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Sudan: il Paese africano ha in corso una guerra non dichiarata con il Sud Sudan

Da quando il Sud Sudan è divenuto indipendente dal Sudan non si contano più le violazioni territoriali da parte delle forze armate sudanesi,
Saf e di miliziani filo Khartoum.

Ormai le autorità di Khartoum e quelle di Juba sono ai ferri corti.

Lungo il confine tra i due Paesi sono in corso violenze e atrocità indescrivibili. Anzitutto il bombardamento di villaggi  e campi profughi uccidendo inermi civili.

Si stima che in Sudan vi siano concentrate riserve petrolifere pari a 6,614 miliardi di barili, che equivalgono allo 0,53 per cento delle riserve
mondiali.

I due Paesi africani si contendono proprio i ricchi giacimenti petroliferi dello Stato di Unity, dell’Alto Nilo situati nel Sud Sudan, e del
Sud Kordofan situati nel Sudan.

Contesi anche i giacimenti petroliferi del distretto di Abyei. Un territorio quest’ultimo che pur ricadendo fisicamente nel Sud Kordofan, uno degli Stati appartenenti al Sudan, politicamente ‘dovrebbe’ appartenere al Sud Sudan.

Si tratta di un area estremamente ricca di petrolio e di conseguenza ambita da ambo le parti.

Attualmente il distretto petrolifero di Abyei è sotto occupazione militare da parte delle truppe di Khartoum che lo occupano dal 21 maggio del 2011.

Il ritiro dei militari sudanesi, sebbene esista un accordo firmato tra Khartoum e Juba il  20 giugno del 2011 ad Addis Abeba in Etiopia, non è mai avvenuto

Le autorità sudanesi hanno respinto ogni sollecitazione a ritirarsi da Abyei, affermando che si tratta di questioni politiche e militari interne al Sudan.

Nell’area da mesi si registrano anche sanguinosi scontri tra le milizie locali arabe dei Misseriya, sostenute dal governo di Khartoum, e quelle di etnia Ngok Dinka filo Sud Sudan.

Purtroppo in questo distretto petrolifero non si è partecipato alla scelta per aderire al Sudan o al Sud Sudan rimandando pericolosamente il referendum.

Si tratta dello storico referendum sull’autodeterminazione della regione meridionale sudanese da quella posta a nord, tenutosi nel mese di
gennaio del 2011 e che ne ha deciso la sua secessione dal Sudan decretata ufficialmente poi, il 9 luglio del 2011.

Si sono così formati il Sud Sudan al sud, a maggioranza cristiano e animista, e il Sudan al Nord, a maggioranza musulmana.

La frontiera tra i due Stati è stato stabilito che doveva essere quella esistente al primo gennaio del 1956 anno dell’indipendenza del Paese.

Un fatto questo che non ha visto tutte le parti convolte essere d’accordo.

In base a questo non è difficile capire che proprio per la mancata definizione dei confini, insieme alla ripartizione dei profitti del petrolio sono i fattori scatenanti del conflitto.

Inoltre, nel frattempo, i ribelli sudanesi del Darfur si sono uniti ai combattimenti contro i militari di Khartoum appesantendo ulteriormente
la situazione. Il loro intervento si registra soprattutto nello Stato del Kordofan del Sud.

La comunità internazionale ora teme fortemente che il governo di Khartoum voglia invadere il Sud Sudan e quindi possa costituire una minaccia per la sua indipendenza.

Le autorità di Juba sostengono che dietro a tutto vi sia la mano del presidente sudanese, Omar el Bashir, ricercato dalla Corte penale
internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra  compiuti nella regione sudanese del Darfur, che dopo aver finto di accettare l’indipendenza del Sud Sudan ora vuole impadronirsi delle sue ricchezze petrolifere.

Il Sud Sudan infatti, è ricco di giacimenti, mentre il nord ha le raffinerie, ben tre, e un oleodotto per portarlo fino a Port Sudan, sul Mar Rosso da dove poi, può essere commercializzato.

