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Pirateria marittima: condanne per i somali responsabili sequestro nave italiana Montecristo

I giudici della III Corte d’Assise di Roma hanno riconosciuto colpevoli di tentato sequestro a scopo di estorsione, detenzione di armi da guerra e danneggiamento e, condannato alla reclusione 8 dei 9 somali già detenuti in Italia. Il gruppo, lo scorso anno, si è reso responsabile del sequestro della nave italiana  MV ‘Montecristo’. Le condanne sono state a 19 anni di reclusione per il somalo riconosciuto come il capo della gang del mare e a 16 anni per altri sette pirati. Rinviata invece, al 31 gennaio prossimo ogni decisione in merito alla posizione di un altro somalo anch’egli già detenuto in Italia.  Nei confronti dei somali l’accusa, rappresentata dal PM Francesco Scavo, aveva chiesto condanne  rispettivamente a 22 e 18 anni di reclusione. Per il fatto che i giudici non hanno  riconosciuto l’aggravante di aver agito per finalità di terrorismo le pene sono state più lievi. Questa condanna inflitta in Italia ai predoni del mare somali rappresenta un importante passaggio nella lotta alla pirateria marittima. In genere per i pirati catturati non vi è certezza della pena. Questo per il fatto che nessun Paese se ne vuole accollare l’onere in tutti i sensi e spesso, dopo la cattura vengono rilasciati. Finora sono pochi gli stati anche europei che hanno condannato a pene detentive dei pirati somali, tra questi, oltre l’Italia, anche Francia, Olanda, Germania. La MV Montecristo, battente il tricolore,  appartenente alla società livornese Dalmare S.p.A., del gruppo D’Alesio, venne arrembata il 10 ottobre  del 2011 e sequestrata per un breve periodo, mentre era in navigazione nel mare del Corno D’Africa proveniente dal porto di Liverpool, in Gran Bretagna, e diretta al porto di Phu My in Vietnam. A bordo della nave 23 membri di equipaggio di diversa nazionalità, 10 ucraini, 6 indiani e 7 italiani. Per loro fortuna questi  marittimi non vennero mai in contatto con i pirati somali che si erano impadroniti della loro nave in quanto, nel momento dell’attacco, si rifugiarono, chiudendosi dentro, in una camera blindata ricavata nella nave. I marittimi imbarcati sulla ‘Montecristo’ avevano seguito dei corsi specifici per come affrontare ogni tipo di emergenza in caso di attacco pirata. La nave successivamente venne liberata da un blitz compiuto da forze speciali inglesi imbarcate sulla Fregata ‘Fort Victoria’ allora operativa nel ‘mare dei pirati’ nell’ambito della missione antipirateria della Nato, ‘Ocean Shield’. Gli 11 pirati somali che avevano sequestrato la nave italiana vennero catturati dai militari inglesi e messi in stato d’arresto a bordo della nave da guerra italiana ‘Andrea Doria’ operante nella medesima missione navale internazionale di contrasto alla pirateria marittima. Gli 11 successivamente vennero trasferiti in Italia per essere giudicati. Il diritto internazionale marittimo prevede che ogni stato che fermi, tramite una propria nave da guerra, una nave pirata, possa arrestare i suoi membri e processarli presso i propri tribunali. Una curiosità lo stesso giorno in Italia l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, firmò con Confitarma, la Confederazione italiana degli Armatori, la famosa ‘Convenzione’ grazie alla quale è stato permesso ai mercantili italiani di poter imbarcare a bordo militari italiani armati per difenderle nelle aree a rischio pirateria marittima dagli assalti pirati. La convenzione prevedeva anche il ricorso a ‘Security Contractors’ forniti da società di sicurezza private italiane. Purtroppo questo non si è potuto ancora attuare in quanto ci si è accorto successivamente che in Italia manca un decreto che riconosca la figura professionale del ‘Security Contractor. Un provvedimento questo, che deve venire dal ministero dell’Interno e serve a regolare l’attività delle agenzie di sicurezza private italiane a bordo delle navi commerciali di bandiera. Per cui rimase solo l’opzione militati e vennero subito messi a disposizione degli Armatori italiani 60 militari della Marina Militare, i marò del Reggimento San Marco. Questi soldati vennero suddivisi in 10 nuclei, ciascuno da 6 elementi, che andarono a costituire i ‘Nuclei Militari di Protezione’, NMP. Da allora sono trascorsi oltre 13 mesi e a disposizione degli Armatori italiani sono rimasti solo questi 10 NMP per proteggere i 900 mercantili italiani che ogni anno attraversano il Golfo di Aden e gli altri mille che solcano l’Oceano Indiano. L’unica soluzione è allargare la partecipazione ai team di sicurezza formati da militari anche ad altro personale delle altre forze armate italiane come del resto prevede la legislazione in merito. In teoria potrebbero partecipare tutti, dalla Guardia Forestale alla Polizia Penitenziaria e volendo anche la Polizia Municipale. L’importante che siano unità in servizio marittimo. Trattandosi però, di un lavoro ‘delicato, come i fatti accaduti in India hanno dimostrato, il ricorso dovrebbe essere limitato solo alle unità con una preparazione specifica e di eccellenza come potrebbero essere i NOCS della Polizia di Stato e i GIS dell’Arma dei Carabinieri. Questa ultima considerazione ha bloccato ogni altro sviluppo e tutto è fermo all’ottobre del 2011 anche perché il ricorso ai ‘Security Contractors’ ossia alle guardie private armate in Italia non potrà avvenire per lo meno ancora per un altro anno. Questo perché primo la legislazione vigente non lo permette e secondo perché non vi sono ancora società italiane con personale adeguatamente riconosciuto per svolgere compiti del genere. In Italia i primi corsi di Ship Security Officer, SSO, e Ports and Facilities Security Officer, PFSO, dovrebbero partire entro la fine di quest’anno. Questo in attesa sempre che venga legiferato un riconoscimento pubblico delle agenzie di sicurezza private italiane.

Ferdinando Pelliccia

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