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Storie di mare e di vita. Violet Constance Jessop, il Titanic e i suoi gemelli

Cent’anni fa, esattamente nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912, il grande Titanic entrava nella storia della navigazione e dell’umana incoscienza consegnando il suo scafo martoriato alle gelide acque dell’Atlantico del Nord. Da allora, non sono mancate rivelazioni e leggende che hanno contribuito a  edificare intorno allo sventurato transatlantico della White Star Line una vera saga del mare. Tuttavia, per ricordarlo, non faremo qui rivelazioni, né tanto meno evocheremo leggende. Semplicemente, ricordermo vicende di navi, di uomini e di donne che, pur note e verificate, si concatenano tra loro in modo da apparire legate da un unico, singolare filo conduttore.

Solo i cultori di storia marittima e pochi altri sanno che il Titanic non era “il più sontuoso transatlantico della sua epoca”, come spesso è stato definito. Ciò non è vero perché, molto semplicemente, il Titanic aveva altri due gemelli, praticamente identici se non per particolari trascurabili. Uno, l’Olympic, navigava già da qualche mese mentre il più illustre parente era ancora sugli scali. L’altro, il Britannic, fu completato dopo la tragedia del Titanic e per questo poté beneficiare delle modifiche atte ad affrontare meglio le conseguenze di certi incidenti, per esempio quelli dovuti alla collisione con un iceberg. Il Britannic avrebbe dovuto in realtà chiamarsi Gigantic, ma dopo l’affondamento del Titanic l’armatore decise prudentemente per un nome meno pretenzioso e altisonante che gli avrebbe almeno evitato di essere accusato di reiterata immodestia nel caso fosse accaduto qualcosa anche a questa nave. In un certo senso fece bene perché, come vedremo, nemmeno il Britannic ebbe un destino felice. Ma andiamo con ordine e torniamo per un momento al 1911, con l’Olympic già in servizio e il Titanic e il Britannic ancora sugli scali dei cantieri Harland & Wolff di Belfast.

