° 3 del 2009 del Commissario straordinario, una somma rilevantissima – pari a oltre 55 milioni di euro – per far fronte alla condanna), anche perché taluni eredi Vaselli hanno chiesto e ottenuto il sequestro di parte degli importi dovuti dal Comune in favore di chi non ha transatto (Christine Vaselli, Fabio Marenghi e Pietro Parisi, portatori di circa il 66% delle quote ereditarie)».

Il mistero della determina dirigenziale 311 del 4 ottobre 2006

Leggendo l’appunto dell’avvocato Murra si evince che gli eredi Vaselli si sono divisi in due cordate: una che ha proseguito imperterrita nell’accertamento giudiziario nei confronti del debitore Comune di Roma e l’altra che ha transatto con l’Amministrazione. Fra coloro che hanno raggiunto un accordo si scopre proprio Emanuela Vaselli, la pro nipote del conte Romolo che aveva ceduto la sua quota di eredità a Carlo Alberto Chichiarelli il 15 dicembre 2000. Da dove emerge questa notizia? Semplice, dalla più volte citata determina dirigenziale n° 311 dell’Avvocatura capitolina del 4 ottobre 2006 con oggetto “Autorizzazione a transazione causa Vaselli-Comune di Roma con la signora Vaselli Emanuela – Esproprio aree in Piano di Zona Tor Bella Monaca. Impegno fondi”. L’atto porta due firme: quella del capo dell’Avvocatura, Enrico Lorusso, e quella dell’avvocato Riccardo Mazolo, titolare della pratica. Ecco cosa si legge nel documento che autorizzava il pagamento a Emanuela Vaselli. La determina nelle premesse redatte dal capo dell’Avvocatura spiega come il Comune era stato condannato dalla sentenza del 26 aprile 2005 emessa dal Tribunale di Roma al pagamento dell’ingentissimo conguaglio dell’indennità di espropriazione e che «avverso detta sentenza il Comune di Roma ha proposto appello, con richiesta di sospensione di esecuzione, con atto di citazione notificato il 5 e 6 giugno 2006, con udienza fissata al 30 ottobre 2006». Poi, entrando un po’ più nel merito dei vari conteggi e importi da pagare agli eredi Vaselli, scrive: «secondo i calcoli del Comune di Roma, il debito complessivo dello stesso ammonta a euro 73.949.211,71 al 30 giugno 2006». E poi svela l’esistenza di trattative portate avanti proprio durante la causa di secondo grado: «Talune parti hanno manifestato l’intenzione di procedere a un accordo transattivo al fine di ottenere il pronto pagamento, rinunciando così a loro volta a proporre appello. Che a seguito di laboriose trattative, il Comune di Roma inviava agli eredi Vaselli, tra cui alla signora Emanuela Vaselli, proposta definitiva in data 2 agosto 2006 comportante il pagamento, a saldo, del 90% della somma di euro 73.949.211,71  pro quota ereditaria, a saldo, stralcio e transazione di ogni spettanza, compreso interessi e rivalutazione. L’importo di euro 66.554.290 sarà così corrisposto:

a)     50% con assestamento di bilancio 2006 (sett.-ott. 2006)

b)     50% con il bilancio 2007 (febb.-marzo 2007) sempre pro quota e senza ulteriori interessi e rivalutazione.

Che con lettera del 22 agosto 2006 dell’avv. Giorgio Ghiron, controfirmata dalla signora Emanuela Vaselli, la stessa, titolare di 2/36 dell’importo complessivo del credito, ha dichiarato di accettare la proposta così come sopra formulata, con un importo a suo favore di euro 3.697.460,55 (già ridotto del 10%) a condizione che vengano rispettati i termini di pagamento».