Dalla vendita dei prodotti petroliferi, il Sud Sudan ricava il 98 per cento dei suoi introiti, anzi dovrebbe in quanto a causa del conflitto la produzione è ferma,  mentre il Sudan il 90 per cento.

Si riaffaccia dalla finestra lo spettro della sanguinosa guerra civile tra il nord e il sud del Sudan cacciato dalla porta con gli accordi di pace del 2005. Una guerra fraticida che ha portato oltre un milione di morti.

Il timore del potersi scatenare l’ennesimo conflitto inter-sudanese porta alla mente anche quello in corso nella regione sudanese del Darfur dove sono morti finora almeno 300mila persone e oltre 2 mln sono profughi.

Finora a causa dei combattimenti nelle aree di confine tra i due Paesi africani sono già morti centinaia di civili, mentre altre migliaia sono scappati per sfuggire al dramma della guerra.

Ormai lungo il confine tra i due Paesi africani non vi sono che villaggi completamente vuoti specie nelle aree poste a sud. La regione più
colpita è quella del Sud Kordofan da dove a fuggire sono in maggioranza appartenenti alla tribù dei Dinka Ngok. Una sorta di cacciata dell’etnia dominante per far posto ad altri.

La tecnica è sempre la stessa ed è già stata sperimentata in Darfur dove nei territori abbandonati dalle popolazioni locali di etnia africana, in fuga dalla guerra, giungono nomadi di etnia araba, appoggiati da Khartoum, per prenderne possesso.

Appare evidente che il piano di Khartoum sia quello di volersi appropriare di tutte le aree petrolifere sud sudanesi di confine. Regione dove vi sono almeno tre quarti dei giacimenti petroliferi nazionali.

Sono tante le avvisaglie che portano a credere che sia già in corso una guerra non dichiarata tra i due Paesi africani.

La tensione è cresciuta giorno dopo giorno innescata dai tanti atti ostili compiuti dall’una e dall’altra parte. Una vera e propria azione di logoramento in cui specie i sudanesi del Nord sono maestri.

Un’accesa conflittualità riesplosa con violenza negli ultimi mesi e che alla base ha dunque questioni politiche ed economiche.

Proprio la questione economica è quella che di certo spinge le autorità di Khartoum ad aggredire il Sud Sudan,  pur sapendo di aver torto.

Per il Sudan la secessione ha portato una forte perdita economica, stimata in miliardi di dollari in entrate dai proventi dal petrolio. Questo perchè erano concentrati nel Sud del Paese  i giacimenti petroliferi che prima della divisione in due stati del Paese africano producevano il 75 per cento
dell’intero patrimonio petrolifero del Sudan unito.

Dopo la separazione in due Stati del Sudan ora è la sola area del distretto di Heglig a produrre la maggior parte del petrolio prodotto dal Sudan, circa 115mila barili al giorno.

Per cui anche il controllo della gestione delle risorse petrolifere, su cui si basano le economie dei due stati, è uno dei fattori scatenanti la conflittualità tra i due Paesi africani. La tensione che sembrava essersi raffreddata ultimamente, dalla fine del mese di marzo è tornata di nuovo alta dopo che lo scorso 10 aprile si è registrata l’occupazione, da parte dell’esercito del Sud Sudan, Movimento per la liberazione del popolo sudanese, Splm,  proprio del distretto petrolifero di Heglig stappandolo al controllo del Sudan.

L’occupazione di Heglig da parte delle truppe di Juba è durata 10 giorni. Un periodo al termine del quale i soldati sud sudanesi hanno lasciato volontariamente il territorio anche aderendo alle invocazioni a farlo da parte della comunità internazionale.

Nella ritirata però, sono stati incalzati dai militari delle forze armate sudanesi, Saf. Attacchi ingiustificati che hanno inferto ai sud sudanesi pesanti perdite.

Khartoum ha gridato alla vittoria e per celebrarla stamani il presidente sudanese Omar el Bashir in persona si è recato nel distretto e per salutare le truppe vittoriose.

Ferdinando Pelliccia

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