Il 20 settembre 1911 l’Olympic salpa da Southampton diretto a New York. La nave è al comando del capitano Edward John Smith, un vecchio lupo di mare classe 1850, passato alla storia, del quale parleremo più avanti. Del personale di bordo fa parte anche Violet Constance Jessop, una cameriera 23enne nata in Argentina da genitori irlandesi. Dopo la loro morte, Violet torna in Inghilterra e si fa assumere dalla White Star Line che l’assegna all’Olympic, dove prende imbarco fin dal 14 giugno. La nave leva le ancore con un insopportabile ritardo e Smith intende probabilmente recuperarlo, quindi procede spedito verso il mare aperto scendendo il fiume Solent a una velocità forse un po’ troppo elevata. Accanto, a poca distanza e sulla stessa rotta, naviga lo HMS Hawke, un vecchio incrociatore protetto della Royal Navy, varato nel 1891 e veterano della campagna di Creta, al comando del capitano di vascello W. F. Blunt. A un certo punto, all’altezza dell’Isola di White, le due navi vengono a collidere. Lo Hawke vira a sinistra, interseca la rotta dell’Olympic e urta la sua fiancata di dritta. L’incrociatore, che disloca meno di 8 mila tonnellate ed è lungo 110 metri, è quasi un fuscello di fronte al gigante che ne stazza oltre 46mila per quasi 270 metri, e ha la peggio: la sua prua si accartoccia e viene completamente distrutta, come dimostrano alcune eloquenti fotografie dell’epoca. Tuttavia, anche l’Olympic accusa le sue ferite: la prua dell’Hawke gli apre un enorme squarcio triangolare sulla fiancata destra, due compartimenti si allagano, l’elica di dritta perde una delle tre pale e il relativo albero si storta irrimediabilmente. Un’inchiesta attribuisce la responsabilità dell’incidente alla fatalità, anche se la Royal Navy mugugna e, per spiegarlo, scomoda un principio della fisica, il cosiddetto “effetto Venturi”: le grandi eliche dell’Olympic avrebbe creato una scia vorticosa che ha attirato lo scafo dello Hawke verso la poppa del transatlantico. Sarà. Comunque sia, entrambe le navi si salvano, non si registrano vittime e sia il capitano Smith, sia Violet Jessop sbarcano felicemente a Southampton. L’incidente, però, rappresenta un serio intoppo per la White Star Line, che nella costruzione dell’Olympic e dei suoi gemelli, destinati a competere con i veloci transatlantici a quattro eliche della rivale Cunard Line, ha investito una montagna di denaro frutto anche di prestiti americani. L’Olympic deve rientrare in servizio il più presto possibile sulle rotte per il Nordamerica, quindi viene riportato in tutta fretta a Belfast per le riparazioni e ormeggiato accanto al Titanic, già varato, che si trova in allestimento. Per accelerare i lavori, la compagnia si accorda con i cantieri Harland & Wolff: la nuova elica e il relativo asse verranno prelevati dal Titanic, il cui completamento sarà per questo ritardato, e trapiantati sull’Olympic, che rientrerà in servizio nel novembre 1911. La nave ha ora un nuovo comandante, ma Violet Jessop è rimasta a bordo. Nel febbraio 1912, però, l’Olympic subisce un nuovo contrattempo durante la navigazione: perde ancora la pala di un’elica e, per la seconda volta, il Titanic gli viene in soccorso prestandogliene una delle sue. Ovviamente, ciò costringe la White Star Line a rimandare ulteriormente la sua entrata in servizio. Il 10 aprile, con venti giorni di ritardo rispetto alla data originaria, il Titanic salpa finalmente da Southampton per il viaggio inaugurale che si conclude come ben sappiamo. Naturalmente, dietrologi, esperti e presunti tali discuteranno in eterno se salpare alla data prevista, cioè il 20 marzo, avrebbe evitato alla nave il tragico appuntamento con il fatale iceberg, o magari con un altro. Non lo sapremo mai, ma ciò che a noi interessa sottolineare è che il comandante del Titanic è Edward John Smith, lo stesso che pochi mesi prima era al comando dell’Olympic durante la collisione con lo Hawke. Negli intendimenti di Smith, quella è la sua ultima traversata: il vecchio marinaio vuole andare in pensione dopo l’arrivo a New York. Probabilmente lo avrebbe voluto anche prima, ma poiché ha fama di essere un comandante prestigioso e molto richiesto dai passeggeri delle prime classi, cioè quelli che pagano profumatamente per occupare gli appartamenti e le suites di bordo, la White Star Line vuole che sia assolutamente lui a guidare la prima traversata del suo nuovo gioiello navigante. Ma a bordo del Titanic ritroviamo anche un’altra nostra vecchia conoscenza: Violet Constance Jessop. La cameriera s’è offerta di far parte dello staff della nave e il suo ruolo sarà quello di addetta ai passeggeri di 1a classe. Violet scende da una carrozza alle 6 del mattino del 10 aprile e si presenta all’imbarco: sarà una delle 23 donne (su un totale di 885 persone) dell’equipaggio del Titanic.

La triste fine del transatlantico è nota, quindi non staremo a ricordarne i dettagli, se non per sottolineare i diversi destini del capitano Smith e di Violet Constance Jessop. Il primo non vedrà mai la sospirata pensione perché affonderà volontariamente con la sua bella nave; la seconda, invece, scampa miracolosamente al naufragio in quanto, salita sulla scialuppa n° 16, viene raccolta dal transatlantico Carpathia, che ha ricevuto l’SOS lanciato dal Titanic prima di scomparire negli abissi. Nonostante una forsennata navigazione che mette a dura prova le macchine, il Carpathia giunge sul luogo dell’affondamento quando il Titanic, scosso dai sussulti, è già in pezzi sul fondo dell’oceano.

