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Esclusivo – Pirateria marittima: colloquio con Vera Pelizzari sorella di Bruno ostaggio dei pirati somali

Vera Hecht Pelizzari

“Due passi avanti e un passo indietro”, in questa parole di Vera Pelizzari Hecht, è concentrato tutto il senso di impotenza che lei e i suoi familiari provano di fronte ad una vicenda più grande di loro e che per risolverla hanno cercato invano e cercano ancora aiuto.
Vera è la sorella di Bruno Pelizzari. Bruno è, come tanti altri, trattenuto in ostaggio in Somalia dai pirati somali da oltre sedici mesi.
Il 26 ottobre del 2010 Bruno insieme a Deborah Calitz, Debbie, era in navigazione a bordo di uno Yacht, il SY CHOIZIL, nell’Oceano Indiano. I due sono entrambi di Durban in Sudafrica in più Bruno ha anche la cittadinanza italiana in quanto i Pelizzari sono di origine italiana, la mamma vive ancora in Italia.
Al largo delle coste della Tanzania la loro barca venne abbordata e catturata dai pirati somali che la dirottarono verso le coste somale. I due ‘velisti-turisti’ avevano preso la barca a noleggio insieme ad uno skipper inglese, Peter Eldridge che nel corso del dirottamento riuscì a scappare. Da allora i due sono trattenuti in ostaggio in attesa che qualcuno paghi per il loro rilascio un riscatto. Di questi ostaggi però, a dispetto degli altri, pochi conoscono la storia.
Il problema è che se ne parla poco forse anche perché fanno meno ‘rumore’ dei tanti altri marittimi in mano alle gang del mare somale. Però, sono trattati allo stesso modo di tutti gli altri ossia come bestie in gabbia e forse anche peggio. La sensazione per chi è a casa ad aspettarli è, come per tutti, di frustrazione e di impotenza.I due ostaggi dovrebbero essere tenuti prigionieri in qualche luogo remoto del territorio somalo in quanto, dopo il sequestro, sono stati sbarcati a terra e lo yacht abbandonato.
Per il loro rilascio si sta negoziando da tempo, ma in maniera infruttuosa. Purtroppo la cifra che i pirati somali pretendono, 1,2 mln di dollari, per il loro rilascio è superiore alle possibilità economiche delle famiglie della coppia.  Bruno è un ex tecnico di ascensori e da anni aveva in mente di fare questo viaggio: per intraprenderlo ha lasciato il lavoro e venduto la casa.  Debbie invece è una massaggiatrice.

I familiari dei due non possono sperare nemmeno in un aiuto del governo sudafricano. Le autorità di Johannesburg infatti, come tante altre nazioni, almeno ufficialmente, si sono sempre dichiarate non disposte a trattare con i pirati somali ne tantomeno a pagare un riscatto. Fino a poco tempo fa  i negoziati erano affidati a  Imtiaz Sooliman. L’uomo aveva detto che era riuscito a vedere la coppia, ma non a parlarci. Una notizia che giungeva dopo mesi di assenza di notizie certe sui due ostaggi ma rivelatasi fasulla.
Negli ultimi mesi i pirati somali stanno spingendo molto per ottenere il riscatto in cambio del rilascio della coppia. Un segno questo di sofferenza anche da parte loro nel gestire la vicenda che ormai si protrae da oltre un anno e 6 mesi.Ed è proprio in Vera, sorella di Bruno, che si è accentrata la forza e la volontà di volerli riportare entrambi presto a casa.
La donna è fortemente impegnata nella raccolta del denaro.
Una raccolta che però, procede lenta e difficilmente raggiungerà la somma richiesta a meno che non intervenga un miracolo.
Dallo scorso mese di settembre Vera è  riuscita anche ad ottenere il certificato di ONG in modo da sollecitare e dare maggiore fiducia ai donatori.

A sostegno di Bruno  e Debbie è stata creato anche  un gruppo su Facebook SOS Bruno and Debbie.

Qui di seguito riportiamo la testimonianza che ci è stata affidata da Vera Pelizzari Hecht.

Bruno con la sorella Vera.

«Non sapendo da dove iniziare comincio con il raccontare che mi sono messa in contatto anche con i carabinieri in Italia in quanto nostra madre ha 82 anni e vive in Italia. Mi hanno promesso che si sarebbero occupati della vicenda e che non dovevo preoccuparmi. Però, non abbiamo mai più avuto loro notizie. Non hanno nemmeno risposto alla mia lettera inviata il 21 luglio del 2011.
Nel primo contatto ci avevano detto che si sarebbero occupati della vicenda e di non preoccuparci.Bruno è l’unico figlio maschio di sei figli, come possono dire a nostra madre di non preoccuparsi, visto che ormai sono passati più di sedici mesi? Sono quella che comunica con i pirati, ma come faccio a  trattare senza soldi?

