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Pirateria marittima: fenomeno nel Golfo di Guinea sorpassa quello in Somalia

BANDIERAPIRATALa Pirateria marittima in Somalia è ormai un fenomeno che è secondo a quello in atto nel Golfo di Guinea. Il sorpasso è avvenuto dopo che nei primi sei mesi del 2013 nelle acque del West Africa si sono registrati almeno 50 attacchi pirati condotti contro navi commerciali di diversa nazionalità. A decretare il sorpasso è stato il fatto che almeno 30 di questi attacchi in mare sono andati a buon fine, mentre nello stesso periodo dell’anno al largo della Somalia non si sono registrati attacchi pirati rilevanti ne tantomeno navi catturateIl mare al largo delle coste occidentali dell’Africa ha quindi conquistato il triste primato di essere il nuovo crocevia della pirateria marittima internazionale. Come era stato per la Somalia, dove nei porti lungo le coste del Puntland le gang del mare avevano stabilito i loro covi trasformando l’area costiera in una moderna Tortuga, cosi è stato nel Golfo di Guinea. Ad essere ormai considerata a pieno titolo una moderna Tortuga è la penisola di Bakassi tra Camerun e Nigeria. La sua costa frastagliata e ricca di una fitta vegetazione offre un valido nascondiglio ai predoni del mare che vi hanno stabilito le loro roccaforti.  Il fenomeno, anche se le rivendicazioni sociali sono simili, è però, un tipo di pirateria marittima molto più violenta di quella praticata al largo dell’Africa Orientale. Un dato questo che sta prepotentemente emergendo specie negli ultimi mesi. Molti Paesi della regione hanno espresso preoccupazione anche per il tipo di armi utilizzate dai banditi del mare che risultano essere sempre più sofisticate. Con il passare del tempo si comincia infatti, a registrare un numero preoccupante di marittimi uccisi o feriti nel corso degli assalti pirati. Non ci si trova di fronte a dei pescatori somali trasformatisi in pirati per rivendicare i loro diritti, ma a dei veri e propri atti di ‘banditismo marittimo’ condotti anche da uomini armati fino ai denti e ben addestratiI pirati che operano nel Golfo di Guinea sono infatti, in gran parte guerriglieri nigeriani. Essi appartengono soprattutto al movimento di liberazione del delta del Niger, MEND. Le rivendicazioni del gruppo riguardano lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nigeriani ad opera delle multinazionali straniere e la mancanza di eque politiche di redistribuzione degli introiti sul territorio ponendo l’accento anche sulle pesanti ripercussioni ambientali che tutto ciò comporta. Intere aree vicino alla costa sono state infatti, ormai trasformate in acquitrini paludosi dove non è più possibile pescare o coltivare. Il fatto che nelle acque del Golfo di Guinea, un’area che copre una dozzina di Paesi, sono in crescita le azioni piratesche condotte dalle gang del mare, soprattutto nigeriane, ha conseguenzialmente portato ad un allargamento della ‘High Risk Area’. Come pericolosità e rischio, a causa della presenza di pirati, all’ormai tristemente nota area del bacino somalo e parte dell’Oceano Indiano sono stata aggiunte anche le acque del Golfo di Guinea e in particolare della Nigeria e del Benin. Una decisione dovuta al fatto che nel Golfo di Guinea e al largo delle coste del Benin nell’ultimo anno il fenomeno ha fatto registrare una forte recrudescenza.  Nel mare dell’Africa Occidentale l’attività piratesca, che dal 2009 era sostanzialmente stabile fino allo scorso anno, di pari passo al regredire di quella dall’altro capo del continente, ossia al largo della Somalia, è divenuta sempre più spregiudicata e agguerrita incentivata soprattutto dall’aumentare dei margini di guadagno a fronte di un rischio minimo e accettabile. Dopo che nel 2011 e 2012 si erano registrati dei consuntivi che denotavano un fenomeno ancora contenuto se non incerto. Nel 2011 su 237 attacchi solo 20 erano andati a buon fine mentre nel 2012 su 75 assalti solo 10 navi erano state sequestrate. Il fenomeno è poi, aumentato notevolmente nel 2013 con molta probabilità in conseguenza appunto del cambio degli scenari dall’altro lato del continente africano. Al largo del Corno D’Africa infatti, il contrasto armato al fenomeno prima e la difesa armata delle navi poi, hanno finito per avere ‘ragione’ dei pirati somali. Un fatto questo che ha portato in quelle acque, sebbene i pirati somali siano ancora attivi, appunto ad un significativo calo della pirateria marittima. Dai dati che emergono e che indicano che la pirateria marittima è in caduta libera al largo del Corno