Il serio incidente all’Olympic e poi il tremendo naufragio del Titanic, con più di 1.500 vittime, potrebbero essere considerati da chiunque come un avvertimento del destino: forse un suggerimento a cambiar mestiere o comunque a star lontani dal mare e dalle navi. Violet, però, è fatta di un’altra pasta e il 5 giugno 1912, cioè meno di due mesi dopo la tragedia del Titanic e dopo essere stata sbarcata a New York dal Carpathia, ritorna in servizio sull’Olympic, a bordo del quale effettuerà altre 6 traversate per poi passare ad altre navi. Tuttavia, presto torna sull’Olympic dal quale sbarca il 25 aprile 1914. Dopo quella data, Violet resta a terra e frequenta il corso VAD (Voluntary Aid Detachment), un’organizzazione di volontariato fondata nel 1909 che si rivelerà preziosa durante il primo conflitto. Al termine del corso, Violet è una “nurse” qualificata e il 12 novembre 1916, dunque in piena guerra, s’imbarca sul secondo gemello del Titanic, il Britannic, requisito dalla Royal Navy e trasformato in nave ospedale per le esigenze belliche. Alle 14.23 di quel giorno, il Britannic salpa da Southampton con rotta su Lemnos, in Grecia. A bordo, oltre al capitano Charles Bartlett, ci sono 1.066 tra membri dell’equipaggio, steward, medici e infermiere, pronti a prendersi cura dei feriti evacuati dai teatri della Grande Guerra. Il 17 novembre la nave fa scalo a Napoli per rifornirsi di carbone e d’acqua e vi si trattiene più del previsto per colpa di una tempesta. Il 19 salpa da Napoli, il 20 passa lo Stretto di Messina e dirige a tutta forza verso l’Attica. Alle 8.12 del 21 novembre, mentre naviga nel Canale di Kea, a circa 5 km dall’isola omonima, una tremenda esplosione squassa la nave. Si tratta di una mina, probabilmente posata insieme ad altre dal sommergibile tedesco U 73. La situazione è grave e la compartimentazione interna, anche se modificata e migliorata dopo la tragedia del Titanic, non riesce comunque a fronteggiare l’allagamento: i locali si indondano uno dopo l’altro, anche perché le infermiere di bordo hanno lasciato aperti molti oblò per arieggiare le stanze adibite a corsie ospedaliere, dai quali l’acqua irrompe ora a torrenti. Il capitano Bartlett, in un estremo tentativo, ordina però di non fermare le macchine: la sua idea è quelle di portare la nave a incagliare su un bassofondo della vicina Isola di Kea. Purtroppo lo stratagemma non ha successo: il Britannic affonda rapidamente, lo scafo della nave s’inclina a dritta, la prua s’immerge e la poppa si solleva scoprendo le eliche che continuano a girare. Due scialuppe vengono calate in acqua un po’ troppo precipitosamente senza che Bartlett lo sappia e “spanciano” sul mare. Chi è a bordo non riesce a dirigerle a dovere ed entrambe vengono fatte a pezzi dall’elica di dritta, che compie una carneficina tra gli occupanti. Venuto a conoscenza dell’accaduto, Bartlett ordina di fermare le macchine proprio mentre una terza scialuppa si sta avvicinando alla poppa. A bordo di quell’imbarcazione c’è Violet Jessop. Resasi conto del pericolo, la nurse si getta in acqua poco prima che una pala dell’elica in rallentamento colpisca la barca. Violet urta violentemente con il capo lo scafo della nave ma, secondo le sue stesse parole, riportate anni dopo nella sua autobiografia del 1934 (Titanic Survivor: the newly discovered memoirs of Violet Jessop, who survived both the Titanic and Britannic disasters), si salva perché, a suo parere, “il colpo viene attutito dalla sua gran massa di capelli corvini”. A 55 minuti dall’esplosione, il Britannic s’inabissa in un ribollire di spuma: sarà la nave di maggior tonnellaggio persa durante la Grande Guerra. L’elica roteante ha ucciso 30 persone e altre 24 risultano ferite, alcune con orribili mutilazioni. I superstiti vengono soccorsi da un paio di unità della Royal Navy e dalle barche da pesca accorse dal villaggio di Korissia, sull’Isola di Kea, dove Violet si prodiga da subito per soccorrere i feriti, tra i quali uno che ha perso un piede, e a rincuorare i superstiti.