Nelle considerazioni finali, il capo dell’Avvocatura capitolina sentiva l’obbligo di citare il fatto che la signora Vaselli aveva, nel dicembre del 2000, ceduto il suo credito pro quota di eredità a Chichiarelli. Ma il ragionamento che l’Avvocatura fa in quel momento è tutto a favore della pro nipote del conte Romolo: «Non essendosi la Corte d’Appello ancora pronunciata in merito, è necessario che il Comune di Roma si cauteli ai fini del pagamento della menzionata sentenza, secondo i tempi e le modalità stabilite, mediante rilascio da parte dell’interessata di fidejussione bancaria o primaria Compagnia assicurativa per l’importo di euro 4.108.000,00 fino al passaggio in giudicato della sentenza riguardante la controversia con ilo sig. Chichiarelli circa la cessione di credito, in modo tale che in ipotesi di validità della cessione di credito a favore del sig. Carlo Alberto Chichiarelli, sia garantita la restituzione al Comune di Roma dell’intero importo, a semplice richiesta del Comune stesso e senza la preventiva escussione del debitore». Come volevasi dimostrare, sia la Corte d’Appello, sia la Corte di Cassazione e da ultimo di nuovo il Tribunale di Roma (con l’ultima sentenza del 19 settembre 2013) hanno confermato la validità della cessione di credito a favore di Chichiarelli. Tuttavia, la garanzia rilasciata dalla San Remo Spa (Compagnia di Cauzioni e Fidejussioni) il 20 settembre 2006 aveva validità fino al 20 gennaio 2008. Al danno la beffa, poiché anche la sentenza di secondo grado, emessa sulla materia dalla Corte d’Appello di Roma, è sempre successiva alla data di scadenza della garanzia fidejussoria tanto reclamata dall’Avvocatura capitolina: 30 giugno 2009. Ma tant’è.

Così, il 24 ottobre 2006, con determina dirigenziale 348 l’Avvocatura capitolina deliberava il pagamento della prima rata di 1.848.730,27 euro a Emanuela Vaselli, nonostante la causa pendente in Corte d’Appello e la cessione di credito a favore di Chichiarelli.

Domande senza risposta

Ma il punto è un altro. Come ha fatto il Comune di Roma a procedere con queste trattative durante il processo pendente davanti alla Prima Sezione Civile della Corte d’Appello? La risposta arriva dalla lettura proprio delle motivazioni della sentenza di secondo grado, del 30 giugno 2009: «Contro la sentenza n° 11026 del 2005 ha posposto appello principale Chichiarelli Carlo Alberto con atto di citazione a comparire all’udienza del 15 maggio 2006, notificato al Comune di Roma in data 1° marzo 2006 e, sempre in data 1° marzo 2006, notificato anche a Vaselli Emanuela. Ne consegue che per proporre a sua volta appello il Comune di Roma aveva tempo fino al 22 maggio 2006 (prima udienza utile successiva a quella indicata in citazione del consigliere istruttore al quale la causa era stata assegnata). Il Comune di Roma ha invece proposto appello soltanto in data 5 giugno 2006. E infatti – precisa il giudice – nel giudizio di gravame proposto dal Chichiarelli il Comune non si è costituito né prima dell’udienza del 22 maggio 2006 e neppure nel corso di tale udienza, al termine della quale è stato dichiarato contumace. Solo in data 5 giugno 2006, il Comune, anziché costituirsi nel giudizio promosso dal Chichiarelli, ha a sua volta notificato un autonomo atto di appello a tutte le parti del giudizio di primo grado. Tale appello spiegato dal Comune dopo il 22 maggio 2006 è dunque inammissibile perché tardivo». E qui arriva il punto nodale, un vero e proprio tecnicismo giuridico che ha permesso all’Amministrazione capitolina di intavolare una serie di trattative segrete con una parte degli eredi Vaselli: «Si è già chiarito in precedenza che a causa della tardività dell’appello del Comune di Roma e della conseguente inefficacia degli appelli incidentali tardivi proposti dalle altre parti (eccezion fatta soltanto per l’impugnazione proposta da Chichiarelli Carlo Alberto) la sentenza del Tribunale di Roma n° 11026/05 è passata in giudicato proprio nella parte in cui ha statuito l’esistenza e l’ammontare del credito di Vaselli Emanuela». Coincidenza, casualità? O premeditata causalità?

