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Caso maro’: la recrudescenza contro i pirati e il limbo indiano

Le decisioni delle Corti indiane sui 2 Fucilieri di Marina continuano a scarrocciare, e per ora le udienze sono state rimandate a oggi, 16 agosto, salvo ulteriori modifiche e rinvii; importante è quella afferente la competenza giurisdizionale dell’incidente avvenuto, come noto, in acque internazionali. E di conseguenza la inammissibilità del Tribunale del Kerala nel processare i nostri Fanti del San Marco. Le autorità indiane non possono stravolgere principi e norme sancite dal Diritto  internazionale che costituiscono la base fondamentale dei rapporti fra Stati civili e di diritto; la giurisdizione per fatti avvenuti nell’Alto Mare, nell’ambito di missioni antipirateria, è dello Stato di ‘’bandiera’’ cui la nave appartiene, e nessun altro Stato può surrogarlo e arrogarsi tale delicata funzione giuridica: essendo la bandiera italiana ed i militari coinvolti italiani, il diritto internazionale e la specifica Convenzione sulla Legge del Mare (UNCLOS) di Montego Bay stabiliscono che la giurisdizione non possa che essere italiana. La strategia processuale italiana dovrebbe puntare in maniera determinata sulla questione ‘’formale’’ che prevede  la  giurisdizione dello ‘’stato di bandiera’’ ai sensi del Diritto internazionale vigente; in subordine dovremo batterci affinché  prevalga  il ‘’primato’’ del Diritto Internazionale su qualunque norma interna ancorchè in contrasto; infine, se continuano ‘’a ciurlar nel manico’’, denunciare la illegittimità del comportamento delle Autorità indiane per aver sequestrato Organi –i 2 marò-e beni-armi ,di uno Stato sovrano: i Fucilieri sono tutelati anche dall’immunità funzionale . Ma, visto il conflitto di giurisdizione a fronte del fatto che sia Italia che India hanno procedimenti giudiziari aperti per il medesimo incidente, e le speranze che gli indiani tornino sui loro passi sono ormai remote, la questione deve essere portata – senza ulteriori ritardi- al  giudizio dell’organo competente dell’ONU (la Corte Internazionale di Giustizia, o, in alternativa – sempre all’ONU- al Tribunale internazionale del Diritto del Mare) per dirimere la controversia  del caso. Il parere e le decisioni della Corte Suprema di Delhi, del  16 agosto, sono di importanza fondamentale per i nostri 2 Marò, e lo sono anche per tutti noi, ma finora non si sono viste azioni italiane palesi e determinate per  ottenere il riconoscimento della nostra giurisdizione (che resta il nocciolo fondamentale dell’intera vicenda). Non risulta che l’Italia abbia adito alla Corte di Giustizia internazionale o ad un Tribunale terzo o ad una  Commissione bilaterale di inchiesta  per il giudizio dei 2 Fucilieri; né siano state prese formali posizioni verso l’ONU per gravi violazioni dei diritti umani., né siano state avanzate ipotesi di ritiro delle Unità Navali da Atalanta (a guida UE). Invece bisogna prendere positivamente atto delle iniziative degli indiani residenti in Italia che, tramite il loro Presidente, hanno fatto pervenire al Governo indiano 200.000 firme che ‘’supplicano’’ la liberazione dei 2 Marò, ma anche delle corrette posizioni  di alcuni prestigiosi ‘’think-tank’’ indiani che hanno evidenziato che ‘’l’Italia ha ragioni da vendere’’ e le negative ripercussioni internazionali sull’India in caso di sentenza sfavorevole ai Fucilieri.  