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Pirateria marittima: NATO lancia allarme pescatori uccisi perché scambiati per pirati somali

La NATO ha recentemente lanciato un’allerta valida per tutti i comandanti di navi, stimolata dal moltiplicarsi di casi in cui si registrano uccisioni di pescatori in mare perché scambiati per pirati somali.

http://www.aco.nato.int/weekly-piracy-assessment-.aspx

In tutti i casi si trattava di persone armate il cui avvicinamento a navi commerciali ha fatto scattare le misure di sicurezza approntate per difendersi dagli attacchi dei pirati.

In molti dei casi denunciati, spiega la NATO, si trattava però, di pescatori che si erano avvicinati per mettere in guardia il cargo dal fare attenzione alle loro reti calate in mare. Si potrebbe trattare quindi di una sproporzionata reazione da parte dei team di sicurezza a bordo dei mercantili  e pescherecci stranieri di fronte al solo sospetto che si trattassero di pirati.

Nel suo comunicato la NATO mette in guardia i comandanti delle navi dal ben distinguere i pescatori dai pirati somali,  offrendo anche delle indicazioni come quella che i pescatori se sono armati lo sono solo di armi di piccolo calibro a differenza dei predoni del mare che invece, usano fucili semi automatici come i Kalashnikov. Cosa certamente non facile.

L’equivoco nasce dal fatto che la necessità di uscire in mare armati è un’antica usanza dei pescatori, specie per i somali, per potersi difendere da eventuali assalti di chi vuole portare via loro la barca e il pescato. Un pericolo accentuatosi con l’esplodere del fenomeno della pirateria marittima. Sono infatti sempre più frequenti i furti di barche di pescatori e di motori fuori bordo utilizzati poi, dalle gang del mare, per la loro attività criminale. Purtroppo per molti vedere un uomo armato in pieno oceano è sinonimo di pirata e questo induce ad una reazione a volta controllata a volta sproporzionata.

Lo ‘scorrazzare’, avanti e indietro, per le acque che lambiscono le coste dei Paesi del Corno D’Africa e di quelli che si affacciano sull’Oceano Indiano di navi da guerra, mercantili e pescherecci stranieri ha reso quindi altamente a rischio la vita di tutti quelli che si dedicano ‘onestamente’ all’attività di pesca in quelle acque. Il fatto che negli ultimi mesi sono aumentati in maniera eccessiva il numero di persone  rimaste uccise o ferite nel mare al largo delle coste della Somalia e nell’Oceano Indiano sta quindi facendo scattare un campanello d’allarme. In genere si tratta di persone che  hanno incontrato in mare una nave da guerra che opera in quelle acque come forza di contrasto alla pirateria marittima o mercantili o pescherecci d’altura stranieri con a bordo guardie armate imbarcati per difenderli dai pirati somali.

La situazione è degenerata nell’ultimo anno.

Dal 2008 è in corso nel mare del Corno D’Africa un tentativo di affrontare militarmente il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia e poter in questo modo consentire la libera navigazione ai mercantili di tutto il mondo lungo una delle più importanti rotte mondiali,  quella che collega l’Asia all’Europa.

In quel mare ormai da tutti indicato come il ‘mare dei pirati’ sono dispiegate almeno 40 navi da guerra di oltre 25 Paesi che compiono pattugliamenti e scorte ai mercantili nell’ambito di missioni internazionali o in maniera individuale. Dalla metà del primo semestre del 2011 le flotte militari internazionali hanno iniziato ad effettuare operazioni di contrasto più ‘energiche’  nei confronti dei pirati o presunti tali. Azioni di contrasto che avvengono anche attraverso azioni preventive come il bloccare e controllare ogni tipo di imbarcazione che incrociano in mare.