Le date parlano chiaro

Un dato di fatto resta incontrovertibile e insuperabile: l’aver accelerato il passaggio in giudicato la sentenza di primo grado proprio nella parte in cui il Tribunale di Roma aveva statuito l’esistenza e l’ammontare del credito di colei che – oltre cinque anni prima – aveva formalmente ceduto la propria quota parte di eredità a Chichiarelli ha permesso al Comune di Roma di procedere a trattative private con una fazione degli eredi Vaselli. Le date parlano chiaro. Gli atti conservati nel fascicolo dell’Avvocatura capitolina ci raccontano questa storia.

Per altro verso, il ragionamento centrale dell’atto di citazione in appello della Gestione commissariale avverso la sentenza del Tribunale di Roma del 19 settembre dello scorso anno (quella che ha riconosciuto l’assoluta validità della cessione di credito in favore di Chichiarelli e quindi la condanna al pagamento della quota pro capite già di Emanuela Vaselli da parte della stessa Gestione commissariale) verte proprio su questo punto. Leggiamo: «(questo è l’elemento importante e determinante dell’intera sentenza) che oramai si era formato un giudicato che aveva individuato inequivocabilmente i soggetti titolari del rapporto o meglio i soggetti che dovevano estinguere un debito e che dovevano incamerare un credito, e cioè il Comune di Roma e gli eredi Vaselli». E ancora: «A questo punto è altresì determinante ricordare che, nelle more del prefato giudizio di appello, Emanuela Vaselli, titolare di 1/18 della quota di esproprio, definì transattivamente con il Comune di Roma l’ammontare della quota di sua spettanza e ne ottenne anche il pagamento, sulla base delle determinazioni dirigenziali n° 311 del 4 ottobre 2006 e n° 348 del 24 ottobre 2006 cui seguirono i mandati di pagamento. Quanto testé riferito è estremamente importante perché – scrive l’Avvocatura dello Stato per conto della Gestione commissariale – con il pagamento da parte del Comune di Roma della indennità di esproprio ad Emanuela Vaselli, prima della definizione del giudizio di appello, veniva meno l’esistenza di ciò che aveva contribuito la causa del negozio di cessione di credito intervenuto tra la Vaselli e il Chichiarelli». Per l’Avvocatura dello Stato, questo è il punto centrale di tutta la complessa questione ed è anche il grimaldello col quale pesano di scardinare in appello la sentenza del 19 settembre 2013 che condanna la Gestione commissariale al pagamento di oltre 13 milioni di euro come indennità di esproprio a favore di Chichiarelli, riconoscendo valida ed efficace la cessione di credito della Vaselli. E quindi prendono sempre più importanza le due determinazioni dirigenziali dell’Avvocatura capitolina il 4 e il 24 ottobre del 2006, emanate neanche sei mesi dopo aver fatto dichiarare contumace il Comune di Roma nel giudizio di appello, non essendosi costituiti né prima né durante la prima udienza utile.

