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Il voto Usa. Due candidati, mille Americhe




L’America che entro pochi giorni dovrà optare per Obama o Romney reca ancora segni recenti di traumi finanziari e sociali difficilmente sanabili..

Barack Obama venne eletto il 4 settembre 2008 in un clima vagamente kennedyano di rinnovamento e Nuova Frontera, anche perché aveva saputo sapientemente esaltare la svolta etnico-culturale rappresentata dalla sua persona. Dotato di prodigiose risorse comunicative, il presidente democratico aveva saputo presentarsi credibilmente come uomo nuovo, capace di fare delle mille diversità dell’America un punto di forza. Ma pochi giorni dopo, il 15 settembre, già emergeva il caso Lehman Brothers, destinato a rivelarsi in assoluto la più grande bancarotta della storia. Un crash epocale, preceduto da quello della telefonica Wold-Com, e accompagnato da altre due violente crisi: quella immobiliare e dei titoli sub prime e quella di Detroit – Chrysler, Ford, General Motors: in tutto circa tre milioni di addetti, tra white collars e tute blu. Mentre nella Wall Street che crollava circolavano più indignados che yuppies.
In un tale scenario nemmeno il più liberista dei presidenti avrebbe avuto scelta: lo Stato doveva salvare l’economia, per evitare ulteriori e più gravi disastri nell’industria e nella società.. E così fu, con la massima iniezione di liquidità pubblica mai attuata nel sistema privato. Esordio obbligato ma problematico per un personaggio che si poneva come giovane e nuovo, e che valse al neo-presidente un’ingiusta accusa di filocomunismo, da parte di una certa opinione pubblica molto più ideologica e molto meno pragmatica di un tempo.- si pensi al fenomeno liberal-populista del Tea Party La conseguenza di un tale spettacolare travaso fu certamente di limitare il danno sociale e produttivo, ma al costo altissimo di caricare la finanza pubblica di oneri senza precedenti. Oggi gli Stati Uniti hanno un debito federale stimato attorno ai 16 mila miliardi di dollari, oltre il 100% del PIL, senza contare i singoli Stati e le amministrazioni locali – municipalità e contee. Sarà questo l’assillo centrale del futuro presidente, quale che sia.
Obama o Romney? Pronostico arduo, che in qualche modo indirettamente ci riguarda come Italia e come Europa. L’infelice battuta del cendidato repubblicano sull’elettorato dell’avversario, quel 47% di ceto medio-basso in gran parte sostenuto dai benefici del welfare, definisce lucidamente lo scenario. Venuta meno la grande tensione della guerra fredda – Romney non è Reagan, e nemmeno potrebbe riprenderne i grandi riferimenti ideali – oggi l’America vede approfondirsi il solco tra poveri e ricchi, entrambi in aumento, con una middle-class che si assottiglia e una disoccupazione all’8% che cala, ma non abbastanza. Inutile pensare a rimedi statalistici o keynesiani con uno Stato Federale già indebitatissimo, e una cultura prevalente, nonostante tutto, prettamente liberale, protestante e capitalistica su cui Romney sa di poter giocare le sue carte migliori. Mentre il rivale democratico, specie nel dibattito fiscale, cerca di dipingerlo come un milionario fuori della reltà, capace solo di ricette vecchie, che “prima spara e poi prende la mira.”
Entro questo sfondo diciamo strutturale, si agitano gli infiniti problemi di una società enormemente complessa e articolata, sempre più cosmopolita e globalizzata.. Le controversie riguardano innanzitutto un’assistenza sanitaria con la quale il presidente è comunque riuscito a imporre a tutti una maggior copertura di assicurazione medica, mentre le compagnie devono calmierare le polizze, che non potranno più essere negate per particolari patologie. Il repubblicano, si capisce, è contrario.
Ma poi ecco affiorare tutte le problematiche di un paese immenso e multicentrico: dall’emergia all’ambiente, dai diritti umani – Guantanamo non è chiusa, anzi detiene ancora un’ ottantina di prigionieri – alle molte minoranze etniche, dove è fondamentale l’appoggio di neri e ispanici, su cui il presidente in carica conserva comunque buone chances. Permangono spinosi i temi dell’.aborto e dei matrimoni gay, cui Obama si dichiara favorevole, mentre è intransigente il mormone Romney, e la Chiesa cattolica si è molto irrigidita, invocando il rispetto di quel Defense of Marriage Act che limita il matrimonio agli eterosessuali, ma viene già giudicato incostituzionale da vari tribunali.
Last not least, la politica estera, anche se è opinione diffusa che gli affari internazionali peseranno poco sul voto. Obama è accusato di una linea troppo remissiva verso le scorrettezze commerciali della Cina, e troppo tiepida nei confronti di Israele rispetto alla minaccia nucleare iraniana. Il rapporto personale con Netanyau è notoriamente pessimo. Ma sulla lotta al terrorismo il vice Joe Biden ha potuto efficacemente osservare che “Bin Laden è morto, e la General Motors viva.”
L’Europa, infine, che non è quasi menzionata. Romney ne parla solo per agitare lo spettro della Grecia; mentre Obama, che ha molto a cuore l’export, ha mostrato più attenzione e sensibilità, lavorando tra l’altro con il nostro esecutivo per ammorbidire la Germania in tema di sviluppo e condivisione del debito. Anche per questo, forse, l’ interesse europeo è che la presidenza resti a lui.

Gian Luca Caffarena

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