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Pakistan: morire per blasfemia

Una bambina pachistana, Rimsha Masih è rinchiusa dal 16 agosto scorso in una cella del carcere Adiala di Rawalpindi. Si tratta di una bambina di fede cristiana che viveva ad Islamabad, nel sobborgo di Mehrabadi e che è stata accusata da un vicino di casa di aver dato fuoco ad alcune pagine di un manuale di introduzione al Corano. Un libretto destinato ai bambini e nelle cui pagine sono scritti anche alcuni versetti del Corano, il libro sacro ai musulmani. In Pakistan, vige una legge sulla blasfemia che prevede l’ergastolo, ma anche la morte per chi è giudicato colpevole di aver offeso o insultato il Corano o il Profeta Maometto.  Il fatto stesso che la bambina sia stata accusata di aver bruciato pagine del Corano, mentre nei fatti non è così, alimenta in molti i dubbi che si tratti dell’ennesimo episodio legato all’odio che molti islamici in Pakistan, dove sono il 97 per cento della popolazione, nutrono nei confronti delle minoranze, specie i cristiani. Essere una minoranza in un Paese islamico comporta infatti, il dover poi, affrontare da ‘soli’ il risentimento e la rabbia dell’opinione pubblica specie nei casi di profanazione della religione. Un fatto questo che spinge a lasciare le proprie case e a fuggire via per paura di rappresaglie da parte dei musulmani. In questo modo si raggiunge anche il risultato di ‘bonificare’ l’area da minoranze religiose.  A giocare a favore della bambina il fatto che la piccola soffre di un ritardo mentale. A questo ‘appiglio’  si sono aggrappati coloro che ritengono Rimsha innocente o meglio la giustificano. Una giustificazione che però, chi la ritiene invece, colpevole non accetta e si sta battendo contro ogni decisione che possa favorirne la scarcerazione. Soprattutto gli attivisti del fronte islamico si battono affinchè la piccola pachistana non sia riconosciuta minorenne. Questo perché se viene accertata senza ombra di dubbio la sua minore età Rimsha deve essere giudicata da un tribunale minorile. Un tribunale che rispetto alle altre corti finora si è sempre espresso in maniera meno dura sulle questioni che riguardano le accuse per blasfemia a minori. La piccola pachistana potrebbe essere, al massimo, condannata al carcere a vita. Finora però, si è deciso solo di non decidere e intanto, la tensione si taglia con il coltello e cresce la paura tra i cristiani in Pakistan. Mentre il processo per blasfemia contro la bambina prosegue con la proroga della custodia cautelare di altri 14 giorni, il tribunale di Islamabad, oggi primo settembre, doveva tenere l’udienza per esaminare la richiesta di libertà dietro cauzione presentata dalla difesa, ma l’ha rinviata ancora a lunedì prossimo. Una  Commissione medica ha dichiarato che la bambina è minorenne, circa 13 anni, e che ha un’età mentale inferiore a quella stabilita dall’anagrafe. Un fatto questo che la dovrebbe scagionarla da ogni sua presunta colpa. Però, quanto deciso dalla commissione è contestato dal fronte islamico che attraverso un suo legale ha presentato una contro dichiarazione in cui si legge che Rimsha non ha meno di 14 anni e non è affetta da disturbi mentali e quindi deve rispondere delle proprie azioni. A questo punto della sorte della piccola cristiana si deciderà oggi quando al termine del periodo di carcerazione preventiva, con l’imputata presente, la corte la giudicherà per il reato di cui è accusata. Comunque vada  il timore più forte è che si temono ritorsioni di elementi vicini al fondamentalismo islamico che già in altre occasioni hanno ucciso persone  incriminate per blasfemia. Addirittura alcune di queste persone sono state portate via a forza dall’aula del tribunale e poi, uccise sulla pubblica  piazza. La scorsa settimana nella vicenda è intervenuto anche il presidente pakistano, Asif Ali Zardari che ha chiesto in merito un rapporto dettagliato del ministero dell’Interno. La piccola ha rischiato di essere linciata dai suoi stessi concittadini. Sono stati denunciati alle autorità l’imam della moschea e ben 175 persone che avrebbero tentato di strapparla alla polizia per poi, bruciarla viva in piazza.  La tensione è forte e quello in atto non è altro che uno dei tanti episodi che vede coinvolti i cristiani che sono in Pakistan presi di mira dagli estremisti islamici. E’ soprattutto l’odio nei confronti delle minoranze a fomentare questa specie di ‘caccia al cristiano’, ma gioca il suo ruolo anche la volontà occulta di chi per intenti criminali vuole approfittare della Legge sulla blasfemia per compiere abusi e prevaricazioni di ogni genere. A causa di ciò sono stati tanti finora, quelli che hanno pagato con la vita la loro fede cristiana. A pagare con la loro vita anche chi voleva che questa legge fosse cambiata come il governatore del Punjab, Salman Taseer e il ministro per le Minoranze, Shahbaz Bhatti entrambi morti per mano di sicari.

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1 COMMENT
  1. Leonardo Megatti

    e noi ci sbattiamo perchè in italia questo genere di persone abbiano il diritto di culto e la sicurezza di vivere in pace tze

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