“Nulla osta alla cessione di credito”, poi il contrordine…

Tutto molto strano, considerato che la stessa Avvocatura capitolina, per mano dell’avvocato Riccardo Marzolo (lo stesso che poi tre anni dopo che predisporrà le due determinazioni dirigenziali di liquidazione della Vaselli) che firmava per conto del capo dell’ufficio, avvocato Gabriele Scotto, ancora il 23 gennaio 2003, circa la validità della cessione di credito di Emanuela Vaselli, metteva nero su bianco quanto segue: «Per quanto riguarda specificatamente la cessione di credito vantato per l’esproprio da parte di Vaselli Emanuela e ceduto al sig. Chichiarelli Carlo Alberto fin dal 15 dicembre 2000 si fa presente che, per questa Amministrazione, nulla osta alla predetta cessione». Non solo. Quando Emanuela Vaselli tentò unilateralmente di revocare la cessione di credito a favore di Chichiarelli, sempre l’avvocato Riccardo Marzolo per conto del capo dell’Avvocatura, Gabriele Scotto, inviava la seguente raccomandata come risposta alla diffida della Vaselli: «Con riferimento alla diffida in data 13 febbraio 2003, si fa rilevare che la stessa è priva di ogni valenza giuridica sia sostanziale che formale ai sensi degli artt. 1260 e 1264 codice civile». Insomma, essendo un contratto di natura consensuale, la cessione di credito non poteva essere revocata unilateralmente, quindi la revoca della Vaselli – per l’Avvocatura capitolina, alla data del 2 aprile 2003 – era priva di ogni efficacia e valenza giuridica. Tanto più che erano stati proprio Emanuela Vaselli e Carlo Alberto Chichiarelli, insieme, mettendo la loro firma sotto uno stesso anno, a chiedere al Comune di Roma – il 3 dicembre del 2001 – che venisse adottato «espresso provvedimento di adesione» alla loro cessione di credito. Più chiaro di così… ma poi qualcosa deve essere accaduto nelle segrete stanze del Campidoglio tanto da far cambiare radicalmente idea agli stessi vertici dell’Avvocatura circa la validità della cessione di credito della Vaselli.

“Laboriose trattative” con l’avvocato Ghiron

Pochi sanno cosa realmente è accaduto in quel lasso di tempo che va tra il 2 aprile del 2003 e il 22 maggio 2006 tanto da indurre i vertici del Comune di Roma (e soprattutto dell’Avvocatura capitolina) a capovolgere il loro parere su quella cessione di credito. Le uniche informazioni certe sono desumibili dalla determinazione dirigenziale del 4 ottobre del 2006, firmata dagli avvocati Riccardo Marzolo e Enrico Lorusso, che formalizzava l’autorizzazione e la transazione nella causa tra Emanuela Vaselli e il Comune di Roma, con il pagamento alla pro nipote del conte Romolo della quota parte di indennità di esproprio. «A seguito di laboriose trattative», così come riporta puntualmente l’atto dell’Avvocatura, il 2 agosto del 2006 (poco più di due mesi dopo che l’Amministrazione capitolina era stata dichiarata contumace dalla Corte d’Appello nel giudizio di secondo grado) il Comune di Roma inviava agli eredi Vaselli, tra cui a Emanuela Vaselli, proposta definitiva «comportante il pagamento a saldo, del 90%, della somma di euro 73.949.211,71, pro quota ereditaria, a saldo, stralcio e transazione di ogni spettanza, compreso interessi e rivalutazione».

Il fiduciario di don Vito Ciancimino
vito e massimo cianciminoIn nome e per conto di Emanuela Vaselli, la risposta con l’accettazione della proposta definitiva avanzata dal Comune di Roma veniva redatta dall’avvocato internazionalista Giorgio Ghiron e trasmessa con lettera del 22 agosto 2006. Ma qui spunta l’ennesimo mistero. Come faceva l’avvocato Ghiron a seguire la trattativa tra Comune di Roma e eredi Vaselli se – dall’8 giugno del 2006 – era agli arresti domiciliari perché colpito da ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Palermo Gioacchino Scaduto su richiesta dei pm della DDA Roberta Buzzolani, Lia Sava e Michele Prestipino, coordinati dai procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Sergio Lari, nell’ambito dell’inchiesta sul tesoro accumulato illecitamente negli anni Ottanta da don Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo? Tesoro, questo, che dopo la morte di don Vito (avvenuta a Roma il 19 novembre 2002) sarebbe stato gestito dal figlio Massimo (anche lui arrestato) e dall’avvocato. Ciancimino junior e Ghiron erano accusati di riciclaggio, reimpiego di capitali di provenienza illecita e fittizia intestazione di beni.