D’Africa probabilmente, mentre il 2011 era stato definito l’anno del picco, il 2013 sarà, con molta probabilità, l’anno invece, dell’azzeramento del fenomeno nel bacino somalo e Oceano Indiano. Come era accaduto per la Somalia pmappaGolfodiGuineaian piano, nel corso degli ultimi tre anni, anche nel Golfo di Guinea le tante gang del mare che vi operano ‘hanno preso coraggio’ mostrandosi sempre più audaci nel compiere le loro azioni piratesche. A dimostrazione il dato relativo al fenomeno nei primi sei mesi del 2013 con almeno 30 navi catturate rispetto alle 10 di tutto il 2012. Di certo non si tratta nemmeno di dati reali ma sottostimati in quanto come sempre avviene in casi del genere, e la pirateria somala lo dimostra, gli Armatori non denunciano i sequestri per timore dell’aumento dei costi specie assicurativi o perché la nave catturata trasportava un ‘carico illegale’. Si stima che questa omissione sfiori il 60 per cento dei casi. Un’omissione che è però, servita a poco. Un immediata conseguenza derivante dall’aggravamento della situazione nel Golfo di Guinea è stato proprio l’aumento, per gli Armatori, dei costi assicurativi. Fin dall’agosto del 2011 la maggiore compagnia assicuratrice mondiale, i Lloyds Association di Londra, ha definito le acque del Golfo di Guinea come grado di rischio pari alle zone di guerra. Un fatto questo che ha, ancora una volta, accomunato il mare dell’Africa Occidentale a quello dell’Africa Orientale. Infatti, in seguito, come avvenne nel 2007 per il mare della Somalia, questo ha comportato una forte impennata dei costi assicurativi per le navi in transito. I predoni del mare nigeriani a differenza dei loro cugini somali si sono limitati per un lungo periodo a sequestrare solo per un breve lasso di tempo, max 7-8 giorni, le navi che catturavano, per lo più petroliere. La loro era una sorta di ‘rapina a mano armata’ paragonabile ad un assalto alla diligenza nel Far West e non aveva alcun scopo estorsivo. Il sequestro durava giusto il tempo di derubare le navi del loro carico di carburante per poi, rivenderlo al mercato nero. Da circa un anno però, nel Golfo di Guinea con l’aumento degli attacchi pirati si è registrato anche un cambio di strategia da parte delle gang del mare. Un vero e proprio salto di qualità. I predoni del mare nigeriani ormai agiscono con modalità sempre più simili a quelle dei pirati somali come se avessero subito dei preoccupanti ‘innesti’. Nel senso che forse nell’ultimo periodo è avvenuta una sorta di migrazione di predoni dal mare del Corno d’Africa a quello del West Africa.  Al largo delle coste dell’Africa Occidentale i banditi del mare, a differenza del passato, quando colpivano le navi alla fonda nei pressi dei porti mentre erano in attesa di poter trasferire il loro carico di prodotti petroliferi lavorati a terra, ora stanno cominciando a colpire anche al largo, anche a diverse miglia dalle coste. Per farlo utilizzano imbarcazioni d’altura come ‘navi madri’ da cui poi, lanciare l’attacco con piccole imbarcazioni. Si tratta per lo più di barche da pesca sottratte a pescatori locali. Una novità questa, iniziata nel secondo semestre del 2012, che denota una pericolosa similitudine con quello in atto in Somalia. A preoccupare non è però, la similitudine che l’accomuna al fenomeno in atto in Somalia, ma la sua pericolosa evoluzione. Sembra che nel mirino dei pirati nigeriani non ci siano più solo le petroliere ma anche i marittimi che compongono gli equipaggi delle navi. Di fatto questi uomini sembra che siano visti, dai predoni del mare, come merce più preziosa del carico stesso della nave in quanto possono essere scambiati con denaro, molto più denaro. L’evoluzione del fenomeno vede quindi l’introduzione del sequestro di marittimi come scopo per richiedere un riscatto per il loro rilascio. Da rapina a mano armata quindi il fenomeno si sta  pericolosamente trasformando in rapina a scopo estorsivo. Un evoluzione che ha spinto i pirati nigeriani ad attaccare persino le imbarcazioni che si spostano da un punto all’altro della costa e adibite al trasporto di attrezzature petrolifere e di personale. Esse evidentemente sono considerate la migliore delle occasioni per procurarsi degli ostaggi. Inoltre, emergono dati che portano a credere che questo contesto favorisca il narcotraffico. Una situazione instabile e di pericolo lascia infatti, campo libero per il transito attraverso la regione della droga fino ai luoghi di smistamento. Si stima che un’alta percentuale della droga proveniente dall’Asia, almeno il 30 per cento, che ogni