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SPLASH TV – Giornalismo e spettacolo. Verità e boutade.

C’è la maga cicciona che chiede sull’unghia l’obolo benefattore che “salva” dal cancro ma non dalla frode. C’è l’affittacamere “creativo” che abbassa la pigione per non registrare il contratto di locazione, e non pagarci su le tasse, ma viene alla fine inchiodato alla “cedolare secca” da una bella denuncia all’agenzia delle entrate. C’è la farmacista disinvolta, con tanto di commessi in camice bianco ugualmente complici e sfacciati, che defustella le medicine per appiccicare il talloncino su altrettante ricette fatte fare ad hoc, e farsele così rimborsare come prestazioni sanitarie regolarmente effettuate. E ci sono i compratori d’oro che, non bastante la vergogna di chi si impegna pure bracciali e collane della nonna per poter sbarcare il lunario, lucrano sul peso e danno un corrispettivo in euro nettamente inferiore al valore del monile. E l’elenco, negli ultimi mesi e non solo, potrebbe continuare. Un lungo, drammatico, grottesco, tipicamente italico elenco di accaparratori in “nero”, truffatori con tanto di vetrina, portavoce del Cielo ma senza partita Iva, finti rappresentanti del commercio equo e solidale che rispondono solo al tintinnare del soldo e alle beffe più smaccate all’onestà e al timore delle istituzioni. E colpisce che questi fenomeni, finalmente disseppelliti, non facciano parte di interrogazioni parlamentari, veementi catilinarie o manifesti intellettuali, ma dei sussurri e delle grida di trasmissioni come Le Iene e Striscia la Notizia che ancora difendono il valore della democrazia in un benevolo circo di pupazzi e reporter d’assalto.

Una democrazia che dovrebbe essere fatta di parole libere, ossigenate, ecologiche, per così dire, protese al futuro e alla difesa della libertà e dei diritti, non infagottate in congerie di linguaggi difficili da dipanare e di cui è ancor più difficile trovare senso, origine e destinazione. Come un farmaco senza “modalità d’uso”.

E di testimonianze grottesche c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nel cuore della notte di Canale 5, mentre rivedi stancamente il frusto rito dei reality defilippiani con tronisti dopati di vanità e piccoli mostri del canto e del ballo che si contendono un’inquadratura, appare all’improvviso la scritta “Edizione straordinaria”, con la musichetta d’ingresso del tiggì della sera. Hai un leggero, vibrato soprassalto sul divano. Sono le tre passate. Temi una scossa di terremoto in qualche parte d’Italia, che annuncia magari già vittime e rovine. Temi la morte improvvisa di qualche alta figura istituzionale. Al golpe militare o all’invasione dello stato del Vaticano, sinceramente, non ci arrivi, ma la cronaca funesta degli ultimi anni basta e avanza per far trasalire lo spettatore medio. E ricordargli che la natura rìa è sempre dietro l’angolo, che abbia il sapore amaro di una catastrofe o di una scomparsa impensata. E invece assisti alla Cesara Buonamici che, impettita e professionale dietro il tavolo delle news, ingaggia un singolare, patetico sketch con uno yeti interpretato da Panariello come spot a quello che sarebbe stato poi l’ultimo show del comico toscano trasmesso dall’ammiraglia Mediaset. Col tempo ti abitui. E “ammiri” le gesta attoriali anche di Vinci di Matrix in compagnia di un alieno verdognolo e rauco, e quelle del wonder-inviato Capuozzo con il mostro di Lochness col cellulare bagnato sulla zampa. Giornalismo e spettacolo. Verità e boutade. Realtà e teatrino. In un fritto misto di generi e posture che domani, di fronte alle crisi incombenti, a carestie, aids e guerre, continueranno a farci ridere aspettando qualche gag che non arriverà.

Ma Mara Carfagna negli ultimissimi giorni ha battuto tutto e tutti. Resta zitta zitta come una madonnina infilzata, parla con un filo di voce come una accademica di cui tutti non possono che conoscere i trattati di filosofia scritti in anni e anni di docenza, fa spallucce con aria di sufficienza, sopporta come una martire condannata alla santità, sciorina il suo compitino preparato a casa per onorare il padre-padrone che la osserva e giudica da dietro lo schermo, finge di non ascoltare le reazioni di dissenso di qualche sporco “comunista” seduto, ahilei, nello stesso salotto televisivo. Forse trema dentro, come solo un invertebrato sa fare al solo passaggio di una foglia sul pelo dell’acqua. Ma dissimula con invidiabili doti recitative che le dottrine ingoiate a bocconi per darsi un contegno pubblico sanno scolpire mirabilmente. La Carfagna è un povero condensato del peggio della comunicazione politico-mediatica che insozza orecchie e coscienze fra un talk e un altro, fra un regime e un altro. Non solo il triste osceno tetris di avvenenza con competenza che il tronismo istituzionale di Berlusconi ci ha imposto per lunghe maleodoranti stagioni. A Piazzapulita è una spenta principessina che tesse le lodi del “giovane e talentuoso” Alfano, che affossa di frasettine di chiffon un troppo riverente Telese che tenta di ribadire le sue complicità, che fa la soldatessa incipriata di un partito ormai fantasma come le lusinghe con cui ha drogato una nazione. E sullo sfondo, in collegamento, l’ennesima torma di operai incazzati e licenziati di una fabbrica che si chiedono inebetiti e silenti: ma non stavate parlando di noi?

Carmine Castoro

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