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Caso Cesare Battisti: una ferita aperta che ogni tanto torna a sanguinare

Come una ferita aperta che ogni tanto torna a sanguinare di tanto in tanto si torna a parlare del caso Battisti. Oggi scadono i cinque giorni che in Brasile il giudice federale Alexander Vidigal ha dato di tempo a Cesare Battisti per presentarsi ad una stazione di polizia brasiliana. Trascorsi questi giorni secondo la legge brasiliana gli stranieri che godono di particolari privilegi, come l’asilo politico, che non si fanno trovare nei recapiti indicati alle autorità possono essere considerati irregolarmente presenti nel Paese, fatto che non esclude la possibilità di essere espulsi dal Brasile. Se oggi Battisti non rende noto il suo domicilio dopo i cinque giorni dati di tempo per rendersi reperibile, scatta un altro termine. Alla Polizia saranno dati altri 30 giorni di tempo perché Battisti venga trovato. Se anche alla scadenza di questo secondo termine l’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, Pac, non dovesse essere rintracciato a quel punto il rischio di essere espulso dal Brasile si potrebbe concretizzare.  Lo scorso 4 agosto Battisti si era fatto ‘vivo’ telefonicamente e in quell’occasione aveva manifestato sorpresa per la richiesta avanzata dal giudice brasiliano di rendersi reperibile spiegando ai giornalisti di trovarsi come sempre a Rio de Janeiro. Ieri il giudice Vidigal ha ribadito la non reperibilità dell’ex terrorista rosso affermando che: “Ancora non siamo a conoscenza di dove sia Cesare Battisti”. Dallo scorso anno, dopo che il Supremo tribunal federal brasiliano aveva respinto, con una controversa sentenza, la richiesta di estradizione avanzata  all’Italia nei suoi confronti Battisti vive da uomo libero godendo dell’asilo offertogli dal Paese latino americano.  Il 3 agosto scorso il magistrato brasiliano aveva chiesto alla polizia di aprire un’indagine per accertare dove si trovi Battisti. L’ex terrorista italiano non risulta più reperibile agli indirizzi che aveva dato alle autorità brasiliane dopo la sua scarcerazione dal carcere di Papuda a Brasilia. In carcere Battisti vi era finito dopo che era stata arrestato il 18 marzo del 2007 a Rio de Janeiro perchè entrato in Brasile nel 2004 con un passaporto falso. I due domicili in Brasile dichiarati dall’ex militante dei Pac, sono Rua Ronald Carvalho 236/1003, nel quartiere Ipanema di Rio, e Rua Francisco Chaves, 203, nella località di mare  di Cananeia. Battisti rendendosi irreperibile sta violando le norme brasiliane sull’immigrazione. L’assenza di Battisti dal suo domicilio era stata rilevata dal magistrato nel momento in cui gli doveva notificargli un procedimento giudiziario in atto nei suoi confronti. Dal 2009 Battisti gode in Brasile dello status di rifugiato politico. Il procedimento che lo riguarda è quello avviato nel mese di ottobre dello scorso anno dal Procuratore di Brasilia, Helio Heringer. L’Alto funzionario ha chiesto l’annullamento del visto permanente di cui gode Cesare Battisti. Una richiesta che si basa sulla legge brasiliana che vieta la concessione di visti a cittadini stranieri condannati o processati in un altro Paese per crimini dolosi che prevedano l’estradizione. In Italia Battisti è stato condannato in contumacia nel 1991 all’ergastolo soprattutto per quattro omicidi compiuti in  concorso con altri terroristi tra il 1978 e il 1979. Per almeno due di questi omicidi l’ex terrorista rosso è stato però,  riconosciuto come esecutore materiale. Si tratta di sentenze passate in giudicato. Gli omicidi sono quello del gioielliere Pierluigi Torreggiani e del macellaio Lino Sabbadin, militante del Msi, entrambi uccisi il 16 febbraio del 1979, a Milano e Mestre, di quello