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Cosa resta delle fondamenta della Repubblica italiana? Intervista a Cesare Pinelli

Verso il 2 Giugno 2013 – Intervista al costituzionalista Cesare Pinelli

cesare-pinelliCesare Pinelli, nato a Roma il 27 aprile 1954, è Professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nel Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università Sapienza di Roma. E’ autore di numerose pubblicazioni, alcune delle quali in inglese e in altre lingue. Il suo ultimo libro è “Nel lungo andare. Una Costituzione alla prova dell’esperienza. Scritti scelti (1985-2011)”, Editoriale Scientifica, 2012.

Cosa resta dei valori fondanti la Repubblica italiana, all’epoca del secondo mandato di «Re Giorgio» e del Governo Letta di unità nazionale, in un’Italia ormai stretta nel morso della tenaglia massonica dalla quale la stessa Costituzione, per volere di una minoranza, avrebbe dovuto salvarci?

“Comincio col dire che risponderò a questa e alle altre domande guardando alla loro sostanza, senza dire nulla del contorno molto forte che condisce la pietanza (cose tipo “Re Giorgio”, e soprattutto “tenaglia massonica”; di governi di unità nazionale ne abbiamo conosciuti altri in questa Repubblica, come ne hanno conosciuti altri Paesi). D’altra parte, la domanda “Cosa resta dei valori fondanti la Repubblica italiana?” basterebbe da sola per rispondere con un intero libro.
Qui mi limito ad alcuni esempi. Il “fondata sul lavoro” ne è sicuramente il più evidente. Quando i nostri Costituenti scrissero l’art. 1, e aggiunsero il riconoscimento del diritto al lavoro, non intendevano dire che la Repubblica garantiva a tutti l’occupazione. Volevano dire piuttosto che la Repubblica bandiva i privilegi, le rendite, le oligarchie, le corporazioni chiuse, perché il lavoro, qualsiasi forma di vero lavoro, era il metro su cui misurare la convivenza civile, e nello stesso tempo l’obiettivo per il quale i pubblici poteri dovevano battersi in modo da assicurare il lavoro al maggior numero possibile di cittadini. Pochissimo è stato fatto su questo terreno nei decenni passati: le politiche del lavoro, nel senso specifico di politiche di incentivazione dell’occupazione nel mercato del lavoro, sono sempre state striminzite. Nello stesso tempo, ben poco è stato fatto anche per sradicare quelle forme di distorto pluralismo nella società italiana che l’ha sempre portata ad articolarsi in gruppi chiusi, e dunque a rifiutare la mobilità sociale. Negli ultimi tempi la mobilità sociale è addirittura diminuita, ed è parallelamente cresciuto il tasso di disuguaglianza. Questo, oltretutto, in un quadro internazionale segnato dal trionfo della finanza globale sregolata, alla quale l’Europa, per le sue interne debolezze, non sa reagire, e di cui è anzi chiaramente succube, come dimostrano gli ultimi anni. Come vede non faccio sconti, anche se non credo affatto a cospirazioni. Le ipotesi cospirative-complottistiche non sono nuove, come sa. Solo che non aggiungono nulla a un quadro sicuramente molto preoccupante, e hanno casomai in più un che di consolatorio: sappiamo o almeno crediamo si sapere, se le seguiamo, chi è il colpevole. Dopo di che, ci impediscono di guardare alle responsabilità politiche, che ci sono,  a quelle di chi sfrutta oggettivamente la situazione per trarne enormi profitti al riparo del mantra della globalizzazione, e alle minoranze agguerrite che da sempre in Italia riescono a tenersi i loro privilegi.
Una situazione, dunque, più complessa, che comprende vari meccanismi di sopruso, che l’ipotesi cospirativa impedisce pregiudizialmente di guardare.”

La migliore Costituzione sulla carta si sta rivelando la peggiore nei fatti: si pensi al tema, ed al valore, del lavoro dei giovani.

“Qui non sono proprio d’accordo. La Costituzione non può pretendere da sola di cambiare i fatti. Questo non è mai accaduto in nessuna parte del mondo. Se gli uomini non si curano di seguirne i precetti, la Costituzione rimane fatalmente un pezzo di carta. Ma non le si può allora rimproverare di essere divenuta “la peggiore nei fatti”, come dichiara lei.

Non mi accodo a chi parla della “Costituzione più bella del mondo”, che è un modo un po’ troppo romantico, per me, di mettere le cose. Ma non posso dimenticare che a un certo punto si dice che quanti esercitano funzioni pubbliche “hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore” (art. 54). E non c’è dubbio che questo principio, che evoca virtù antiche come  “disciplina  e onore”, non sia molto seguito; come non lo è, d’altra parte, quello che lo precede: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”. Il senso della legalità, diciamo la verità, non è mai stato il nostro forte, per tante ragioni storiche. Ma se oggi possiamo dire che il senso della legalità è addirittura diminuito negli ultimi decenni, dobbiamo farci domande molto serie sulle ragioni della nostra convivenza, non certo proporre l’abrogazione di queste norme costituzionali solo perché non sono rispettate.”

Lei che è un addetto ai lavori, può parlarci delle prospettive politico-costituzionali-lavorative più accreditate per il prossimo futuro?

“Da trenta anni si discute di riforme della parte organizzativa della Costituzione. Se il presupposto è che essa abbia bisogno di alcune modifiche per rendere più efficiente e nello stesso tempo più responsabile il circuito Governo-Parlamento, ed eliminare alcuni elementi che lo appesantiscono (a cominciare da un Senato doppione della Camera) posso essere d’accordo. Fatto sta che il dibattito è aperto da trenta anni, non da tre. E che il solo «momento della verità» è stato il referendum del 2006, quando i cittadini hanno saggiamente bocciato un pasticciato progetto di riforma che avrebbe stravolto l’intero sistema.”

Giancarlo De Palo   

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