anno raggiunge l’Europa, transiterebbero proprio attraverso l’Africa. Il crescendo del fenomeno nel Golfo di Guinea viene letto in maniera negativa. Le economie dei Paesi dell’area, e non solo quelli costieri, dipendono fortemente dai porti e dalla sicurezza dei trasporti via mare. Inoltre, l’industria del greggio nella regione sta vivendo un periodo di forte sviluppo e l’aumento degli atti di pirateria marittima non gli giova per nulla. A rischio lo sviluppo e il futuro economico di molti Paesi della regione che hanno puntato tutto sulle loro ‘ricchezze’. La West Coast africana è ormai considerata il più importante hub per l’approvvigionamento di petrolio, metalli e prodotti agricoli per l’Occidente. La pirateria marittima a livello mondiale ha un costo per la comunità internazionale pari a circa 9 mld di dollari l’anno. Questo costo ricade sull’area del Golfo di Guinea per oltre 2 miliardi di dollari l’anno. Ad essere minacciati Paesi come Guinea Equatoriale, Nigeria, Togo, Ghana, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Camerun, Benin e Costa D’Avorio. Si tratta di produttori di petrolio ma, anche di Paesi che traggono proventi dalle tasse sui trasporti marittimi. Se il trend del fenomeno dovesse continuare nella sua salita in negativo quello che è considerato uno degli hub commerciale emergenti nel continente africano si ritroverebbe in serie difficoltà. La produzione petrolifera della regione raggiunge il 4 per cento della produzione mondiale. Per questo mare transita il 40 per cento del petrolio destinato all’Europa e il 30 per cento circa di quello destinato agli USA. La storia quindi si ripete e tra qualche mese o forse meno la comunità internazionale potrebbe ritrovarsi a dover affrontare in maniera preoccupante il fenomeno della pirateria marittima anche sul fronte occidentale oltre che orientale. Per combattere il fenomeno dalla fine del 2011 diversi Paesi del Golfo di Guinea hanno iniziato azioni congiunte per combattere il fenomeno. Non tutti possono però, opporsi al fenomeno. Tra quelli che hanno intrapreso significative iniziative figurano Nigeria e Benin. Questi due Paesi rivieraschi hanno avviato pattugliamenti navali congiunti al largo delle loro coste, ed hanno approntato anche una piccola forza aerea per il pattugliamento dall’alto. Un’azione la loro resa però, inefficacie a causa di un cattivo coordinamento e una scarsa collaborazione degli altri Paesi. Molto spesso le autorità locali sono colluse con le gang del mare. La lotta alla pirateria marittima, come la Somalia insegna, deve essere condotta in maniera decisa e oltre tutti i Paesi della regione coinvolta deve implicare anche la comunità internazionale e tutto deve avvenire prima che sia troppo tardi. La questione è stata messa in essere dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il 14 agosto scorso l’organismo internazionale ha invitato i Paesi e le organizzazioni regionali del Golfo di Guinea a cooperare strettamente tra loro per svolgere un ruolo più deciso nella lotta contro la pirateria marittima. Secondo il Cds ONU è nell’impegno comune la via da seguire per elaborare una strategia di prevenzione e di lotta contro questo fenomeno. Nel contempo, come era avvenuto in Somalia ha rivolto un appello affinché i vari Paesi della regione possano definire la pirateria marittima come un atto criminale e assicurare alla giustizia i responsabili di questi atti, ai sensi del diritto internazionale. Inoltre, come avvenne per la Somalia la gravità della situazione ha già spinto diversi governi regionali a chiedere il sostegno di Francia e Stati Uniti, che hanno messo a loro disposizione navi da guerra per pattugliare la vasta area interessata dal fenomeno e istruttori per formare le guardie costiere. Purtroppo nel mare al largo delle coste occidentali dell’Africa nemmeno il ricorso alle guardie armate a bordo delle navi sta riuscendo a tenere lontano i pirati nigeriani. La determinazione degli assalitori e la violenza durante gli assalti risultano essere incontenibili anche per i più esperti Security Contractor.  Nei giorni scorsi il presidente dell’Angola, Josè Eduardo Dos Santos ha lanciato un appello affinchè la Commissione del Golfo di Guinea, Cgg, organismo che riunisce i Paesi dell’Africa subsahariana affacciati sull’Atlantico, venga aperta ad altri Paesi in modo da poter rafforzarla e allargare anche il fronte anti pirateria marittima oltre quello contro il traffico di droga, di armi, di organi e di esseri umani.

Ferdinando Pelliccia

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