Dopo l’udienza del 16 agosto, se negativa, comunque tutto diverrà più difficile, e del senno ‘’di poi’’…..!. Sul piano della ‘’partita’’ chiunque può constatare che l’Italia, -e con esse i vari Organismi (ONU, Unione Europea, NATO, ecc) sotto la cui egida si combatte la pirateria nelle aree infestate del bacino somalo- qualora Delhi rigettasse il ricorso sulla giurisdizione, ne uscirebbe fortemente danneggiata in termini di prestigio internazionale, sarebbe un duro colpo alla sovranità nazionale, e con esso si perderebbe anche la faccia. Mentre per l’India si tratta di questione sì delicata sul piano giudiziario, ma pur sempre di un reato (?) controverso, non provato, anzi inizializzato con l’inganno e proseguito col mancato e pervicace rispetto del Diritto internazionale. Ma ci sarebbero anche effetti collaterali non trascurabili sull’India; primo fra tutti proprio la perdita di considerazione della comunità internazionale per non attenersi alle regole da loro sottoscritte a livello internazionale, senza contare le conseguenze che una eventuale smobilitazione dei paesi che contribuiscono al contrasto della pirateria –proprio nell’Oceano Indiano- avrebbero  sulla sicurezza dei traffici marittimi in quelle aree di cui gli indiani sono i più diretti e maggiori beneficiari. Se nessuno vuole perdere la faccia che si ‘’salga’’, e subito, per dirimere la controversia, ad una Corte Superiore Internazionale, ma l’India deve smetterla di comportarsi come uno Stato di ‘’rovescio e non di diritto’’ e l’Italia come uno Stato debole che non riesce a far valere le proprie sacrosante ragioni, né a tutelare i suoi ‘’servitori’’ militari. L’ultima spiaggia c’è, ed è quella di una soluzione extra-giudiziale che, pur non essendo quella  più ‘’onorevole’’, se condotta  con una forte determinazione machiavellica fra governi, potrebbe far scaturire una via d’uscita più o meno dignitosa, ma forse anche accettabile da entrambi i Paesi.

A fronte di tale ‘’limbo’’, o meglio palude indiana in cui l’Italia si è impantanata, ove si sta opinando sulla legittimità o meno di comportamenti di militari che – comunque- combattono la pirateria, assistiamo paradossalmente – sul fronte mondiale – ad una significativa evoluzione giuridica e ad una generalizzata recrudescenza sanzionatoria per dissuadere e contrastare chi pratica, o anche si ‘’sospetti’’ possa praticare, tale crimine. In effetti finora erano perseguiti i reati in flagranza di pirateria e/o di furto con armi (la cd Piracy and Armed Robbery); o meglio il combinato disposto dei due reati ha consentito di poter arrestare i pirati colti sul fatto, anche se non esistevano i presupposti della pirateria ‘’classica’’ che prevede la presenza delle ‘’due navi’’di cui una o il suo equipaggio sequestra beni e persone dell’altra. Ora il contesto giuridico internazionale sta evoluendo, con severe condanne per i pirati, ma soprattutto affrontando direttamente il caso più ambiguo della ‘’sospetta o presunta’’ pirateria, che si è rivelato sempre il più ostico da avallare e da perseguire, lasciando impuniti numerosi attori-mariuoli perché non colti in flagranza di reato, o perché non sussistevano sufficienti prove per poterli incastrare. Solo negli ultimi giorni nella Baia del Bengala 11 trawlers sono stati dirottati e sequestrati con circa 200 pescatori, di cui 14 dispersi per l’affondamento di uno di essi, con la richiesta di forti riscatti per le barche e gli equipaggi;nella coste fra l’India e lo Sri-Lanka (dove si presume siano occorse le sparatorie che hanno ucciso i 2 pescatori indiani del Saint Anthony…) sono state attaccate – da 15 pirati- circa 100 imbarcazioni di pescatori, col rapimento di 36 uomini, di cui chiedono un alto riscatto con un ultimatum entro una settimana. La pirateria e tutto ciò che ne concerne tocca, quindi, le acque indiane in modo rilevante, anche a prescindere da quella più nota della Somalia; di più, anche le sentenze stanno diventando decisamente più pesanti. Una Corte del Kenia ha condannato a 20 anni, 7 pirati catturati da una Fregata