Quindi è per questo che alla fine di settembre dello scorso anno, noi, la famiglia, resici conto che siamo soli (quando invece questa cosa dovrebbe essere trattata come un atto di guerra, mi dispiace essere così drammatica, ma è la realtà), abbiamo cominciato a raccogliere denaro per cercare di ottenere i fondi per procedere con i negoziati. Questo si è rivelato molto difficile da ottenere in quanto è molto complesso rendere le persone consapevoli di ciò che ci sta accadendo, soprattuto per il fatto che non abbiamo ricevuto attenzione mediatica qui in SudAfrica.
Avevo sperato di avere un certo sostegno e sarei anche venuta in Italia, ma anche questo è molto difficile.   Noi volevamo contattare la più vicina ambasciata italiana per avere “notizie più recenti”, tuttavia abbiamo trovato il Consolato di Durban chiuso. L’ambasciata più vicina è a 800 Km di distanza da noi e quando li abbiamo contattati per capire se potevamo avere una mano da loro, ci hanno detto che avrebbero dovuto fare delle indagini. Non li abbiamo più sentiti.
Questa vicenda sta andando avanti da troppo tempo e quando sembra che si possa raggiungere anche un minimo traguardo, succede qualcosa che ci fa tornare indietro. A metà di febbraio, abbiamo finalmente avuto una aiuto attraverso Darren Simpson, un conduttore di una stazione radio,  che con coraggio ha colto l’occasione per esporre tutta la storia e divulgare bene la notizia.

Questo ci ha dato parecchia visibilità e siamo riusciti a raccogliere un bel po’ di soldi, non tutta la cifra che i pirati richiedevano, ma una quantità che ci auguriamo possano accettare. Sarebbe stato meglio se li avessimo raccolti prima, ma il nostro governo ci ha sempre  fatto sapere di non poter fare raccolte di denaro pubblicamente. Noi non siamo persone ricche, siamo gente comune, classe operaia.

A quel punto abbiamo avuto anche i media concentrati su di noi. Avevamo finalmente aperto una breccia.
Poi ad un certo punto,  il Dott. Imtiaz Sooliman, della Gift of the Givers Foundation, ha sfruttato una notizia vecchia e ha attirato i media in questa direzione. Pensavamo ci volesse aiutare ed eravamo pronti ad abbracciare lui come il “Salvatore” e come qualcuno che fosse a conoscenza di ciò che stava accadendo in Somalia. Quando i media parlarono di Sooliman, molta gente lo contattatò per sapere come potevano aiutare la nostra causa e lui e il suo staff  fornirono le coordinate bancarie dei loro conti.
Egli nega di aver ricevuto un solo centesimo per questa causa, ma io ho ricevuto la prova di almeno un deposito.

Quando la comunità somala in Sudafrica mi contattò per darci sostegno, questo Sooliman cerco di prendere in mano la situazione, ma io gentilmente gli dissi di farsi da parte. La paura era che potesse incentrare ancora una volta sulla sua persona anche questo contatto. Ovviamente la mia fiducia in lui scemò notevolmente. La sensazione era che lui non si preoccupava di informare le famiglie, per quanto avesse saputo dai pirati, ma di riportare e fare clamore solo sui media…
E’ stato molto doloroso tutto questo e voi capite bene perchè.

Per riguadagnare il controllo della situazione chiesi a Sooliman di fare un passo indietro e riorientare i pirati di nuovo verso di me. Egli acconsentì.

La comunità somala ci ha aiutati molto nel divulgare un messaggio attraverso la radio e la tv della Somalia.
Il messaggio, trasmesso ogni ora per 24 ore, si rivolgeva direttamente ai pirati e comunicava loro “Avete preso le persone sbagliate. Sono solo persone comuni della classe operaia, non possono pagare una cifra così alta da voi richiesta”.

I somali residenti in Sudafrica  (molti di loro parlano italiano, tra l’altro) erano costernati per quanto stesse accadendo alla mia famiglia e hanno cercato in tutti modi di aiutarci per arrivare a una soluzione in questa triste vicenda.
Ci hanno sostenuto anche con delle donazioni.
Come già accennato, quanto abbiamo incassato, non ci permette di arrivare all’altissima cifra richiesta per il riscatto, ma siamo fiduciosi che i pirati possano accettare quello che abbiamo raccolto e trovare una mediazione.

Bruno, la sorella Vera e la mamma, l'ultima volta che si sono incontrati, prima del sequestro.

Quello che loro chiedono è una cifra “da sogno”; noi al momento possiamo proporre quello che abbiamo. Mi auguro che i pirati possano capire che le nostre possibilità sono queste e si possa arrivare finalmente ad un traguardo, dopo oltre 16 mesi di sequestro.

Recentemente sono riuscita a mettermi di nuovo in contatto con chi tiene ostaggio mio fratello e la sua compagna. Ho chiarito loro che solo io sono la persona con cui devono unicamente rimanere in contatto e che per andare avanti ho la necessità di capire se i nostri cari sono ancora in vita. Per questo motivo nei giorni scorsi ho inviato loro alcune domande da sottoporre a Bruno e Debbie: solo loro possono conoscere le risposte. Sono in attesa di un riscontro da parte dei pirati.

Grazie a Lei, Ferdinando, voglio lanciare un appello a tutti in Italia:

Vi preghiamo di aiutarci ancora una volta. L’indirizzo del nostro sito: http://sosbrunodebbie.co.za/ .

Grazie ancora per l’interessamento al nostro caso.»

Ferdinando Pelliccia

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