Il gip di Palermo, oltre agli arresti di Ghiron e Ciancimino junior, aveva disposto il sequestro di beni per un valore complessivo di diversi milioni di euro, tra cui uno yacht Itama 55 del valore di un milione e mezzo di euro. I finanzieri del nucleo speciale polizia valutaria e i carabinieri avevano accertato fino a quel momento investimenti di beni illeciti per 60 milioni di euro. Secondo gli inquirenti, Vito Ciancimino, considerato molto vicino a Bernardo Provenzano, già nel 1984 aveva intascato decine di miliardi di vecchie lire. Ma a quanto ammontasse il tesoro dell’ex sindaco di Palermo, fino a giugno 2006, era ancora un mistero.

L’avvocato Ghiron era legato a Vito Ciancimino sin dagli anni Settanta e in alcune vicende giudiziarie compare come il suo avvocato difensore. Nel luglio del 2005, a casa di Ghiron quando gli venne notificato il primo avviso di garanzia, i magistrati di Palermo durante la perquisizione trovarono la lettera-testamento di don Vito.

I “pizzini” di Provenzano e il tesoro dei Ciancimino

Il nome di Massimo Ciancimino era comparso in alcuni “pizzini” trovati nel covo di Bernardo Provenzano: si tratta di due biglietti, il primo del 1° ottobre 2003 e il secondo del 1° febbraio 2004, inviati dal boss latitante Matteo Messina Denaro al capomafia corleonese. Scriveva Denaro: «Uno dei figli del suo paesano morto, questo figlio sta a Roma». E ancora: «Questo figlio del suo paesano morto sa di aver rubato soldi non suoi e di sicuro si è divertito a Roma visto che abita là». Massimo Ciancimino, infatti, è stato a lungo residente a Roma dove viveva insieme al padre. Ciò che è emerso con evidenza è lo strettissimo rapporto che da sempre legava Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. «Un rapporto talmente stretto – scrivevano i magistrati – che quando suo malgrado Matteo Messina Denaro, solo perché richiesto da Provenzano, informa il capomafia che i 250 milioni che erano stati pagati dall’impresa esecutrice dei lavori e destinati alla famiglia di Alcamo, erano stati invece “rubati dal figlio del suo paesano morto”, si preoccupa del fatto che questa notizia possa costituire per Provenzano motivo di “mortificazione”». Un verminaio.

Possibile che in Campidoglio nessuno avesse letto questa clamorosa notizia, mentre l’Avvocatura capitolina procedeva con le «laboriose trattative» con alcuni eredi Vaselli? Eppure, la notizia che l’avvocato Ghiron, come fiduciario di don Vito Ciancimino, era indagato a Palermo era nota da almeno un anno e cioè dal 26 luglio del 2005, quando il “Corriere della Sera”, per mano di Giovanni Bianconi, pubblicava un dettagliato resoconto dell’indagine che vedeva coinvolti Massimo Ciancimino e Giorgio Ghiron.

Ghiron, poi condannato nel 2011 in via definitiva a cinque anni e quattro mesi di reclusione per riciclaggio, è morto a Roma venerdì 15 giugno 2012 all’età di 80 anni. La notizia del decesso è stata resa nota due giorni dopo dalla stampa palermitana.

La resa dei conti

Ora qualcuno dovrà spiegare come fu possibile che, tra il maggio e l’agosto del 2006, le «laboriose trattative» tra Comune di Roma e alcuni eredi Vaselli vedevano protagonista un avvocato indagato a Palermo per riciclaggio insieme al figlio di don Vito Ciancimino, agli arresti domiciliari proprio quando spedisce in Campidoglio la lettera di risposta con l’accettazione da parte di una delle eredi Vaselli dell’offerta definitiva relativa al pagamento dell’indennità di esproprio di Tor Bella Monaca. E la Corte dei Conti, da tempo al corrente sui retroscena di questo enorme scandalo, non ha nulla dire in merito?

 

 

 

 

 

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