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La (il)-legalità e l’(in)-umanità indiana: difendiamo con forza i nostri marò

Il caso dei nostri sottufficiali ingiustamente trattenuti prigionieri nelle carceri del Kerala è una palese violazione del Diritto Internazionale ed una voluta, strumentale, disconoscenza del Diritto del Mare della Convenzione di Montego Bay (UNCLOS del 1982). Trovandosi a bordo di nave italiana,in acque internazionali, svolgendo peraltro un compito di antipirateria che afferisce direttamente l’India-quale paese limitrofo- più che l’Italia, sono stati tratti a Kochi con l’inganno , privandoli di quella tutela internazionale che prevede la titolarietà nel giudizio da parte dello Stato di ‘’bandiera’’, cioè dell’ Italia. Costretti o ingannati, sono ora in  attesa di giudizio nello stato del Kerala, in balia di un giudice rigido e apparso  spesso capzioso,che non perde occasione per ribadire la esclusiva potesta’ della giurisdizione, senza  che possano esserci interferenze politiche o anche del governo di Delhy.  La speranza che  sussista un ripensamento  ‘’costituzionale’’ nel definirne  la competenza,magari con un rimando ad un organismo giudicante di ordine superiore  e terzo, appare sempre più tenue, man mano che il tempo passa ed i sentimenti anti-italiani alimentati dai media locali non si affievoliscono,influenzando vieppiù i comportamenti dei giudici locali. Dell’ osservanza e del rinvio automatico costituzionale, con prevalenza sulla normativa nazionale in caso di conflittualità, delle norme contenute nei Trattati  internazionali ratificati e nello stesso Diritto Internazionale, si è già abbondantemente argomentato, anche se –pure in questa fattispecie rilevante- il governo regionale indiano ha glissato o, meglio, reagito con estrema rigidità. Infatti, ha recentemente  precisato che la competenza resta inequivocabilmente nelle sole e strette competenze del loro Tribunale, che non potrà essere  influenzato da altre considerazioni  di tipo politico, diplomatico o di qualunque altro genere. Ma, a ben vedere,  il panorama indiano, oltre il caso emblematico dei nostri marò,evidenzia nel tempo un approccio legale internazionale  e umanitario, non certo esemplare in termini di giustizia e di tutela della vita umana; ciò,invece, dovrebbe  caratterizzare un grande paese di rango mondiale. Una giustizia ed una umanità abborracciate, per usare un eufemismo, caratterizzate da fatti ed eventi che –pur limitando i casi al campo marittimo-denotano  una certa spregiudicatezza della legalità internazionale ed una sconsideratezza del valore della vita umana. Forse sono ‘’troppi’’ gli indiani, ma non è una sufficiente giustificazione; o forse la cultura, la religione,le tradizioni, i valori, i costumi sono talmente diversi ,da quelli del mondo occidentale  che ,ogni tentativo di capirli, è pura utopia. Per trarre delle considerazioni su tali aspetti, senza allargare la visione ad altri campi, basta quindi soffermarci  nel campo marittimo e,più in particolare, sulla specifica attività del contrasto alla pirateria in Oceano Indiano; lì,peraltro, le operazioni  vengono svolte  da Marine di molti Paesi-da quelle europee,a quella statunitense,a quella cinese,ed anche indiana, solo per citarne alcune-a beneficio soprattutto  e direttamente  di quelle Nazioni  costiere,i cui porti si affacciano  sullo stesso Oceano. Nel caso dei 2  nostri marò c’è un palese disconoscimento del Diritto Internazionale e della giurisdizione dello ‘’stato di Bandiera’’, nonché della Convenzione di Montego Bay che detta le norme proprio all’ argomento  anti-pirateria; di più, c’è un comportamento  deprecabile della loro magistratura che, pur non avendo uno straccio di prova, persevera nell’ inganno perpetrato fin dalle prime battute, continuando a non ammettere i nostri esperti balistici ai relativi test, a non dichiarare quale tipo di bossoli sono stati estratti dai corpi dei poveri  2 pescatori, fino a riscontrare- a quasi 2 mesi di distanza- che manca un’arma!  