danese, mentre in precedenza casi analoghi erano stati condannati a 5 anni : un ‘’boost’’che  supporta gli impegni internazionali e tende a scoraggiare ed allontanare i pirati dall’area del Corno d’Africa. Sul piano della condivisione allargata alla lotta ed alla repressione della pirateria si colloca, altresì, la recente firma del cd ‘’Codice di Condotta di Gibuti’’- codice comportamentale e di adesione alle norme IMO per il contrasto alla pirateria- da parte del Mozambico, quale 20° stato firmatario per la cooperazione nelle varie correlate attività, che vanno dall’indagine, arresto e giudizio di pirati o presunti tali, all’interdizione e sequestro di navi sospette con il recupero di mezzi e personale oggetto di furto/sequestro da parte dei pirati, fino al pieno riconoscimento della giurisdizione ‘’di bandiera’’.  Quasi tutti i paesi limitrofi alle aree infestate dai pirati hanno firmato tale ‘’Codice’’, dallo Yemen, agli EAU, al Kenia, alle Isole Comore, alle Mauritius, alle Seychelles, ecc :è abbastanza singolare che l’India non compaia in tale accordo da un lato e, dall’altro, si chiami fuori dal Diritto Internazionale, quando conveniente! Un ultima ‘’chicca’’ riguarda una sentenza emessa dalla Corte delle Seychelles che ha così stabilito un nuovo principio giurisprudenziale a cui possono riferirsi le Corti mondiali per arrestare ‘’pirati sospetti’’: pur se non colti in flagranza di reato 6 presunti pirati sono stati condannati a ben 7 anni di prigione! Il giudice, dopo aver rovistato i precedenti esistenti al mondo, ha trovato utile e legittimo il principio di accusarli sulla base degli ‘’articoli pirateschi’’, cioè degli equipaggiamenti ed attrezzature rinvenute a bordo (come rampini sulle biscagline per abbordare le navi, manette, cuffie, armi particolari, ma anche eccesso di acqua, di cucine, qualora ritenuti decisamente esuberanti per lo standard degli equipaggi imbarcati..) anche se non sono stati trovati ostaggi sull’imbarcazione. E ciò a similitudine del trattamento e del principio in base al quale , i mariuoli, arrestati per sospetti circa la tratta degli schiavi, venivano incriminati per  gli ‘’articoli schiavisti’’ rinvenuti a bordo (manette, catene, strumenti di tortura, ecc). La sentenza trova la sua piena legittimazione nell’art.15 della Risoluzione ONU 1846 del dic.2008, che abilita ed invita gli Stati a creare motivazioni anche a carattere ‘’offensivo’’, stabilendo la corretta giurisdizione per combattere e reprimere la pirateria, sia quella acclarata, ma anche quella ‘’presunta’’. D’altronde bisogna riconoscere che tali misure  sono pienamente in linea col dettato delle NU nell’ottica di prevenire gli atti reali di pirateria, creando le condizioni ed i precedenti giuridici per colpire i ‘’sospettati’’ così coprendo alcuni buchi nelle leggi vigenti, spesso iper-garantiste  con i gaglioffi e scioccamente ‘’politically correct’’.  Invece l’India riesce ad arrestare con sotterfugi e tenta ora di processare 2 militari di uno Stato sovrano – l’Italia – che erano in missione contro i pirati, dopo averli tenuti in carcerazione preventiva per oltre 6 mesi; davvero il massimo di garantismo e rispetto delle regole internazionali :una situazione Kafkiana e paradossale al tempo stesso. Speriamo solo che certi segnali e tali notizie pervengano agli indiani  deputati  a decidere sui ricorsi italiani  in tempo utile; e speriamo anche che almeno il nostro governo persegua  la strategia dichiarata ieri dal Miniesteri ‘’ agire in linea con le norme del Diritto internazionale..ed esigere con determinazione e fermezza che l’India si uniformi ad esse’’: speriamo solo che non sia troppo tardi!

Giuseppe Lertora

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