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Pakistan, ristrutturato da un italiano il Buddha attaccato dai talebani

Quando cinque anni fa i talebani fecero esplodere la scultura del Buddha costruita in una roccia del Pakistan nord-occidentale più di 1500 anni fa, Luca Olivieri, un archeologo italiano, era subito arrivato soccorso. Grazie agli sforzi di Olivieri e dei suoi partner, la scultura del Buddha alta sei metri sta per tornare a risplendere nella Valle di Swat, vicino a Jahanabad, e con essa molti altri tesori archeologici sono stati recuperati.

Il Buddha, distrutto nel 2007 dagli studenti del Corano più estremisti, non è certo il primo caso di attacco a un patrimonio artistico solo perché simbolo di una religione diversa da quella islamica. Si tratta di una pratica che rientra nella linea dura di quei musulmani più estremisti che da sempre combattono tutto ciò che è ritenuto eretico rispetto alla loro religione. Buddisti, indù e siti religiosi non musulmani sono stati continuamente loro bersagli. Lo sa bene il vicino Afghanistan, che solo sei mesi prima dell’11 settembre ha perso i due splendidi Buddha di Bamiyam.

L’attacco al Buddha di Jahanabad era avvenuto nell’autunno del 2007. Dal quel momento uno staff di archeologi italiani, sensibile al danno che era stato procurato ad uno dei posti più turistici del Pakistan, era accorso immediatamente sul sito. Nel 2008, però, i talebani pakistani hanno costretto Olivieri e il suo staff a interrompere il lavoro di recupero, che è potuto riprendere solo nel 2010.

Secondo quanto riferito dall’archeologo, che è a capo della Missione Archeologica Italiana in Pakistan, i militanti talebani avevano inserito degli esplosivi dentro alcuni fori che erano stati praticati nella faccia e nelle spalle del Buddha. Gli esplosivi sulle spalle non sono riusciti a esplodere, mentre gli altri hanno fatto saltare parte della bocca e altre parti della roccia intorno al volto. Una ricostruzione completa sembrerebbe impossibile, perché manca una documentazione dettagliata dell’opera e i frammenti del viso sono carenti. “Qualunque cosa tu faccia, in assenza di dati perfetti è un falso”, ha dichiarato Olivieri.

Arrivato a Swat nel 1987, quando era ancora uno studente universitario, Olivieri era rimasto affascinato dalla città che era al tempo uno dei più importanti centri di commercio e di cultura buddista. Quella in questione, infatti, è una zona conosciuta come la “Svizzera del Pakistan”, molto popolare soprattutto tra i turisti religiosi provenienti da Cina, Giappone e Corea del Sud.

La missione di Olivieri è finanziata dal governo italiano. L’archeologo ha scoperto oltre 120 siti buddisti tra le colline e i fiumi di Swat . Di circa 200 incisioni buddhiste rupestri nella valle di Swat, il Buddha di Jahanabad è stato tra i pochi a sopravvivere, a mantenere per tanto tempo il suo volto intatto. La maggior parte delle sculture, ha riferito l’archeologo, sono state imbrattate secoli fa dagli invasori musulmani che, come i talebani, considerano il Buddha un falso idolo.

A ristrutturazione dell’antico Buddha completata, la speranza è quella di rilanciare il turismo in una delle zone un tempo più fiorenti dell’area pakistana.

Luciana Coluccello

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