Spesso i militari della marina per bloccare le navi sospette devono ricorrere anche all’uso delle armi in dotazione seguendo però, un ben preciso protocollo internazionale. La procedura finora seguita da tutti è quella di lanciare una serie ripetuta di ‘Warning Shot’, ossia ‘attenzione, se non vi fermate  spariamo’. Questo però, potrebbe aver innescato  anche una sorta di “abuso nell’agire” nel nome della lotta alla pirateria marittima e nella difesa delle navi commerciali. Si fanno sempre più frequenti gli ‘incontri’ tra navi da guerra e pirati somali o presunti tali e tra mercantili e pescherecci stranieri, che i pirati cercano di arrembare, ma su cui vi sono però, imbarcati team di sicurezza armati.

Incontri che testimonianze raccontano seguiti da sparatorie e a volte con ferimenti e uccisioni.

I pescatori ormai evitano di allontanarsi dalla costa, al massimo arrivano a 2-3 miglia marine da essa, anche se sanno bene che è al largo che vi sono i pesci più grossi e pregiati come il tonno e lo sgombro. In questo modo però, sperano di evitare le navi militari, le navi da pesca e da carico straniere. Ci sarà certo un motivo!

Alcune testimonianze raccontano che molti pescatori, specie somali, usciti per andare a pescare non sono più tornati indietro o che sono finiti, forse innocenti, in carcere accusati di pirateria.

Addirittura sembra che esistano alcuni racconti di episodi di abusi da parte delle navi da guerra senza però, indicarne la nazionalità.

Potrebbe trattarsi, se confermato, di unità navali militari che operano nel ‘mare dei pirati’ in maniera individuale in azione di contrasto al fenomeno. Difficile credere che tali azioni possano essere compiute da quelle che operano nelle missioni navali internazionali anti pirateria. Quello che sta accadendo sta quindi innescando un dibattito sull’uso, a volte inopportuno, delle armi. In particolare si è accesa una discussione anche sulla necessità della tutela armata o meno a bordo dei pescherecci e mercantili che solcano il mare dei pirati.

Qualcuno ha iniziato a manifestare riserva sul ricorso a personale armato, privato o militare, a bordo di navi commerciali. Una perplessità non dettata certamente dal quadro giuridico, che, specie per le guardie private, a livello internazionale in linea generale non è contrario, ma dalla ‘fragilità’ del  ricorso ai militari come ‘vigilantes’ a bordo dei mercantili. Militari che di fatto vengono affittati agli armatori.

Un utilizzo che, se non fatto bene, di conseguenza finisce per coinvolgere in un contratto con privati il governo dello stato a cui appartengono i militari.

Uno dei principi su cui si basa questa esitazione è anche il principio della proporzionalità dell’uso della forza che  Paesi come la Spagna  hanno superato vietando il ricorso ad armi di grosso calibro.

Comunque sia l’ONU lo scorso mese di febbraio ha reso noto che è stato proprio il ricorso ai team di sicurezza armati a bordo dei mercantili e pescherecci stranieri, abbinato con una maggior rigore nell’azione di contrasto da parte delle unità navali da guerra delle missioni internazionali di contrasto al fenomeno, a fare la differenza nella lotta alla pirateria somala nel 2011, anno in cui il fenomeno ha fatto registrare un sensibilissimo calo.

A quale prezzo si sta ottenendo tutto questo? Stime non ufficiali dicono che il ricorso alle guardie armate a bordo, a difesa delle loro navi, sia costato agli armatori, nel 2011, almeno 1 mld di dollari considerando che il costo medio giornaliero è stato di circa 3,5 ml di dollari.

Ancora una volta il costo del contrasto alla pirateria è ben superiore a quanto costi la pirateria stessa visto che una stima sostiene che nel 2011 i pirati abbiano incassato come riscatti poco più di 200 mln di dollari. Alla fine forse il problema non è la pirateria, ma quello che vi ‘ruota’ intorno ossia un ‘Vorticoso giro d’affari’. Un mare di dollari che scorre nel ‘mare dei pirati’ e a cui tanti ambiscono attingere.

Ferdinando Pelliccia

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