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Pescherecci sequestrati: nel Mediterraneo continua la ‘guerra del mare’

Lo scorso giovedì sera tre navi italiane sono state abbordate, catturate e dirottate da uomini armati che hanno anche esploso colpi d’arma da fuoco in aria.

Tutto questo però,  non è accaduto nel mare al largo della Somalia, dove scorrazzano  i pirati somali, ma nel Mediterraneo, nelle acque tra la Sicilia e la Libia, e in acque internazionali.

Un episodio che ancora una volta  fa tornare a parlare di pescherecci italiani oggetto di azioni violente da parte di motovedette libiche.

Un episodio che è la dimostrazione del fatto che le autorità libiche sono tornate a sequestrare  barche da pesca italiane, mentre svolgono attività
di pesca nel Mediterraneo.

Le tre navi italiane sequestrate sono dei  pescherecci che  appartengono alla flotta  di Mazzara del Vallo in provincia di Trapani e sono  il ‘Boccia II’, il ‘Maestrale’ e l’‘Antonino Sirrato’ che al momento dell’ ‘aggressione si trovavano a oltre 30 di miglia nautiche dalle coste libiche quindi in acque internazionali visto che il diritto internazionale le definisce nelle 12 miglia.

A bordo dei tre battelli vi sono 19 lavoratori del mare, 12 siciliani e 7 tunisini, ora tutti trattenuti nel carcere di Bengasi.

L’ambasciata italiana a Tripoli e il consolato generale a Bengasi, su istruzioni del ministro degli Esteri, Giulio Terzi, stanno seguendo la vicenda da vicino. Il numero uno della Farnesina ha chiesto all’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino e al console di Bengasi, Guido De Sanctis di intervenire presso le autorità libiche, auspicando che si arrivi al più presto a una positiva conclusione del caso.

Per ora è difficile prevedere come andrà a finire la vicenda.

I 19 pescatori ‘catturati’ devono rispondere dell’accusa di sconfinamento davanti ad un tribunale militare libico e in caso di condanna potrebbero subire una pena carceraria, il sequestro del mezzo o del prodotto, come previsto dalle leggi vigenti e instaurate per casi del genere dal regime di Gheddafi.

Comunque vada  è chiaro che la tacita  ‘tregua’ che sembrasse  essere in vigore in quella parte del Mediterraneo  è finita.

In quello che fu il ‘Mare Nostrum’  si ritorna quindi a respirare un clima di tensione.

Stavolta è ‘toccato’, ad essere catturati, dirottati e sequestrati, a tre pescherecci siciliani.

Un sequestro, avvenuto la sera del 7 giugno scorso nei pressi di Bengasi, che di fatto è stato un vero e proprio arrembaggio condotto con modalità militari ossia con le armi in pugno usate come strumento coercitivo.

Secondo le prime informazioni in merito alle modalità del sequestro sembra che i tre pescherecci sono stati prima raggiunti da un gommone, e su due di essi sono saliti uomini armati, ovviamente i lavoratori del mare che vi erano a bordo non hanno opposto alcuna resistenza anche perché è immaginabile che fossero sotto la minaccia di armi.

Dopo il Blitz militare che ha portato i libici a prendere il controllo delle tre navi da pesca italiane queste, sono state poi, dirottate verso il porto di Bengasi in Libia. Ovviamente è immaginabile con quali modalità. Lo stesso fatto che sono state scortate da una motovedetta libica è l’evidente dimostrazione della volontà ‘coercitiva’ esercitata dai libici nei confronti dei marittimi italiani che si trovavano a bordo dei tre pescherecci italiani.

Lo stesso armatore del ‘Maestrale’, uno dei tre motopesca sequestrati, Vito Margiotta ha riferito che sarebbero stati anche sparati dei colpi in aria per costringere i pescherecci a cambiare rotta verso il porto di Bengasi.

Mentre Pietro Asaro, amministratore della ‘Sirrato Pesca’, società armatrice di un altro dei tre motopesca, l’’Antonino Sirrato’ ha riferito che: “Gli equipaggi hanno trascorso la notte sui pescherecci, dopo il loro arrivo a Bengasi intorno all’una di notte, e la situazione a bordo è tranquilla”.

“E’ stato un atto di pirateria, perchè una piccola imbarcazione che blocca pescherecci con bombe e mitra non fa pensare ad un intervento ufficiale delle autorità libiche, anche se oggi il console italiano ha accertato che il fermo è stato eseguito dalle autorità”. E’ il commento di Vito Margiotta, figlio dell’armatore del “Maestrale”, il terzo dei pescherecci sequestrati in Libia.

Da questo nuovo episodio si deduce che  il governo transitorio libico mantiene in vigore le vecchie leggi emanate dal regime di Gheddafi.

