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Sudan: è una questione economica a spingere Khartoum ad aggredire il Sud Sudan

Mentre Sudan e Sud Sudan continuano ad ‘azzuffarsi’ per questioni scaturite da tutta una serie di controversie e la produzione di petrolio in entrambi i Paesi africani è ferma,  danneggiando ulteriormente le loro già precarie economie, sale la preoccupazione nella comunità internazionale per il timore che tra i due Paesi africani possano riprendere su larga scala le ostilità.

Da oltre 10 mesi si registra un crescendo di continui scontri al confine tra i militari di ambo le parti che si sono poi, accentuati dallo scorso mese di marzo.

Scontri che potrebbero essere il segnale di una guerra non dichiarata già in corso tra i due Paesi africani.

Le autorità di Khartoum il 29 aprile scorso hanno addirittura decretato lo stato d’emergenza nelle aree al confine con gli stati del Sud Kordofan, Nilo Bianco e Sennar.
Una decisione che ha comportato la sospensione della costituzione e l’embargo nei confronti delle merci da e per il Sud Sudan.

Una mossa che ha colto tutti di sorpresa. Sembra quasi che Khartoum stia solo cercando un valido motivo per colpire e intanto, continua
con le provocazioni.

Intanto continua con la cacciata dei sud sudanesi dal suo territorio e poi, con  il quotidiano bombardamento di villaggi e campi profughi oltre confine.

La regione più colpita è quella del Sud Kordofan dove si trova anche il distretto petrolifero di Abyei, ricco di petrolio. Un distretto quest’ultimo che pur ricadendo fisicamente nel Sud Kordofan, uno degli Stati appartenenti al Sudan, politicamente ‘dovrebbe’ appartenere al Sud Sudan.

Purtroppo nel gennaio del 2011 alle popolazioni di Abyei, i Dinka Ngok, maggioranza, e i Misseriya, minoranza, e non è stato dato modo
di partecipare al referendum sull’autodeterminazione. Si è trattato di un rimandando dovuto ad una controversia in base a come stilare le liste
elettorali. Una scusa escogitata da Khartoum per guadagnare tempo secondo molti.

Nel maggio del 2011 il Sudan ha poi, occupato militarmente questo distretto petrolifero che di fatto è territorio sud sudanese.

Da questo distretto ora fuggono per sfuggire ai combattimenti gente in maggioranza appartenenti alla tribù dei Dinka Ngok. A distanza di un anno la stima è di circa 110mila.

Di fatto lungo gli stati di confine è in corso una sorta di cacciata dell’etnia dominante per far posto ad altri. La tecnica è sempre la stessa ed è già stata sperimentata in Darfur dove nei territori abbandonati dalle popolazioni locali di etnia africana, in fuga dalla guerra, giungono nomadi di etnia araba, appoggiati da Khartoum, per prenderne possesso.

Il 5 maggio scorso è scaduto il termine dato a fine aprile dal governatore dello stato sudanese del Nilo Bianco al confine con il Sud Sudan ai 12mila sud sudanesi per lasciare il Paese in quanto la loro presenza minaccia la sicurezza e il clima per la popolazione locale.

Appare evidente che il piano di Khartoum sia  quello di volersi appropriare di tutte le aree petrolifere sud sudanesi di confine. Regione dove vi sono almeno tre quarti dei giacimenti petroliferi nazionali.

Da mesi poi, gli Antonov e i Mig dell’aviazione sudanese continuano a bombardare indisturbati le città delle regioni di confine sud sudanesi. Oltre quelle del Sud Kordofan anche dello Stato sud-sudanese di Unity.

Purtroppo la forza aerea sud sudanese è composta solo da 10 elicotteri e un velivolo da trasporto leggero a differenza di quella sudanese che può contare invece, su almeno 61 aerei da combattimento.

Mentre, questi bombardamenti continuano essi vengono anche condannati dalla comunità internazionale, USA in testa. Le autorità di Khartoum però, continuano a negare l’evidenza dei fatti e rilanciano accusando il Sud Sudan di dare sostegno ai gruppi ribelli sudanesi minando
in questo modo la stabilità del Sudan.

