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Caso Enrica Lexie: l’inquietante situazione derivata dalla morte di due pescatori indiani

Oggi come ‘promesso’ il tribunale di Kollam, nello stato federale indiano del Kerala, ha dato il suo parere in merito alla richiesta presentata da Massimiliano Latorre e Salvatore Girone di avere un televisore in cella.

I due militari della marina italiana, detenuti nel carcere di Trivandrum in India, avevano presentato la richiesta lo scorso lunedì e stamani la corte indiana gli ha risposto in maniera negativa anche se poi ha disposto che i due marò ricevano giornali e settimanali in italiano.

I due sottoufficiali di marina sono accusati dalle autorità locali indiane di aver causato la morte di due pescatori indiani, uccisi il 15 febbraio scorso al largo delle coste meridionali indiane, perché scambiati per pirati.

Al momento dell’incidente i due marò si trovavano a bordo di una nave battente bandiera italiana, la MN Enrica Lexie come Nucleo Militare di Protezione, NMP, composto da 6 marò del Reggimento San Marco per difenderla dagli attacchi dei pirati somali in base ad una legge italiana, la 130 del 2011

I due militari italiani sono assistiti da un team di legali indiani e italiani. Quella della morte dei due marinai indiani è un’inquietante situazione. Ancora non è chiaro come possano essere stati scambiati per pirati somali ed essere stati anche uccisi. Latorre e Girone non sono degli sprovveduti. Sono due specialisti della Marina Militare italiana e come tali soggetti a speciali addestramenti. Anche per far parte degli NMP ne hanno seguito uno ad hoc. Per cui sono tanti i dubbi che sorgono sul loro reale coinvolgimento nell’episodio accaduto in mare e che ha condotto alla morte di due lavoratori del mare imbarcati sul peschereccio St. Anthony.

In loro discolpa i due marò hanno riferito di non aver aperto il fuoco indirizzandolo direttamente sull’imbarcazione, ma di aver seguito il protocollo internazionale previsto in caso di avvistamento di nave sospetta in avvicinamento. Per giunta i due testimoniano che la nave che ha avuto il contatto con loro non è la stessa su cui erano imbarcati i due pescatori indiani morti. Si potrebbe quindi trattare di due episodi distinti e quindi forse il vero responsabile dovrebbe essere cercato altrove.

Quel giorno in quel tratto di mare vi erano diverse altre navi tra cui la greca Olympic Flair che praticamente messa a confronto con la Enrica Lexie gli somiglia moltissimo .

Addirittura dalla nave greca sembra che quel giorno abbiano respinto anche un attacco pirata mentre era all’ancora a due miglia e mezzo dal porto indiano di Kochi. Se la notizia venisse confermata significherebbe che  i greci avevano delle armi a bordo e le hanno anche usate.

Fin qui nulla di anormale se non fosse che il governo greco ha approvato solo il 14 febbraio  un decreto che autorizza gli armatori greci, proprietari di navi battenti bandiera greca, ad assumere guardie armate private sulle loro navi che navigano in zone di mare a rischio pirateria.  Mentre il Parlamento lo sta ancora esaminando prima di approvarlo dopo che gli è stato sottoposto lo scorso 22 febbraio e i fatti accaduti in India si riferiscono al 15 di febbraio.

Qundi si potrebbe essere portati a credere che le armi erano abusivamente a bordo della nave greca e chi le ha usate ha commesso un reato in quanto non esiste ancora una legge in Grecia che le autorizzi.

Non aiuta, anzi alimenta i dubbi, la testimonianza rilasciata dall’armatore del peschereccio St. Anthony,  Freddy Bosco che dal modo come ha raccontato della morte del suo timoniere questi è stato centrato dal colpo di un cecchino seguito poi da una sparatoria.
Il proprietario della barca da pesca ha anche raccontato di non essere riuscito a leggere il nome della nave da cui sparavano, ma di aver visto solo che era rossa e nera e di averne saputo il nome della Enrica Lexie, perché glielo ha  comunicato, una volta rientrato sulla terraferma,  la polizia locale.

Dal 15 febbraio la nave italiana è  ferma nel porto di Kochi guardata a vista. Ieri l’Alta Corte del Kerala ha rinviato a venerdì prossimo l’esame della petizione presentata per il suo rilascio dall’armatore della Enrica Lexie, la società di navigazione F.lli D’Amato di Napoli. La compagnia di navigazione partenopea ha fatto sapere che ogni giorno di stop della nave gli costa  35 milioni di rupie pari a circa 530mila euro.

La Flli D’Amato suo malgrado si vede coinvolta in un altro drammatico episodio legato alla pirateria marittima. La petroliera italiana Savina Caylyn, catturata e trattenuta dai pirati somali per oltre 11 mesi, faceva parte della stessa società. La partenza della petroliera italiana sembra non dipendere più dal locale dipartimento della Marina che ha dato il suo via libera, ma dalla polizia locale, che non ritiene ancora chiuse le indagini sull’uccisione dei due pescatori, e di altri organi locali competenti. In poche parole la partenza è subordinata alla necessità di avere a disposizione l’equipaggio nell’eventualità che debba rispondere ad nuovo interrogatorio nel caso che si rendessero necessari ulteriori accertamenti.

Un impedimento potrebbe essere anche la richiesta di risarcimento presentata dai familiari delle due vittime. Sembra comunque che ogni dubbio sul coinvolgimento del comandante della Enrica Lexie, Umberto Vitelli sia stato fugato. In un rapporto del Dipartimento della marina mercantile indiana sembra che si sostenga la tesi che la sparatoria non sia stata provocata e che i due marò italiani avrebbero sparato senza consultare il capitano.

Sulla morte dei due marinai indiani è in corso anche una battaglia legale tra Italia e India a riguardo della giurisdizione del caso. In merito si deve esprimere la corte di Kollam che però, ieri, ha di nuovo rinviato alla prossima settimana ogni decisione sulla giurisdizione del caso. Per l’Italia è accaduto in acque internazionali e quindi le spetta la giurisdizione. Non è dello stesso parere l’India che rigetta ogni pretesa italiana.

I due marò italiani sono accusati dell’omicidio dei due pescatori indiani. Se dovessero essere giudicati in India e riconosciuti colpevoli di duplice omicidio rischiano l’ergastolo o la pena di morte.

Ferdinando Pelliccia

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