Scampata al secondo naufragio, l’intrepida Violet torna in patria nel 1917 e lavora a terra fino al 1920, ma il 25 giugno di quell’anno s’imbarca ancora  sull’Olympic, a bordo del quale effettua 33 traversate per poi passare sul Majestic, dove ne compie 36. Probabilmente proprio sull’Olympic conosce il suo futuro marito, John James Lewis, uno steward di 10 anni più anziano che sposerà a Londra il 29 ottobre 1923, dieci giorni dopo che entrambi sono sbarcati dal Majestic. Non sarà un matrimonio felice: durerà circa un anno e Violet non rivelerà mai, nemmeno nella sua autobiografia, il nome del marito. I particolari del matrimonio sono stati svelati di recente da un ricercatore, il quale ha inoltre scoperto che sulla nave il marito di Violet aveva molti colleghi scomparsi nella sciagura e che dopo il naufragio intrattenne rapporti con uno dei passeggeri superstiti. In ogni caso, le strade di John e di Violet presto si separano e lei continua a navigare fino al 24 ottobre 1925, quando  sbarca e resta a terra per sette mesi. Il richiamo imperioso del mare, però, si fa nuovamente sentire e Violet diventa dipendente di un’altra compagnia, la Red Star Line, e resta per 7 anni a bordo del Belgenland (noto per una lunghissima crociera intorno al mondo, di 133 giorni, che vide come passeggero anche Albert Einstein), passando poi su altre navi dello stesso armatore. Sbarca nel 1939 e lavora sulla terraferma per tutta la durata del secondo conflitto e per qualche anno dopo, ma riprende ancora una volta il mare il 29 settembre 1948, prestando servizio sulla Andes, un transatlantico del 1939 in servizio sulla rotta per il Brasile e che vent’anni dopo verrà trasformato in nave da crociera. È il suo ultimo impiego: dopo 7 traversate, Violet sbarca definitivamente il 21 dicembre 1950, va in pensione e si stabilisce a Great Ashfield, nelle campagne del Suffolk, dove passa  placidamente il resto della vita in un tipico cottage inglese, coltivando fiori e allevando galline. Muore il 5 maggio 1971 per un attacco cardiaco.