Nel caso specifico almeno quella che estendeva unilateralmente il limite delle acque territoriali libiche fino a 72 miglia.

La Libia ha ‘tracciato’ unilateralmente un’ideale linea con cui ha chiuso il Golfo della Sirte.

Questo, però, non è conforme al diritto internazionale e deriva da pretese libiche, risalenti a decenni indietro, di considerare questo Golfo come baia storica del Paese nordafricano.

La verità è che tale area è ricca di pesce e di petrolio.

L’Italia come anche altri Paesi del Mediterraneo e gli USA, ha da sempre dichiarato di non riconoscere la validità di questa linea. In nome della
libertà di navigazione, di proposito, più volte, navi da guerra, specie statunitensi, sono entrate nel Golfo.

La soluzione però al problema non può essere militare, ma diplomatica.

In passato trattati di amicizia e di pesca però, non sono stati la soluzione al problema.

Ora si sperava che con l’avvento del nuovo governo libico, dopo la caduta del regime del colonello Muammar Gheddafi, fosse tutto almeno in parte risolto.

Ed invece, la storia continua.

Ancora una volta si torna a parlare di pescherecci italiani oggetto di azioni violente da parte di motovedette libiche.

Questa azione, come  tutte le altre compiute finora dai libici contro le barche da pesca italiane  ha di certo un solo scopo, quello di essere un monito a non violare i confini libici.

Lo era per Gheddafi lo è ora per il governo transitorio libico.

La decennale ‘guerra del mare’  quindi continua.

Una ‘guerra’ che si combatte nel Mediterraneo principalmente tra i Italia e Libia, ma che riguarda tanti altri.

Purtroppo sono le barche da pesca italiane, specie quelle che partono dalla Sicilia, a doversi spingere a sud e nel farlo incorrono nel rischio di imbattersi nelle motovedette libiche che a quanto pare hanno ancora l’ordine di ‘bloccare gli intrusi’.

L’esempio più eclatante di questa ‘guerra’, che per fortuna è per ora, senza vittime, è l’episodio accaduto il 13 settembre del 2010 quando una motovedetta libica sparò colpi di mitraglia ad altezza d’uomo contro un peschereccio di Mazara del Vallo, l’’Ariete’.

Ironia della sorte quella motovedetta faceva parte di un gruppo di unità consegnate dall’Italia alla Libia per pattugliare il mare in funzione anti immigrati. Per questo motivo ne scoppiò anche una polemica risoltasi con un nulla di fatto.

In verità la Libia, quella del rais, ha da sempre usato la politica dei sequestri per porre pressione e ottenere importanti riconoscimenti economici e politici. Ed è quello che sta avvenendo anche in queste settimane. A quanto pare la politica, quella violenta basata sul ricatto, è fatta loro anche dal nuovo governo libico.

In merito si registra il commento del vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero che nei giorni scorsi ha affermato. “Assistiamo ancora ad un sequestro di tre pescherecci della nostra marineria mazarese da parte delle motovedette libiche nel mar Mediterraneo. E assistiamo ancora al solito rituale di solidarietà e di proteste. Quanto accaduto non è più sostenibile e cioè che della questione del confine delle acque internazionali se ne torni a parlare soltanto quando avviene un sequestro. Non è più possibile aspettare e soprattutto sopportare che un confine delle acque sia posto unilateralmente dalle autorità libiche.  La questione va affrontata subito, con un impegno concreto del Governo italiano e della diplomazia dei due Paesi. In questo momento, auspicandomi che la questione abbia una rapida soluzione, come pastore di questa Chiesa partecipo all’ansia delle loro famiglie e sono vicino a loro”.

Parole significative e pesanti quelle del vescovo Mogavero che inducono tanti a pensare che forse è giunto davvero il momento di dire basta.

L’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo non possono più accettare ulteriori atti del genere specie se sono compiuti da un governo che si dice democratico come lo è quello di transizione libico.

Questi attacchi violenti, che le motovedette libiche ripetutamente compiono ai danni di indifesi lavoratori del mare, che stanno li per cercare di guadagnare quel poco da permette loro di mantenere le proprie famiglie, deve cessare.

La diplomazia italiana per ora  è impegnata nel cercare di riportare a casa i pescatori italiani e tunisini ‘ostaggi’ in Libia, dopo però, dovrebbe cercare di definire e chiudere la questione una volta e per sempre anche  forse facendo la voce grossa.

Lo sanno tutti che il sequestro dei pescherecci italiani da parte dei libici è privo di basi legali in quanto discende dalla dichiarazione unilaterale di Gheddafi che violano le leggi internazionali.

Se il governo di transizione libico le fa sue allora vuol dire che è peggio del suo predecessore.

Ferdinando Pelliccia

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