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Il gran business della pirateria ed il paradigma indiano

La pirateria è un mestiere criminoso contro l’umanità  ed un fenomeno tra i più antichi del genere umano ma, allo stesso tempo, anche un affare milionario che prospera  oggi nei diversi mari del mondo ,e non si limita certo alle acque del bacino Somalo o all’Oceano indiano  su cui si concentrano  quasi esclusivamente  i media occidentali ,con una informazione parziale  e spettacolare su una lucrosa e pericolosa  attività illegale. In quelle aree la pirateria,condotta con mezzi nautici abbastanza rustici, ma con apparati elettronici ed armamenti sempre più sofisticati  e tecnologicamente avanzati, e con tattiche ardite sempre più lontano dalle coste, rischia di mettere a repentaglio la libera navigazione mercantile e, di conseguenza, i rifornimenti energetici europei dai Paesi del Golfo Persico. Di sporadico interesse anche la pirateria condotta nel delta del Niger dal Mend, le cui finalità sono tuttavia diverse e prevalentemente orientate, con sequestri di personale e raramente di navi, ad azioni di guerriglia con matrice anticolonialista  per evitare che le riserve di petrolio siano appannaggio di società straniere multinazionali. In effetti, anche in questi casi, si parla impropriamente di  atti di pirateria che, come noto, secondo la UNCLOS (United Nations Convenction Law Of the Sea) di Montego Bay presuppone  atti di depredazione nei confronti di una nave da parte dell’equipaggio di un’altra nave (condizione delle ‘’due navi’’). Tanto è vero che, per poter legittimamente configurare gli attacchi dei ‘’mariuoli’’ con i barchini, che navi con ‘’bandiera’’ non sono, quali atti  ‘’complementari’’ di pirateria criminalmente perseguibili, nelle varie Risoluzioni delle NU  sono state integrate le norme della UNCLOS  con la  c.d.‘’armed robbery ‘’nella quale possono essere inquadrate lesioni personali, omicidio e sequestro di persone ai fini di estorsione. Inoltre, a fronte del dettato internazionale di cui all’Art. 105 UNCLOS che sancisce la obbligatorietà di ogni Stato nel perseguire la pirateria in Alto Mare, ci sono le leggi dei singoli Stati che –nella maggior parte dei casi – la prevedono nei loro ordinamenti interni (come avviene da noi ,contemplata all’art.1135 del Codice della Navigazione)  ma, qualora non presente, dà origine a situazioni giuridiche paradossali.  Di fatto, i cavilli giuridico –legali  sono molti  cui si può addurre, tentando di uscire impunemente  anche dalle  definizioni di pirateria e da responsabilità acclarate e, quindi, dalle sanzioni previste dalle Convenzioni internazionali. La tipologia più differenziata e ramificata della pirateria o pseudo-pirateria si riscontra nel mare Cinese Meridionale, nel Sudest Asiatico, nei pressi dello Stretto di Malacca e nelle coste prospicienti il Bangladesh; l’area ,in termini numerici di incidenti occorsi con i pirati, è nella ‘’top list’’ mondiale, seppure le modalità, le cause e le finalità siano  assai diverse. In quelle acque i pirati variano da dilettanti allo sbaraglio, a criminali  affiliati in organizzazioni mafiose  ben strutturate; le navi da carico sono le più gettonate da quegli sciagurati che, normalmente,  rubano le merci  e le rivendono in nero, oppure sequestrano le imbarcazioni per riusarle per i loro colpi. Anche i pescatori locali sono soggetti ad atti di pirateria o ruberie; spariscono le reti da pesca, i motori delle barche, ed il pescato, da parte di pescatori improvvisati pseudo-pirati, per motivi di sopravvivenza. Molte le società di navigazione che utilizzano  i ‘’bodyguards’’  e ‘’contractors’’senza scrupoli , pur di riempire i ‘’gaps’’ di sicurezza esistenti , anche  al di fuori della legge e da qualsivoglia regolamentazione: l’IMO (International Maritime Organization) sta cercando di porre degli standards,certificazioni ed una regolamentazione più attagliata, oltre a pretendere l’obbligo da parte degli stessi e degli Stati di attenersi fedelmente alle norme internazionali. Tuttavia, il caso dei nostri 2 Fucilieri di Marina, pur con uno status diverso dai ‘’contractors’’, ha stigmatizzato una situazione di carenze e grande confusione internazionale nella protezione dei mercantili  ma, soprattutto, la mancanza di una benchè minima loro tutela e la violazione dei basilari principi del Diritto internazionale da parte dell’India. Più che il Diritto,  prevarranno -ancora una volta- il ‘’denaro ed il business’’; a pilotarli, una giungla di piccoli e grandi affari che proliferano dovunque e si spostano con la latitudine radicandosi in relazione a diversi fattori che spaziano dalla povertà delle popolazioni costiere,alla devastazione della pesca, alla mancanza della statualità così come all’assenza di regole marittime certe, ai guadagni facili. Alcuni dati illustrano il fenomeno più di qualsivoglia discorso; solo nel Sudest Asiatico -negli ultimi  30 anni -sono state attaccate circa 20.000 navi, con una media di 650 l’anno e con un giro d’affari enorme  e assai poco trasparente. Nel