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Pirateria marittima somala: adesso più che mai l’attenzione deve restare alta

Negli ultimi mesi si è registrato un forte calo del tasso di successi dei dirottamenti di navi da parte dei pirati somali nell’Oceano Indiano.

Un dato che ha portato tanti a pensare che forse il fenomeno della pirateria marittima in quella parte del mondo sia in declino.

Nulla di più sbagliato.

Ora più che mai non si deve per nulla abbassare l’attenzione sul fenomeno e nemmeno la guardia.

Questo, anche se si stanno raccogliendo, negli ultimi mesi, ottimi risultati, sia in mare sia sulla terraferma.

Grazie alle azioni militari compiute contro le gang del mare dalle forze di sicurezza locali  centinaia di pirati somali sono stati catturati e armi e imbarcazioni distrutte.

Sarebbe però, un grosso errore abbassare addesso la guardia in quanto sono questi i momenti in cui il rischio è più alto.

Non significa nulla che dopo anni le missione navali internazionali anti pirateria marittima sembra stiano conseguendo ottimi risultati nel contrasto al fenomeno. Addirittura forze aeree della missione Ue ‘Atalanta’ hanno compiuto un blitz militare  contro covi pirati  considerati finora inviolabili. Un segno questo, che indica che anche sulla terraferma si cominciano a raccogliere i primi risultati.

Tutto questo però, non significa che i pirati sono battuti.

Anche i diversi ‘Warning’ che sono lanciati di continuo dimostrano che comunque i predoni del mare continuano a scorrazzare in
lungo e in largo nell’Oceano indiano e al largo delle coste del Corno d’Africa alla ricerca di una nave da catturare e dirottare per poi, chiederne un
riscatto per il suo rilascio.

La  pressione, in mare e sulla terraferma,  di certo li sta mettendo in difficoltà, ma non li allontanerà dai loro propositi criminali che gli fruttano  centinaia di milioni di dollari.

Non passerà molto tempo, che come è sempre accaduto, le gang del mare si riorganizzeranno e cambieranno strategia per fronteggiare il nuovo pericolo  che minaccia la loro lucrosa attività.

Una dimostrazione che forse questo è già in atto viene da una recente operazione militare terrestre antipirateria condotta dalla polizia marittima della regione somala del Puntland, la ‘Puntland Police Force Maritime’, PMPF.

Il 27 maggio scorso sono stati arrestati 11 sospetti pirati nella città costiera somala di Hafun nella regione di Karkar. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati numerosi fucili d’assalto Ak-47 e anche una mitragliatrice pesante calibro 52.

Un fatto nuovo questo, in quanto finora le gang del mare si sono armate solo con kalasnikov e Rpg.

Purtroppo con la caduta del regime libico gli arsenali militari sono stati razziati e le armi che vi erano immagazzinate sono state immesse sul mercato nero mondiale del traffico illegale di armi.

Sembra che i pirati somali siano tra coloro che stanno acquistando alcune di queste armi come conferma in un recente documento il Centro Africana per lo Studio e la Ricerca del terrorismocon sede ad Algeri.

Un segno questo che le gang del mare si stano riarmando aumentando la loro potenza di fuoco in maniera proporzionata a chi li fronteggia.

Il fatto che chi lavora in mare possa trovarsi a dover fronteggiare un assalto pirata diventa ancora di più un grosso rischio. Questo in quanto con dei pirati meglio armati potrebbero verificarsi in mare scontri potenzialmente letali per le ambo parti coinvolte.

Un’ipotesi che forse si è già concretizzata in parte.

Dalla metà dello scorso anno infatti, si è assistito ad una sorta di ‘corsa alla sicurezza’ da parte degli armatori.

Negli ultimi mesi sembra che siano stati spesi almeno 1 mld di dollari in attrezzature e guardie di sicurezza private armate.

Come era prevedibile però, il sempre più alto ricorso a queste guardie armate a bordo dei mercantili che solcano i mari infestati dai pirati ha dato vita ad una escalation della violenza.

Nell’Oceano Indiano si registrano infatti, sempre di più scontri a fuoco nel corso di un attacco pirata ad un mercantile.

Che i pirati somali continuano a costituire una minaccia per le navi commerciali che attraversano l’Oceano Indiano lungo la rotta che collega l’Asia con L’Europa passando attraverso il canale  di Suez sono in tanti ad affermarlo. Tra questi il ministro degli Esteri italiano, Giulio
Terzi che la scorsa settimana nel sottolineare i rischi derivanti dal fenomeno che trae origine dall’anarchia delle coste somale ha voluto ancora una volta invitare i Paesi protagonisti e non del contrasto alla pirateria marittima a dare una risposta forte e coesa. Il numero uno della Farnesina ha anche ricordato che  in generale occorre il rispetto della giurisdizione esclusiva di bandiera e dall’immunità per i soldati impegnati nelle operazioni.

Un chiaro riferimento alla vicenda dei due marò in carcere in India perché accusati della presunta uccisione di due pescatori indiani avvenuta in mare, mentre i due militari italiani erano impegnati in una missione antipirateria.

In  merito si è espresso anche il Parlamento europeo che il 10 maggio scorso con una risoluzione sulla lotta alla pirateria ha stabilito che la giurisdizione che deve essere applicata in alto mare, anche nei casi di lotta alla pirateria, deve essere quella di cui batte bandiera la nave coinvolta. E nessuna autorità diversa da quelle nazionali può quindi arrestare o bloccare la nave e le persone a bordo, nemmeno a scopo investigativo.

Attualmente le azioni di contrasto alla pirateria marittima sono condotte da navi da guerra che sono organizzate in missioni internazionali o  singolarmente.  Si tratta della Combined Task Force 150, a cui partecipano Canada, Danimarca, Francia, Germania, Pakistan, Gran Bretagna e Stati Uniti, l’Operazione Atalanta, dell’Unione Europea e quella delle forze navali dei Paesi NATO, Ocean Shield. Nell’Oceano Indiano operano anche navi da guerra  della Russia, della Cina,  dell’India e altri Paesi.

I pirati somali trattengono in ostaggio un numero ingente di marittimi e numerose imbarcazioni. Un fatto questo che potrebbe costituire un grosso problema se la situazione dovesse svilupparsi in un determinato modo.

Ferdinando Pelliccia

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