Siccome parrebbe che nessuna delle armi consegnate possa  essere  incriminata, allora bisogna cercarne un’ulteriore;  quella sì potrebbe aver sparato i colpi letali ed essere l’ arma del delitto: ci lamentiamo spesso dei nostri processi e della nostra magistratura,ed a ragione, ma  i  comportamenti indiani, ci fanno sprofondare   nel diritto  oscuro  e sommario dell’ Evo di Mezzo, dove pur non esistendo prove, come nel caso in specie, e non essendoci  accuse specifiche (i superstiti non hanno riconosciuto la Nave Lexia, ma la stessa  presentava l ‘ opera viva in rosso e quella morta ,in  nero…..come centinaia di altre ), ‘’il teorema indiano’’, che non significa proprio ‘’giustizia’’ aperta e eguale per tutti’’ come sbamdierato dal loro premier Chandy, và avanti imperterrito! Ben hanno fatto i 2 marò a non rispondere al  giudice interrogante, mantenendo le prerogative dei POW (Prigionieri  di Guerra, anche  se non siamo in guerra con l’India) dichiarando solo le matricole militari, e  vieppiù motivando così il rifiuto e contestando la giurisdizione indiana  nel giudicarli. Se il processo trova fondamento nel  sotterfugio, e si procede senza accuse fondate, e  con testimonianze  inaffidabili, perizie dilettantesche o false  con psedo- prove  dagli esiti comunque  contrastanti ,in un clima fra la clandestinità e la palese ‘’distorsione’’ dei fatti, mi sembra che il giudizio  complessivo sia – per quanto detto ed oggettivamente- inaffidabile e  spudoratamente partigiano. Il ‘’balletto dei rinvii’’ del procedimento appare più una tragica sceneggiata che, ogni giorno viene ravvivata, per continuare nella nefanda telenovela, e  complicato artatamente, che non  un  regolare   processo che può essere collocato nel 21° secolo. D’altra parte per capire con chi si ha a che fare, mi sovviene un evento illuminante  occorso nel 2008 e che vede protagonisti gli indiani, nell’ambito stesso della lotta ai pirati nel bacino somalo.Ebbene, una loro fregata, la Tabar, scambiando un motopesca Tailandese per una barca di pirati, non è andata molto per il sottile e li ha affondati ‘’a cannonate’’, altro che sventagliato con armi leggere contro 15  marinai, tutti scomparsi, meno uno che -non si sa come- è sopravissuto e dopo una settimana in mare, è stato miracolosamente salvato. L’equipaggio era ‘’normale’’ ed era seguito da due barchini di presumibili pirati; assumendo che il motopesca fosse una ‘’unità madre’’ senza pensarci due volte, e senza tante ROE, li hanno affondati: grande  esempio di garanzie e tutele internazionali  ed anche sensibile rispetto umanitario! Poi su quest’ultimo ‘’valore’’ ci sono esempi ancora più recenti; uno fra tutti riguarda il mercantile indiano  M/V Iceberg-I che detiene il record temporale delle navi sequestrate dai pirati somali.Da 2 anni il mercantile è in balia dei pirati, con una dozzina di persone di equipaggio che lamentano invano di essere state completamente abbandonate dal Governo indiano. ‘’Abbandonati dall’armatore,torturati dai pirati, ma soprattutto dimenticati letteralmente dai governanti,ai quali poco importa della povera gente di mare.’’..sostengono in molti che, sottolineano anche come ,per contro, il Governo indiano si preoccupi  di rendere ancora più pesanti le regole contro la pirateria,prevedendo altresì di imbarcare i team di ‘’contractors’’(mercenari) a protezione delle sole navi di grandi compagnie! Mi pare che quella parte di mondo sia ben lontana dai valori ispirati delle nostre Costituzioni, dalla difesa e tutela dei Diritti Umani universalmente riconosciuti ,per tacere d’altro! Tutto ciò considerato la situazione del giudizio dei nostri marò appare sempre più nebulosa  e, per certi versi ,critica; allora muoviamoci perché la peggior cosa è restare alla ‘’finestra’’. Le idee che sono state avanzate, recependo