solo bacino somalo,un recente rapporto stima che, oltre le merci sequestrate assieme a numerose navi del WFP (World Food Program) e di varie nazionalità, sono stati pagati riscatti per oltre 160 milioni di dollari solo nello scorso anno, e le previsioni sono di almeno 400 milioni di dollari nel 2015 nell’area dell’Oceano indiano; nel medesimo periodo gli attacchi –secondo l’IMO- sono stati 544 con un incremento di oltre il 10% rispetto al 2010. Ogni sequestro viene pagato dai 2 ai 5 milioni di dollari (le richieste iniziali variano dai 10 ai 20 milioni di dollari, ma poi si tratta…); il pagamento avviene con pezzi da 100  dollari aviolanciati da un piccolo aereo e racchiusi in un plico che ammara nelle vicinanze della nave sequestrata : così i pirati si alimentano ed attraggono i giovani somali  desiderosi di arricchirsi   facilmente e di fare la bella vita con macchine, donne e belle dimore. E’ una vera e propria ‘’borsa della pirateria’’ in cui non solo i pirati, ma  le compagnie di assicurazioni, i ‘’mercenari’’, le società di navigazione, quelle petrolifere,ecc  ne traggono benefici non indifferenti. E, nel mentre i pirati somali stanno trattenendo da tempo,  fra gli altri, oltre 60 marinai indiani, quali ostaggi, l’India sta  ora proponendo paradigmi paradossali in materia, tramite i suoi ineffabili Ministri. Quello degli Esteri ha proposto recentemente un accordo con gli Emirati Arabi Uniti per una cooperazione più stretta nel campo marittimo per proteggere i loro mercantili in transito da Aden o da Hormuz, investendo anche con sinergie etico-sociali sulla terraferma somala. Quello della Difesa, Anthony, nel partecipare all ‘ ‘’Asia  Security  Summit’’-il 4 Giugno a Singapore-  nel  dare il proprio  consenso(a denti stretti), per  le operazioni cinesi sul mare.., ha avuto la faccia tosta di chiedere alle Nazioni  di incrementare il loro impegno marittimo  per il contrasto della pirateria, al fine di garantire una maggiore Sicurezza di chi và per mare ,e ‘’proteggere la Libertà marittima’’ . Dopo che Pechino  aveva ottenuto dalle Seychelles una base per gestire le operazioni anti-pirateria, Delhi aveva infatti accusato i cinesi di voler usare tale ‘’escamotage’’  per  espandersi militarmente in una zona geostrategica per il controllo delle rotte che portano i minerali  ed il petrolio dall’Africa e dal Medio Oriente, in Cina. Con 10 miioni di barili di greggio al giorno che fanno ingresso nel Sudest asiatico ed il 50% di mercantili  al mondo che transita da quelle parti, il  vero ‘’Grande business’’  da socio-economico  regionale o locale ha cambiato pelle assumendo un ruolo prioritario ‘’ geopolitico’’; il nodo di interessi globali e di geostrategie  si è spostato ad Oriente (fra India e Sudest asiatico) dove si intersecano  le ambizioni , gli affari  ed il futuro degli attori globali, cinesi,indiani  e statunitensi, fra gli altri.  Alla fine dei conti, quindi, i riscatti  della Tortuga costituiscono un business locale, ma sono quisquilie, inezie, rispetto al vero  ‘’Gran business’’ che usa la  pirateria come  grimaldello per affermarsi come potenza regionale e mondiale :  più che di soldi  si tratta di  garantirsi aree di influenza e di potere, di supremazia nel controllo dei rifornimenti  per il proprio sviluppo ,e di essere presenti  nel grande gioco mondiale! Quindi, alle affermazioni  ipocrite fatte dai rappresentanti del governo indiano a Singapore, ‘’qualcuno’’  presente avrebbe potuto  controbattergli che, prima di auspicare una maggiore partecipazione alle missioni contro la pirateria che, guarda caso, lambisce e colpisce l’India sia a Ponente che ad Oriente, il loro Governo dovrebbe rientrare nella ‘’civiltà’’ , e formalmente dichiarare  il pieno rispetto ed il ‘’primato’’  del Diritto Internazionale marittimo, e della giurisdizione nell’Alto Mare.  Che non hanno invece rispettato, anzi aggirato con inganni ed abusi ripetuti, nei confronti dei nostri 2 Fucilieri del San Marco, tuttora trattenuti in ostaggio inopinatamente in quel paese.  Spero che l’Italia,ora, colga il momento  per far sentire la propria voce, e non supporti – neppure sul piano concettuale- gli auspici ed i sofismi  dei Ministri del Governo indiano, ma –se inascoltata- almeno tolga le sue navi dalle Alleanze che operano nell’ Oceano indiano. Potrebbe essere, cioè, un’eccellente occasione per ribadire  i principi del Diritto Internazionale, e pretendere che il Governo indiano riconosca –di fronte alla comunità globale- e rispetti  le relative norme giurisdizionali, anche per fatti pregressi occorsi appena 3 mesi fa, visto che le norme esistono dall’82 ; poi, ma soltanto dopo, si possono fare tutti gli accordi e Statements  del caso , ma senza pericolosi  e falsi paradigmi : la comunità internazionale e quella marinara debbono pretendere chiarezza, coerenza e rispetto da parte di tutti gli Stati; non prediche  o vision, scaturite  da loschi interessi, ma seguite sempre e solo da ipocrisie, e  da inganni.

Amm. Giuseppe Lertora

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