Il presidente sud sudanese Salva Kiir Mayardit ha affermato che questi bombardamenti equivalgono ad una dichiarazione di guerra.

La comunità internazionale teme che Khartoum voglia invadere il Sud Sudan e quindi possa costituire una minaccia per la sua indipendenza e cerca di correre ai ripari.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha nei giorni scorsi anche approvato all’unanimità una risoluzione in cui chiede al Sudan e Sud Sudan di sospendere le ostilità e di riavviare il negoziato sulle controverse regioni di confine e minacciando sanzioni in caso non venga rispettato il documento. Stabilito anche una tabella di marcia per i negoziati che devono concludersi entro tre mesi.

All’indomani della risoluzione le autorità di Khartoum e di Juba almeno sulla carta hanno espresso la propria disponibilità a mettere fine alle
ostilità.

I due Paesi, una tempo un solo stato, nel 2005 avevano firmato un accordo di pace globale, Cpa. Una pace giunta a conclusione di una ventennale guerra fraticida che aveva mietuto milioni di morti e migliaia di profughi e rifugiati.

Un’intesa che però, non aveva riguardato, almeno in maniera appropriata, alcuni punti fondamentali.

Infatti, era stato previsto che appunto ci potesse essere una separazione del sud del Paese dal nord, sulla base di un referendum svoltosi poi, nel gennaio del 2011. Il 9 luglio del 2011 si sono così formati il Sud Sudan al sud, a maggioranza cristiano e animista, e il Sudan al Nord, a  maggioranza musulmana.

Però poi, per vari motivi non sono stati definiti in maniera adeguata i confini comuni dei due stati, stabiliti in base alle linee di confine esistenti il primo gennaio del 1956. Ed inoltre, non si è definito in maniera adeguata la spartizione delle risorse petrolifere.

Quest’ultima è con molta probabilità la vera ragione delle tensioni scoppiate tra i due stati africani.

Dalla vendita dei prodotti petroliferi, il Sud Sudan ricava il 98 per cento dei suoi introiti, mentre il Sudan il 90 per cento.

Il Sudan è in ‘bolletta’ in quanto non ha più petrolio da vendere, mentre, il Sud Sudan sta messo anche peggio in quanto non ha la possibilità di vendere il petrolio di cui il suo sottosuolo è ricco.

La secessione ha infatti, portato una forte perdita economica, stimata in miliardi di dollari in entrate dai proventi dal petrolio, per Khartoum. Questo perchè erano nel Sud concentrati i giacimenti petroliferi che prima della divisione in due stati del Paese africano producevano il 75 per cento dell’intero patrimonio petrolifero del Sudan unito.

Dopo la separazione in due Stati del Sudan ora è la sola area del distretto di Heglig nello stato del Kordofan del Sud a produrre la maggior parte del petrolio prodotto dal Sudan, stimabile in circa 115mila barili al giorno.

Per questo e per tanti altri motivi i due Paesi africani ora praticamente si contendono i ricchi giacimenti petroliferi dello Stato di Unity, dell’Alto Nilo situati nel Sud Sudan, e del Sud Kordofan situati nel Sudan.

Nel frattempo, è questo non è un fatto secondario, i ribelli sudanesi del Darfur si sono uniti ai combattimenti contro i militari di Khartoum appesantendo ulteriormente la situazione. Il loro intervento si registra soprattutto nello Stato del Kordofan del Sud.

Il Sud Sudan però, è rimasto ‘intrappolato’ in quanto non possedendo ne raffinerie ne oleodotti per raffinare e portare il greggio al mare è costretto a pagare il Sudan per poter far transitare attraverso un suo oleodotto il ‘suo’ petrolio’ fino al mar rosso da dove poi, poterlo esportare.

