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Nel centenario della nascita di Giovanni Macchia

Da vivo Giovanni Macchia è stato tra i più adulati ed incensati intellettuali italiani del secolo scorso. Da morto si è formata su di lui quasi una congiura del silenzio.

Oggi, 14 novembre 2012, ricorre il centesimo anniversario della sua nascita, avvenuta a Trani. Figlio di un magistrato, era cresciuto a Roma, laureandosi a 22 anni in Lingua e letteratura francese con Pietro Paolo Trompeo, con una tesi su Charles Baudelaire, il poeta maledetto tra i prototipi del dandy, che divenne il suo nume tutelare. E del dandy Macchia aveva l’estrema raffinatezza e l’originalità di gusti, ma certo non la vita scandalosa e l’atteggiamento provocatorio, che gli erano anzi del tutto estranei. Non si può dire nemmeno che sia stato, nel burrascoso Novecento, un intellettuale engagé, di quelli che firmavano manifesti a ogni piè sospinto. Sia pur così schivo, era però un’autorità indiscussa grazie alla vastità e all’originalità delle proprie letture ed interpretazioni critiche e tutti i grandi editori italiani se lo contendevano.

La sua storia della letteratura francese si caratterizza per l’attenzione prestata ai cosiddetti scrittori minori. In Vita, avventure e morte di Don Giovanni (1966) ricostruì la genesi di questo mito dalla prima commedia di Tirso de Molina del 1630, passando appunto per Molière, per approdare all’opera di Mozart del 1787, scritta sul libretto di Lorenzo Da Ponte. Sondò poi il tema della malinconia e quindi della pazzia in Molière (Il silenzio di Molière, 1975).

Del 1980 è L’angelo della notte: saggio su Proust, con il quale l’autore di Alla ricerca del Tempo perduto diventa in qualche modo il nume tutelare della sua vecchiaia – sempre comunque varia negli interessi, curiosa e vivacissima -, come Baudelaire era stato quello della sua giovinezza.

Professore di Letteratura francese prima alla prestigiosa Scuola normale superiore di Pisa dal1938 al 1947, approdò nel 1949 , dopo un passaggio a Catania, all’università di Roma, presso la quale fondò l’Istituto di storia del teatro e dello spettacolo. Oltre alla letteratura, proprio il teatro e la musica erano le altre due grandi passioni di Macchia, che rifuggiva invece da tutti gli strumenti elettrici di riproduzione.

Fu di gran lunga il più grande francesista italiano, ma non è però nemmeno restringibile in questa categoria, sia per la varietà dei suoi interessi e delle sue conoscenze, che lo hanno portato ad approfondire e studiare anche scrittori italiani come Alessandro Manzoni e soprattutto Luigi Pirandello o riscoprire il siciliano Principe di Palagonia, creatore della villa dei mostri di Bagheria, sia perché il livello della sua esegesi, fuso con la finezza e piacevole scorrevolezza della sua penna,  fa di lui, oltre che un valentissimo critico, un grande scrittore. Non per nulla nel 1997 è stato uno dei primi critici viventi ad essere accolto nell’allora ancora molto esclusiva collana dei “Meridiani” Mondadori, nell’ampia antologia significativamente intitolata Ritratti, personaggi, fantasmi.

Grande lettore, Macchia fu anche grande bibliofilo: mentre occupavano ancora quattro salotti e corridoi del suo appartamento ai Parioli, i trentacinquemila volumi   della sua biblioteca, spesso antiche prime edizioni di valore inestimabile, che ora fanno parte di un fondo speciale della Biblioteca Nazionale centrale di Roma, erano già stati vincolati dallo Stato come bene indivisibile.

Dal 1962 alla morte, avvenuta il 30 settembre 2001, Macchia rimase fedele alla propria collaborazione al Corriere della Sera, anche negli anni bui del quotidiano di via Solferino, quando si verificò l’esodo di intellettuali verso La Repubblica, cui egli si rifiutò di partecipare. Giovanni Spadolini, quando ne era direttore, gli inviava un telegramma di congratulazioni ad ogni articolo.

Parigi e la Francia sono stati per Macchia la metafora della dialettica sempre viva e dell’alternanza della luce cartesiana del paradiso della ragione con gli abissi tenebrosi e apparentemente insondabili della follia, dell’inferno dei mostri. Macchia ebbe l’ardire di affondarvi lo sguardo senza impazzire, giungendo a scrivere, nel 1990, un Elogio della luce nella quale preghiamo riposi oggi.

Giancarlo De Palo

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