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Pirateria marittima: vicenda marò italiani rivive nelle acque degli Emirati Arabi Uniti

Il 16 luglio scorso un pescatore originario di Periyapattinam nel Tamil Nadu, stato federale indiano nel sud del Paese, è stato ucciso e altri tre sono stati feriti al largo di Dubai. A colpire i quattro pescatori indiani che si trovavano a bordo di un peschereccio i colpi esplosi dagli uomini di un team di sicurezza da bordo di una nave da guerra USA all’ingresso del porto di Jebel Ali negli Emirati Arabi Uniti. Secondo quanto si legge in  un comunicato della V Flotta USA: “le squadre di sicurezza della nave rifornimento ‘Usns Rappahannock’ hanno aperto il fuoco contro una imbarcazione civile dopo averla inutilmente allertata perché si stava troppo avvicinando con diversi sistemi di segnalazione”. Le autorità di New Delhi tramite il proprio ministero degli Esteri S.M. Krishna ha prontamente chiesto agli Emirati Arabi Uniti di indagare sull’accaduto. La notizia ha riportato alla mente un analogo incidente che ha visto coinvolta la petroliera italiana Enrica Lexie lo scorso 15 febbraio al largo delle coste dell’India meridionale e che vede due marò prigionieri nello stato federale del Kerala con l’accusa di omicidio. Proprio riferendosi a tale  incidente la ‘chief minister’ dello stato federale indiano del Tamil Nadu, Jayalalithaa ha chiesto che le autorità di Washington paghino un indennizzo alla famiglia del pescatore ucciso, Thiru A. Sekhar, 25 anni, e degli altri tre rimasti feriti, come hanno fatto quelle italiane per i due pescatori indiani uccisi il 15 febbraio scorso. L’episodio accaduto nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti infatti, sotto molti aspetti è  simile a quello che vede coinvolti loro malgrado i due sottoufficiali della Marina Militare italiana, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.  I due fanti di marina sono accusati dalle autorità indiane del Kerala di aver ucciso due pescatori indiani che con il loro peschereccio, il Sant’Antony, si sarebbero avvicinati troppo alla petroliera italiana a bordo della quale i due militari insieme ad altri quattro commilitoni del Reggimento San Marco, costituivano un team di sicurezza militare, Nucleo Militare di Protezione, NMP. Si tratta di team di sicurezza costituiti dall’Italia in base alla legge 130 del 2011 per proteggere le navi di bandiera dagli attacchi dei pirati somali. Una triste vicenda questa, che ha dato vita ad un duro scontro diplomatico e legale, che si combatte su più fronti, tra India e Italia. I due marò sono difesi da un team composto da legali dell’Avvocatura dello stato e da tre, tra i più importanti, legali indiani. New Delhi vorrebbe giudicare i due militari italiani in India e se giudicati colpevoli di omicidio fargli scontare la pena inflitta loro dal giudice. Secondo le leggi indiane se riconosciuti colpevoli i due marò rischiano l’ergastolo o la pena di morte. Roma invece, vorrebbe giudicare in Italia i due militari e se giudicati colpevoli fargli scontare in un carcere militare italiano la condanna. Proprio in questi giorni, il 16 luglio per la precisione, è stato depositato presso la Corte Suprema dell’India il ricorso dell’Italia per l’annullamento della decisione con cui l’Alta Corte del Kerala il 29 maggio aveva stabilito che Latorre e Girone debbano essere giudicati dalla magistratura locale indiana. Si tratta del secondo ricorso pendente alla Corte Suprema sulla vicenda. Nel primo appello, aggiornato al prossimo 26 luglio, si contesta la legittimità costituzionale dell’operato delle autorità del Kerala per quanto riguarda l’arresto e l’incriminazione dei due marò. Domani 19 luglio poi, si terrà audizione presso la Corte Suprema di Nuova Delhi per la decisione sulla giurisdizione del caso. L’Italia ha più volte sottolineato quanto si sia trattato di un incidente non voluto e di conseguenza come tale va trattato. Inoltre, le autorità italiane fin dall’inizio affermano con decisione che il tragico incidente è avvenuto in acque internazionali e chiedendo l’applicazione del diritto internazionale, mentre quelle indiane affermano sia avvenuto in acque territoriali.  Intanto, ieri si è consumata l’ennesima puntata di questa sconcertante vicenda. Nel corso dell’udienza tenutasi presso il tribunale di Kollam la corte presieduta dal giudice PD Rajan ha respinto a richiesta di traduzione degli atti in italiano avanzata dai legali dei due marò. Atti che sono scritti a mano in parte in Malayalam. dialetto dello stato del Kerala e in parte in inglese. Il giudice PD Rajan ha deciso di non accogliere l’istanza della difesa affermando che il provvedimento non è previsto dal Codice di procedura penale indiano. “Gli avvocati dei due militari conoscono bene sia l’inglese sia il Malayalam”, ha poi, spiegato il magistrato aggiornando l’udienza al 25 luglio prossimo. Era stato nell’ultima seduta di una settimana fa, che i legali dei due militari italiani avevano chiesto la traduzione degli atti processuali prima dell’avvio del dibattimento. Era stata anche consegnata una lista di traduttori-interpreti in grado di svolgere il compito. Il giudice PD Rajan aveva preso tempo per decidere sulla richiesta che l’altro ieri ha dato la sua risposta negativa. Una risposta che di fatto va  contro un diritto universalmente riconosciuto di poter aver accesso agli atti processuali tradotti nella lingua degli imputati e che permetterà gli accusati di conoscere gli atti processuali unicamente in sede dibattimentale ed in frammentato. Dura la replica italiana: “In questo modo viene impedito il legittimo esercizio alla difesa principio base di ogni Stato di Diritto. La scelta operata dal Tribunale di Kollam rientra  comprensibilmente nel reiterato tentativo di impedire quello che, per le leggi ed i trattati internazionali, è considerato il ‘giusto processo”. Annunciato che domani in occasione dell’audizione presso la Corte Suprema di Nuova Delhi per la decisione sulla giurisdizione del caso, l’Italia reitererà la richiesta di sospensione del processo.

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