Alla fine il flusso di greggio verso il mar Rosso si è arrestato perché sono scaturite diverse controversie tra Khartoum e Juba. I sudanesi erano soliti trattenere per se una parte del grezzo estratto dai pozzi sud sudanesi e che veniva inviato a Port Sudan per l’esportazione, circa 350mila barili al giorno. Khartoum dichiarava che il greggio veniva trattenuto in pagamento per l’utilizzo degli oleodotti sudanesi di cui le autorità di Juba si servivano. Un pagamento che le autorità di Juba affermavano che invece, non era dovuto.

Inizialmente era stato infatti, stabilito che il sud doveva vendere al nord il suo petrolio con uno sconto del 10 per cento, pagando in questo modo il noleggio del suo oleodotto.

Evidentemente al Sudan non è convenuto.

Come soluzione al Sud Sudan non resta che costruire un oleodotto alternativo a quello per Port Sudan, ma per farlo ha bisogno di forti aiuti economici in quanto la produzione del petrolio nel Paese è ormai ferma da mesi.

Pechino a fine aprile ha annunciato che finanzierà progetti per lo sviluppo delle infrastrutture in Sud Sudan per 8 mld di dollari.

Quale Paese più indicato a farlo se non la Cina. A gestire l’estrazione e la distribuzione del petrolio nei due Paesi africani è infatti, già un consorzio composto soprattutto da imprese cinesi e poi anche malesi, indiane e sudanesi. Si tratta del ‘Greater Nile Petroleum Operating Co’, GNOP.

Alla Cina è poi, diretto più del 60% del greggio prodotto in Sudan e Sud Sudan.

Per questo motivo anche la diplomazia cinese si è mobilitata per cercare di trovare una soluzione e ricucire i rapporti tra Sudan e Sud Sudan.

Da parte sua Khartoum per mettere fine ai violenti combattimenti alla frontiera con il Sud Sudan insiste sul ruolo dell’Unione africana, Ua.

Per il Sudan è ben poca cosa, rispetto al passato, la produzione petrolifera del distretto di Heglig. Si tratta di un territorio che rientra in quello del Sudan in seguito ad un arbitrato internazionale che ha deliberato in questo modo anche in base alle linee di confine esistenti al primo gennaio del 1956.

Una decisione che però, il Sud Sudan continua a contestare in quanto ritiene suo quel territorio.

Questo rende l’area uno dei punti più critico lungo la comune frontiera tra i due Paesi africani.

Appena un mese fa, il 10 aprile scorso, i militari del Sud Sudan ne hanno cercato di prendere il controllo, ma il tentativo è annegato nel sangue di centinaia di soldati di Juba.

La reazione di Khartoum all’occupazione militare non si è infatti, fatta attendere.

I militari di Juba sono stati cacciati e inseguiti e uccisi anche mentre si ritiravano e anche oltre confine. Una reazione rabbiosa quella dei sudanesi che dimostra come stanno realmente le cose. L’esercito di Juba aveva accettato di lasciare l’area e si era ritirato rispondendo agli appelli alla conciliazione lanciati dalla comunità internazionale. Khartoum infischiandosi di ogni regola si è accanita invece, contro di loro.

Eppure le truppe di Khartoum occupano dal 21 maggio del 2011 il distretto petrolifero di Abyei in territorio sud sudanese. Una vera e propria
invasione militare condannata dail Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha chiesto il ritiro dei militari di Khartoum. Un ritiro che però, non è mai
avvenuto sebbene esista un accordo firmato tra Khartoum e Juba il  20 giugno del 2011 ad Addis Abeba in Etiopia.

 

In seguito all’accordo l’ONU ha inviato nel distretto petrolifero circa 4mila caschi blu etiopi per garantire la smilitarizzazione della zona.

Da allora le autorità sudanesi hanno però, respinto ogni sollecitazione a ritirarsi da Abyei, affermando che si tratta di questioni politiche e militari interne al Sudan.

Anche l’Ua ha recentemente sollecitato il ritiro immediato e senza condizioni di ogni armato dalla regione.

Nell’area da mesi si registrano anche sanguinosi scontri tra le milizie locali arabe dei Misseriya, sostenute dal governo di Khartoum, e quelle di etnia Ngok Dinka filo Sud Sudan.

Ferdinando Pelliccia

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