il recente suggerimento del Presidente della Repubblica (a cui ho indirizzato una missiva all’argomento) non sono balzane o fuori luogo, ma escludono che si continui con la diplomazia passiva nei confronti degli indiani; c’è bisogno di agire con maggiore fermezza e chiarezza di intenti nei confronti degli attori importanti nell’arena internazionale, e non solo. L’UE, l’ONU e gli USA, nel quadro degli organismi internazionali, e  a fronte di acclarate inadempienze in tema di Diritto internazionale e Diritto Umanitario, possono e debbono giocare un ruolo importante, se non determinante, per far rientrare gli indiani nell’ alveo della legalità internazionale,ma anche per ricondurli  a più miti consigli ed alla ragione, anziché continuare a giocare ad un pericoloso ‘’poker’’. I tasti da toccare sono diversi,ma chiari;  certe azioni  da porre in essere non debbono configurarsi quali ‘’retalations’’,ma  debbono rientrare nella sfera delle mediazioni e dei ‘’trade-off’’ fatti con onestà ed equilibrio (non i classici ‘’intrallazzi’’!!) nell’ interesse più generale:ma anche senza esitazioni. Porre, quindi, la giurisdizione nazionale o di ‘’bandiera’’, o comunque il giudizio di una Alta Corte Internazionale super partes, come condizione irrinunciabile, pena alcune sensibili  conseguenze.   Primo: la forte opposizione ,generalizzata, all’India nelll’ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU; secondo: l’Italia valuterà di far rientrare -da subito- le Unità Navali  ora in missioni antipirateria (visto che tra i maggiori usufruttuari, c’è l’India)in Oceano Indiano  che operano in ‘’Atalanta’’ (gestita dalla UE) e nelle forze Permanenti NATO e dalle Task Force a guida USA  che operano nel bacino somalo ed Oceano Indiano. In  seguito l’Italia esaminerà anche la possibilità di una forte riduzione degli assetti terrestri ed aeronavali che operano oggi  dall’ Afghanistan, alla NATO, e  nel Mediterraneo, con un radicale cambiamento per quanto attiene al c.d. ‘’Force Offering’’ nelle varie coalizioni di cui l’Italia fa parte con gravosi sacrifici,anche di sostenibilità  economica,tenuto conto della forte crisi  in atto. Troppo ardita può sembrare l’ipotesi di inviare un nostro Gruppo Navale  con una portaerei davanti alle coste indiane del Kerala quale deterrente, pur consci che la Naval Diplomacy lo potrebbe tranquillamente prefigurare (ci sono tanti casi storici che ne comprovano la validità) perché non è comunque un atto invasivo nei confronti della sovranità nazionale indiana , visto che potrebbe  tranquillamente incrociare in acque internazionali, ma questo –mi rendo conto, nella situazione ‘’precipitata’’ in cui ci troviamo- richiede un coraggio ed una capacità decisionale che  nessuno dei nostri governanti  e ‘’verticissimi’’ si prenderanno mai. Ma alcuni segnali forti  bisogna pur darli ,per favore! e per orgoglio nazionale, e visto che loro (gli indiani) giocano in casa, e non si può ragionare in diretta con loro, si cerchi di giocare in un campo neutro e ‘’superiore’’, e costringerli con una manovra a tenaglia internazionale, da parte dei ‘’Paesi  e Organismi di Peso’’, indirettamente,  a ragionare per evitare la loro emarginazione  generalizzata. Anche l’India, che da qualcuno è ritenuta una potenza ‘’emergente’’pure nucleare, deve esserlo anche nel rispetto dei dettami internazionali ed umanitari; altrimenti è sì un centauro, come qualche opinionista la descrive (come il suo Ministro della Difesa), con la testa e le ambizioni di una grande potenza,ma con il corpo sprofondato  in un pantano  melmoso di illegittimità, di violazioni umanitarie, di  enormi ed incredibili squilibri sociali,economici e di giustizia regolarmente infranta con furberie:se così è,  non c’è posto per il centauro  impantanato fra i ‘’Grandi’’ decisori delle sorti internazionali delle Nazioni.

Giuseppe Lertora

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