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Titanic in 3D “Al valore di ogni singolo giorno”

A quindici anni dalla sua prima uscita, il ritorno nelle sale di Titanic nella sua versione 3D  non è solo l’occasione commerciale per riproporre uno dei più grandi sforzi creativi e  tecnologici dell’industria cinematografica dell’era digitale, bensì è soprattutto il pretesto per confrontarsi artisticamente con il  passare del tempo. Una competizione che ci pare aver superato a pieni voti la prova.

Con un costo di 285 milioni di dollari e un incasso di 1,8 miliardi di dollari, battuto solo da Avatar, nel 1998 la spettacolarità di effetti speciali mai visti e il dolby surround ci avevano già coinvolto in una esperienza visiva fuori dal comune; la vittoria di 11 premi Oscar su 14 nomination aveva fatto di James Cameron il regista simbolo di una celluloide che stava cedendo il passo a orizzonti sempre più computerizzati.

Oggi, ritornare a bordo del transatlantico, la cui storia è ricordata come una delle più grandi tragedie di mare dell’età moderna, ci riporta inevitabilmente ai recenti fatti di cronaca che hanno visto scenari analoghi e analoghe situazioni, seppur non nel pericolo delle acque e degli abissi dell’Oceano. Anche se storicamente non accertato,  Cameron ci  mostra un capitano che si chiude nella plancia di comando e lì attende la morte, un secondo che si toglie la vita per aver oltrepassato la soglia della disciplina, immagini ben lontane dagli odierni “inchini all’isola”.

In poche semplici frasi, con la sua sceneggiatura, il regista ci guida in un universo di ideali imprescindibili e contemporanei. Sullo sfondo storico di Freud e Picasso ci sottopone la condizione femminile; a scene spettacolari, alterna affreschi di sentimenti e valori  sempre più rari da incontrare.

Dopo tre lustri, non è tanto la tridimensionalità dell’immagine a farci entrare nell’entusiasmo della gioia di vivere di Jack Dawson, un giovanissimo Leonardo Di Caprio la cui bellezza non offusca l’interpretazione, o a farci immergere nello spirito di donna libera ed indipendente di Rose DeWitt Bukater, una Kate Winslet dai lunghi capelli rossi e ricci, dal morbido corpo burroso e dallo sguardo spalancato sul mondo. Ciò che incolla alla sedie per le tre ore di proiezione è il ritmo crescente dei sentimenti dei protagonisti che, nel vissuto di poche ore, concentrano una profonda storia d’amore basata sul rispetto, dal quale nasce stima e fiducia reciproca. E’ l’inno alla consapevolezza del vivere, il brindisi “ al valore di ogni singolo giorno” a condurci in una quarta dimensione neanche più tanto cinematografica.

Non è ciò che Jack prende da Rose quanto quello che le dona, a farci riflettere: “lui mi ha salvato in tutti i modi in cui si può salvare una persona”, racconta Rose. Già, perché per Jack, prima di essere donna, Rose è una persona. La incita ad andare incontro alla propria vita e a non mollare mai, qualsiasi cosa di drammatico potrà accaderle. Ed e così che lei riuscirà a trovare il coraggio di sfuggire ad un matrimonio di interesse, ad una esistenza fatta di convenzioni sociali e ad essere felicemente sé stessa senza compromessi e senza concedersi, soprattutto, ad amori a buon mercato. Viene da chiedersi: ma uomini così, esistono ancora?

Lavinia Macchiarini

 

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