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Mino Pecorelli e il mistero del lodo Moro

Era il 27 aprile 1978. «Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della Dc che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimonianze ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti».

Così scriveva Aldo Moro in una lettera indirizzata alla Direzione centrale della Democrazia cristiana dalla sua cella ricavata dai brigatisti nell’appartamento di via Montalcini nel quartiere della Magliana a Roma. È la prima delle lettere “palestinesi” dell’ex presidente del Consiglio dalla “prigione del popolo” ad essere resa pubblica. Scritta appunto il 27 aprile 1978, fu recapitata …

[segue sul settimanale LiberoReporter WEEK]

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