Per completare questa straordinaria storia di destini incrociati che vede   protagonisti navi splendide, donne coraggiose e uomini di mare più o meno famosi, manca solo qualche particolare che riguarda la carriera dell’Olympic. Il grande transatlantico, trasformato in trasporto truppe armato, sopravvive agli iceberg e alla prima Guerra Mondiale, durante la quale, il 12 maggio 1918, riesce incredibilmente a speronare e ad affondare il sommergibile tedesco U 103 che si preparava a silurarlo. Nel dopoguerra, riconvertita al servizio passeggeri, la nave continua a fare la spola tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti registrando spesso il tutto esaurito. Il suo successo deriva in gran parte dal fatto che, essendo praticamente identico al Titanic e unica sopravvissuta del trio, attira frotte di viaggiatori desiderosi di provare l’emozione di una traversata sulla stessa rotta e su una nave gemella dello sventurato gigante già entrato nella leggenda per la sua tragica fine. Il 15 maggio 1934 l’Olympic è però protagonista di un altro grave incidente: mentre si avvicina a New York in una fitta nebbia, piomba sull’LV-117, il battello-faro di Nantucket, lo taglia in due e uccide 7 degli 11 membri dell’equipaggio. Ma un altro naufragio, ben più colossale, è alle porte: negli anni 30, le conseguenze della grande crisi economica del 1929 svuotano le cabine di molti leggendari transatlantici e il traffico passeggeri crolla. L’anno dopo la collisione tra l’Olympic e il battello-faro, in base a un diktat del governo britannico, la White Star Line e la Cunard, le due compagnie un tempo concorrenti, si fondono e il nome della prima scompare. La razionalizzazione delle due flotte impone il sacrificio delle navi meno giovani e l’Olympic viene ritirato dal servizio lo stesso anno. Il suo scafo rugginoso, dopo la rimozione delle sovrastrutture già avvenuta a Jarrow e la vendita all’asta degli arredi, è rimorchiato in Scozia, dove finirà i suoi giorni nel 1937 sotto la fiamma ossidrica dei demolitori di Inverkeithing. Ma prima, l’Olympic rimane qualche tempo ormeggiato a Southampton insieme a  un’altra nave famosa condannata dalla crisi: è l’amatissimo Mauretania della Cunard Line, gemello a sua volta del celebre Lusitania, silurato dal sommergibile tedesco U 20 al largo dell’Irlanda il 7 maggio 1915. Poco prima di essere avviato anch’esso alla demolizione, il Mauretania riceve, nell’estate del 1935, l’ultima visita di uno dei suoi ex-comandanti, il capitano Arthur Rostron, ormai anch’egli in pensione. Al cospetto dell’Olympic e del Mauretania, ora tristemente silenziosi e vicini in attesa di partire per il loro ultimo viaggio verso l’oblìo, Rostron, sopraffatto dall’emozione, declina l’invito a salire a bordo del Mauretania: con le lacrime agli occhi, dichiara di voler ricordare la nave nell’aspetto che aveva quando era al suo comando. Ma il vecchio comandante, che morirà cinque anni dopo, ha un altro motivo per essere commosso: non può evitare di rivolgere un pensiero anche al vicino Olympic. Infatti, nell’aprile di 23 anni prima, proprio lui era al comando del Carpathia che, spingendo le sue macchine al limite in una memorabile galoppata tra le acque infestate dai ghiacci, giunse troppo tardi sul luogo del naufragio del gemello Titanic, riuscendo a salvare solo 710 superstiti.

Oggi Violet Constance Jessop e l’Olympic rivivono nel ricordo di una parte degli arredi della grande nave che, venduti all’asta nel 1935, sono sparpagliati per tutta l’Inghilterrà e chissà dove altro. Una sezione del salone di prima classe dell’Olympic e della sontuosa scalinata che vi conduceva si trovano nel White Swan Hotel di Alnwick, nel Northumberland. Nel 2000, la compagnia crocieristica Celebrity Cruises decise di utilizzare parte dei pannelli di legno sbarcati dal ristorante “à la carte” dell’Olympic 65 anni prima per realizzare lo “RMS Olympic Restaurant” a bordo della sua nuova nave da crociera, la Millennium. Il grande orologio posto sulla scalinata dell’Olympic è invece esposto al Musero Marittimo di Southampton. Chissà quante volte gli occhi di Violet Constance Jessop si sono posati sulle sue lancette e i suoi passi hanno salito quella scalinata per recarsi nel salone di 1a classe.

Chi desiderasse visitare l’estrema dimora di Violet, potrebbe recarsi nel piccolo cimitero di Hartest, nel Suffolk, dove l’indomabile cameriera che sopravvisse al Titanic e ai suoi gemelli riposa accanto alla sorella e al cognato. Sulla sua lapide di semplice granito si legge ancora un consunto epitaffio:

“Fortificata dai riti di Santa Madre Chiesa

Il dolce Gesù abbia pietà della sua anima”

 

Riccardo Celi

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