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Un otto marzo lungo un anno

Nel 1911 l’ Internazionale socialista riunita a Copenhagen istituì una Giornata della donna per onorare il movimento per i diritti del genere umano di sesso femminile, per costruire un sostegno alla realizzazione del suffragio universale. Ma la voce delle donne, unite insieme nella lotta per il riconoscimento di ciò che pare scontato, aveva già cominciato a farsi sentire qualche anno  prima negli Stati Uniti. Una data convenzionale, quella dell’otto marzo, nella quale sono accaduti parecchi eventi dove la “voce” si è fatta sentire, più forte e più intensa di sempre. Oggi, nello scorrere i dati del Censis sulla ricerca dal titolo “I valori degli italiani” realizzata nell’ ambito delle attività per le celebrazioni del 150° anniversario dell’ Unità d’ Italia e che verrà presentata il prossimo 13 marzo a Roma presso l’ Istituto della Enciclopedia Italiana, viene da pensare che la strada per affermare una vera parità tra i generi sia ancora lunga.

Dal lavoro alla famiglia, dal tempo libero alla rappresentanza politica, le donne del terzo millennio ancora arrancano per avere lo stesso spazio e la stessa ripartizione di responsabilità  professionali degli  uomini. Il principio delle quote rosa deve ancora difendere un concetto  che pare ghettizzare ancora di più piuttosto che contribuire all’emancipazione. Anche  il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, parlando a un convegno sulle pari opportunità, ha espresso parole per niente incoraggianti definendo l’Italia, per come la donna è contestualizzata, un paese non maturo. Che non sia un Paese maturo lo si evince bene anche dalla violenza inflitta ogni giorno dal sesso forte, quasi a voler sottolineare  l’incapacità di comprendere e, peggio ancora, di tollerare quell’indipendenza e quella capacità di vivere che le donne hanno  anche e soprattutto al di là e senza il supporto degli uomini. Relazioni sentimentali   che, una volta concluse, si trasformano in sentenze di morte.

Questo panorama il Censis lo dipinge con la perfezione dei numeri, delle statistiche e delle percentuali che spesso però non lasciano agio a riflettere. Potremmo dire, citando il titolo di un film, che si tratta delle conseguenze dell’amore, unico sentimento che spinge ogni donna a fare scelte di vita e di lavoro. Nell’ultimo decennio il numero di casalinghe si è ridotto del 13,2% tra le donne anziane e del 29,4%  tra quelle fino ai 34 anni e del 18,8% tra le ultraquarantenni. Ciononostante quasi tutte continuano ad occuparsi anche della cura della casa ma il tempo dedicato alle faccende domestiche si è abbassato di ben sette ore alla settimana, su un totale di ventidue. La nota dolente è che i figli, tendenzialmente più quelli di sesso maschile, non collaborano al ménage familiare; ci sarebbe da chiedersi perché, nelle componenti educative, questo elemento sia stata abbandonato e lasciato come libera scelta del minore, piuttosto che incluso in quei valori che devono essere tramandati a completamento di una sana educazione.

Ma se i figli crescono nella completa astrazione al buon andamento domestico, risulta invece che quando la donna è occupata, il 65% dei maschi all’ interno delle famiglie con figli svolge – con un incremento del 10,2% in dieci anni –  i lavori domestici, dedicandovi in media 9,7 ore alla settimana. Oggi, dunque, c’è una maggiore attività  dei mariti nella gestione delle attività tra le quattro mura, senza che questo abbia scalfito però il modello tradizionale centrato sul ruolo decisivo delle mogli in casa. Ed è proprio il minor coinvolgimento dei figli che sta determinando, nelle giovani coppie, una nuova tipologia di parità dei sessi, tutta giocata al ribasso e che vede il minor coinvolgimento delle femmine piuttosto che l’innalzamento di quello dei maschi.

Ma sono altri i numeri che spaventano e fanno riflettere su questo secolo di trasformazione sociale ed antropologica. Ad una maggiore indipendenza economica ed intellettuale corrisponde anche un incremento della violenza che miete giornalmente vittime “d’amore”: relazioni concluse per scelta della partner si trasformano in trappole mortali o molestia psicologica, così come sempre più numerose sono le mogli uccise perché diventate ostacolo e testimoni scomode di relazioni extraconiugali o, peggio ancora,  fanciulle che al termine di un allenamento in palestra o in procinto di andare al mare in una giornata d’agosto finiscono tra le grinfie del lupo che, dopo essere diventato un fenomeno mediatico, mai espierà la sua colpa, neanche dietro le sbarre del carcere.

Oggi come ieri l’unico strumento vincente  per essere libere e capaci di scegliere, piuttosto che relegate ad essere scelte, è la cultura. Una robusta educazione scolastica non sarà magari la garanzia di una folgorante carriera ma darà  certamente il passaporto per una indipendenza economica che è la base di qualsiasi libertà di scelta del proprio destino. Ai genitori di fanciulle suggeriamo dunque di offrire loro il dono più bello e più duraturo che possano fare: insegnare che essere donna non implica diritti o doveri più degli uomini e che la vita aprirà tutte le porte solo a chi dimostrerà impegno e serietà nei confronti di sé stessi e degli altri. Solo puntando sulle proprie capacità intellettuali sarà possibile attraversare il grande viaggio dell’esistenza, a prescindere dal maschilismo, dal femminismo e dalla ancora grande confusione generazionale postuma alla grande rivoluzione degli anni sessanta

Solo così sarà possibile celebrare la festa della donna, trecentosessantacinque giorni l’anno.

Lavinia Macchiarini

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