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Pirateria somala: è la mafia italiana ad alimentarla

pirateria2_eunavfor“E mentre le coste della Somalia sono diventate un infinito campo di spazzatura, spesso radioattiva, scaricata lì dalle mafie italiane con l’accordo dei signori della guerra e dei capi dei clan locali, molti pescatori ed agricoltori della zona, spogliati delle loro terre e costretti a subire la concorrenza delle grandi multinazionali della pesca, si riciclano nella pirateria”.

È quanto scrive il criminologo Michel Koutouzis nel suo ultimo libro d’inchiesta, “Crime, Traffic and Networks”. Libro che ci ricorda che quanto avviene in Africa è spesso una cruda conseguenza delle azioni di altri Paesi che da sempre tentano la loro fortuna in quel continente, finendo per distruggerlo. L’Italia, nel caso somalo, sembrerebbe saperne qualcosa in più degli altri.

Da un po’ di tempo a questa parte, dire Somalia è come nominare indirettamente la pirateria. L’associazione mentale è quasi immediata, e la cosa non ci stupisce affatto dal momento che la pirateria è sempre il contenitore nel quale questo Paese, dilaniato da anni di guerre e lotte intestine, compare nelle cronache internazionali.

Dall’inizio della guerra civile, nei primi anni Novanta, infatti, le coste somale sono diventate uno dei posti più pericolosi al mondo: l’insicurezza è una costante e i sequestri sono all’ordine del giorno. Non è solo il Corno d’Africa a sentirsi minacciato dai signori della guerra e dai pirati somali, ma l’intera comunità internazionale. Perché sono le navi delle diverse Potenze mondiali quelle più attaccate dai pirati sulle coste somale, eritree e sudanesi.

Per questo motivo, la risoluzione della questione riguardante la pirateria sulle coste del Corno d’Africa è stata più volte posta sul tavolo dei meeting e discussioni internazionali. Tutte riunioni che, fino ad ora, non sembrano aver cambiato di molto la situazione. Forse perché, come dice Koutouzis, ci sono troppi interessi in gioco. Interessi che, appunto, vedrebbero l’Italia coinvolta in modo particolare.

Si tratta di una ipotesi non nuova, ma recentemente riesplorata dal libro di Koutouzis che ha destato anche l’attenzione dell’Unione Europea, la quale è di nuovo tornata ad occuparsi della questione istituendo una Commissione di esperti per la Somalia. Commissione nominata il mese scorso in sede comunitaria proprio per studiare i probabili legami tra la criminalità europea e quella somala.

Secondo quanto scrive l’esperto di traffici illegali, la criminalità organizzata basata nel sud Italia (Camorra, ‘Ndranghetta e Sacra Corona Unita) – rifornirebbe i signori della guerra somali con armi provenienti dal mercato nero dei Balcani occidentali in cambio del permesso di smaltire i rifiuti. Sarebbe la Sacra Corona Unita pugliese, da anni “specializzata nel commercio clandestino balcanico e curdo di armi”, a rifornire Ndrangheta e Camorra. Queste ultime, poi, farebbero la seconda parte del lavoro, commerciando con gli africani.

“Tonnellate di rifiuti vengono scaricati ogni anno nelle coste somale, sudanesi ed eritree sotto il naso di innumerevoli navi da guerra che avrebbero proprio il compito di controllare il trasporto nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden”, ha riferito il criminologo in un’intervista. “Una parte dei ricavi, del valore di centinaia di milioni di euro l’anno, viene riciclato da industrie turistiche in Kenya e Tanzania”, ha aggiunto, spiegando che si tratta di una pratica ormai consolidata da anni.

A confermare queste affermazioni, c’è anche un rapporto delle Nazioni Unite del 2005, secondo il quale lo tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano ha rotto alcuni depositi di piombo, cadmio e mercurio, oltre che altri depositi di rifiuti ospedalieri e chimici. Rifiuti che, arrivando sulle rive delle città di Hobbio e Benadir, avrebbero ucciso almeno 300 persone.

Lo stesso Koutouzis, nel commentare il rapporto, ha dichiarato: “Sono certo che in molti sono a conoscenza di quei traffici ma preferiscono non fare niente per cambiare le cose”.

Ma come facciamo ad essere veramente certi dell’esistenza dell’esistenza di una collaborazione tra le mafie italiane e la pirateria somala?