del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro,  ucciso a Udine il 6 giugno del 1978, e dell’agente della Digos Andrea Campagna assassinato a Milano il 19 aprile del 1978. Cesare battisti sfugge alla Giustizia italiana dal 1981 quando riuscì ad evadere dal carcere di Frosinone e a rifugiarsi prima in Francia a Parigi godendo della protezione dello scudo della ‘dottrina Mitterand’ e poi, in Messico a Puerto Escondido. Per ‘convincere’ il governo brasiliano ad accogliere la sua richiesta di asilo Battisti ha dato fondo a tutte le sue possibilità. L’ex terrorista rosso è persino entrato in sciopero della fame per proclamare il suo diritto ad essere riconosciuto come rifugiato politico in Brasile. Ha anche scritto una lettera che si chiudeva con una frase rivolta direttamente allora  presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva: “Consegno la mia vita nelle mani di Sua eccellenza e del popolo brasiliano”. Parole che devono aver colto nel segno visto che Lula, come ultimo atto del suo mandato presidenziale, si prese la responsabilità di decidere contro l’estradizione dell’ex terrorista rosso in Italia. E’ difficile pensare come ci si possa rendere ‘complici’ di un pluriomicida, ma evidentemente a volte la ragion politica vale più di ogni altra cosa. Per fortuna una certezza conforta tutti ed è quella che Battisti è colpevole e lo hanno deciso i giudici. La sua è una complessa vicenda che ha innescato, nel corso degli anni, anche forti tensioni tra l’Italia e il Brasile. In Brasile si è rifugiato poco prima del  pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato francese che nell’estate del 2004 concesse l’estradizione in Italia. Nel corso di questi anni la vita di Cesare Battisti è cambiata e in meglio. Il militante dell’estrema sinistra si è trasformato in un affermato autore di romanzi noir di successo. Battisti è stato iniziato alla letteratura da Paco Ingnacio Taibo II. Un successo che gli ha portato non solo ricchezza ma anche tante amicizie importanti. Proprio in questo periodo Battisti è impegnato in Brasile a promuovere il suo ultimo libro ‘Ai piedi del muro’. Un saggio in cui racconta i quattro anni trascorsi in prigione in Brasile. In poche parole si ‘gode la vita’. Un’opportunità che invece, ha negato a Pierluigi Torreggiani, Lino Sabbadin, Antonio Santoro e Andrea Campagna. Torreggiani e Sabbadin furono assassinati perché colpevoli di aver reagito ad una rapina. Torreggiani fu ucciso mentre usciva dal suo negozio assieme al figlio Alberto allora poco più che adolescente. Il ragazzo anch’egli colpito si salvò, ma la ferita alla spina dorsale lo paralizzò ed oggi vive su di una sedia a rotelle. Nella rivendicazione del loro assassinio i terroristi scrissero che era stata posta fine alla loro squallida esistenza. Il maresciallo Santoro era invece, reo di aver tardato a soccorrere Cavallina, un altro terrorista e grande amico di Battisti, che si era rotto un braccio giocando a pallone in prigione ad Udine e per questo motivo venne giustiziato davanti agli occhi della moglie e dei figli colpito vilmente alle spalle. Andrea Campagna venne invece, ucciso perché la sua colpa era quella di  essere uno ‘sbirro’. Da allora sono trascorsi tanti anni e a quella che è ed è stata una vicenda amara e tragica sembra non vi sia possibile mettere ancora la parola fine. Cesare Battisti si è rifatto una vita. Forse perdonarlo sarebbe anche giusto anche perché i tempi sono cambiati. Però, a chi è morto, a chi è stato negato di vivere la propria vita si deve almeno un po’ di giustizia e per questo è bene che Battisti vada in carcere che sconti in Italia le sue colpe e poi forse, lo si potrà liberare come è stato fatto per tanti altri ‘terroristi’.

Ferdinando Pelliccia

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