Abbiamo intervistato anche noi Michel Koutouzis, che ci ha spiegato:

“Possiamo avere la certezza che queste non siano solo congetture ma pura realtà prima di tutto perché non è una cosa nuova, è solo una cosa di cui si parla molto poco nel vostro Paese. Il motivo è che ci sono interessi fortissimi che impediscono di farlo. Io però sono certo di questi legami anche perché, ormai quasi vent’anni fa, sono stati alcuni mafiosi “pentiti” della Ndrangheta a confessarlo. Hanno detto di essere stati pagati per sbarazzarsi in mare dei rifiuti radioattivi di 32 imbarcazioni. In mezzo a questi rifiuti sono state ritrovate le sostanze più tossiche: plutonio, torio-234, solfato di ammonio. Dopo qualche anno delle organizzazioni ecologiste e dei magistrati italiani hanno denunciato il silenzio dello Stato in merito a questi episodi. Molte denunce, quindi, sono state depositate dopo il 1994, ma si è trattato sempre di indagini che hanno finito per essere archiviate in tempi brevissimi.

La domanda, allora, sorge spontanea: perché indagini così importanti venivano archiviate in tempi molto brevi?

“Le autorità italiane hanno volutamente deciso di mettere la sordina a quei loschi affari. Sono certo di questo. È stato proprio Sebastiano Venneri, vice presidente della Ong napoletana Legambiente a confermarmelo. C’è interesse, ripeto, a seppellire questi affari, però sono cose che alla lunga vengono a galla. Nel settembre del 2008, per esempio, grazie ad un robot teleguidato si è scoperta una nave affondata nel 1992 nelle coste occidentali della Calabria. Questo ha permesso successivamente di individuare un carico costituito da 120 bidoni di rifiuti radioattivi che si trovava a 500 metri di profondità. Ovviamente il carico era stato affondato nella costa calabrese dalla mafia locale e, come spiego anche nel mio libro, quel carico era solo uno dei tanti (una trentina in tutto) che riposano nei fondi marini italiani. Si tratta di uno dei fatti che Venneri vi può confermare. Ma sono storie iniziate molto tempo fa. Lo sapevano bene la giornalista italiana Ilaria Alpi e il fotografo che è stato ucciso con lei nel 1994 a Mogadiscio. A questo proposito, vi ricordo che nel 2007 il giudice Emanuele Cersosimo, non convinto di come le indagini erano state liquidate, ha chiesto che queste potessero essere riaperte. Cersosimo era sicuro che l’omicidio di Ilaria Alpi e del fotografo Miran Hrovatin fossero stati ordinati da qualcuno al fine di impedire che i due continuassero a raccogliere informazioni proprio sulla relazione tra il traffico d’armi e i rifiuti tossici. Chi ha ammazzato Alpi e Hrovatin semplicemente non voleva che l’opinione pubblica italiana sapesse.

Il problema però, avverte Koutouzis, è che per capire il funzionamento di queste dinamiche bisogna monitorare tutto ciò che avviene nell’Oceano Indiano, tutti i tipi di traffici che interessano la zona. “La situazione è molto complessa da quelle parti. Per venirne a capo non basta controllare il traffico che riguarda lo scambio armi-discarica di rifiuti tossici ma bisognerebbe controllare anche il traffico di pietre preziose che interessa tutta la regione”.

Tutto è collegato laggiù”, precisa il criminologo, “e avere una visione d’insieme del problema è fondamentale. Si tratta di un problema veramente vasto e quando dico che molti ne sono a conoscenza ma fanno finta di non vedere, mi riferisco soprattutto alle regioni vicine che non fanno niente per cambiare le cose”.

Troppi interessi forti, quindi, a parer di Koutouzis. Troppi interessi che sono riusciti finora a mettere la sordina a un problema che c’è anche se non si vede. Non si vede perché, evidentemente, è molto ben organizzato. D’altronde, afferma il criminologo nel suo libro “chi dice caos non dice necessariamente assenza di autorità. La Camorra e la Ndrangheta italiane hanno trovato degli interlocutori per riuscire a liberarsi annualmente dei rifiuti sulle coste somaliane, sudanesi ed eritree davanti agli occhi dormienti di un numero incalcolabile di navi da guerra il cui compito sarebbe proprio quello di controllare il trasporto di merci del Mar Rosso e del Golfo di Aden”.

Intanto, le ultime notizie che si hanno sulla Commissione ah hoc aperta dall’Ue risalgono alla fine del mese scorso. In attesa di novità, quindi, non possiamo far altro che sperare che almeno stavolta le indagini conducano a dei risultati concreti, a un primo vero passo verso la risoluzione di un male – la pirateria – che le diverse Potenze mondiali si dicono sempre pronte a voler estirpare ma che poi, in un modo o nell’altro, finiscono esse stesse per alimentare. In un circolo vizioso che pare senza fine.

Luciana Coluccello

 

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