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Pirateria marittima: contro fenomeno si punta sostegno istituzioni Puntland e Somaliland

Nel contrasto alla pirateria marittima nel mare del Corno D’Africa nel 2012 si punta a raggiungere, se non superare, i risultati conseguiti nel 2011.  Risultati che sono dovuti al cambio di strategia nella lotta alla pirateria marittima in atto.

In base a quanto accade al largo della Somalia è chiaro che i pirati somali assaltano le navi per prenderle in ostaggio insieme all’equipaggio e poi, dirottarle nei loro porti-covi, lungo i 345 km della costa del Puntland, regione semiautonoma del Nord est della Somalia, in attesa che l’armatore o il governo a cui appartiene la nave e l’equipaggio paghino un riscatto per il loro rilascio.

Quindi il fenomeno è un’attività criminale compiuta attraverso un sequestro a scopo estorsivo e pertanto deve essere combattuto con energia.

La pirateria marittima è andata sviluppandosi rapidamente nel mare del Corno d’Africa a causa della mancanza di un controllo delle acque costiere e per la situazione di anarchia esistente in Somalia che dal 1991 non ha un governo.

Attualmente a Mogadiscio è insediato un debole e fallimentare governo transitorio, il ‘Transitional Federal Government’, TFG,  sponsorizzato dalla comunità internazionale e il cui mandato termina l’estate prossima dopo un rinnovo lo scorso giugno.

Per cui appare evidente alla comunità internazionale che ripristinando l’autorità di un governo legittimamente eletto dal popolo e istituendo una Guardia Costiera somala, il fenomeno dovrebbe scomparire.

Prima di giungere a questo è chiaro a tutti che occorre rafforzare le istituzioni di sicurezza e giudiziarie già esistenti in Somalia e nel nord e nord est del Paese africano dove vi sono due entità autonome, il Somaliland e il Puntland.

Di recente infatti, si registrano numerosi e positivi risultati nella lotta grazie all’aiuto che viene da questi due stati federali somali.

Questi due entità dopo la caduta del regime somalo di Siad Barre si sono autoproclamate autonome dal resto della Somalia. Non ricevendo alcun riconoscimento internazionale per la loro dichiarazione unilaterale di secessione per anni sono stati tenuti ‘fuori’ dalla lotta internazionale alla pirateria marittima. Ossia non hanno ricevuto aiuti di nessuna sorta come invece, li hanno ricevuto altri che però, hanno reso poco nel contributo dato  a contrastare il fenomeno.

Da un po’ di tempo però, è in corso una sorta di riconsiderazione e si punta sul sostegno delle loro istituzioni di sicurezza e giudiziarie per assestare un duro colpo al fenomeno.

Per anni Puntland e Somaliland sono stati lasciati soli a battersi contro i pirati somali dislocati lungo il loro territorio. Una lotta in cui i due stati autonomi somali hanno dato filo da torcere alle gang del mare arrestando anche numerosi pirati. Pagando per questo un alto tributo in sangue, diversi i funzionari governativi, giudici e ministri, oltre che uomini delle forze di sicurezza, che sono stati uccisi per i loro impegno contro la pirateria marittima

Un significativo segnale che le cose stanno cambiando è stata la partecipazione, alla recente Conferenza di Londra sulla Somalia, di una delegazione del Somaliland guidata dal Presidente, Ahmed Mahamoud Silanyo e di una del Puntland guidata dal Presidente Abdirahman Mohamed Mohamud Farole.

Una partecipazione che potrebbe essere il primo passo verso un loro riconoscimento internazionale.

La comunità internazionale punta su questi due entità regionali somale per creare un sistema carcerario certificato dove imprigionare i pirati catturati.

A tal scopo verso di loro stanno venendo dirottati parte degli aiuti economici internazionali che vengono ogni anno elargiti alla Somalia, milioni e milioni di dollari nel nome del contrasto alla pirateria.

Gran parte delle nuove generazioni di avvocati, giudici e forze di polizia in Somaliland e Puntland sono stati infatti, formati grazie a questi aiuti.

I pirati somali catturati finora, circa un migliaio, sono distribuita in circa 20 Paesi diversi e quelli che non li possono ‘ospitare’ nelle loro prigioni si ‘appoggiano’ al Kenya e alle Seychelles e di recente alle Mauritius con i relativi oneri economici.

Una recente stima ha determinato che la gestione dei pirati catturati ha comportato un costo annuo, per la comunità internazionale, pari a circa 31 mln di dollari.

Purtroppo il sistema giudiziario di Kenya e Seychelles, per il troppo lavoro, è andato in tilt e specie il primo si è tirato fuori da ogni accordo, mentre le Seychelles centellinano l’accettazione di nuovi pirati catturati.

Una stima non ufficiale indica in circa 130 i pirati incarcerati in Kenya e in 200 quelli nelle Seychelles. Altri 500 sarebbero ospiti delle carceri somale comprese quelle del Somaliland e Puntland.

Il fatto che pochi Paesi vogliono accollarsi l’onere di giudicare e detenere i pirati arrestati ha comportato che numerose volte i predoni del mare catturati si sono visti rilasciare in quanto nessun Paese era disposto a perseguirli.

Una stima non ufficiale del ‘catch and release’, attuato specie dalle navi da guerra europee,  indica intorno al 90 % del totale la percentuale di pirati arrestati e poi, semplicemente disarmati e lasciati andare via.

Un fatto questo che ha dato modo di pensare ai pirati di godere di immunità.  Tanto è vero che alla vista di navi da guerra sono scappati solo quando erano dei Paesi che li perseguitano tra questi la Russia che si è dimostrata poco tollerante nei loro confronti.

Per questo motivo la comunità internazionale punta a istituire tribunali e prigioni direttamente in Somalia incentivando le autorità locali.

Quasi a voler mostrare di voler contribuire alla lotta ai pirati somali che operano lungo le aree costiere della Somalia il 21 febbraio scorso il Parlamento di Hargeisa, capitale della regione autonoma somala del Somaliland, ha approvato una legge anti-pirateria che criminalizza gli atti di pirateria.

In base a questa legge chiunque commetta un atto di pirateria rischia una pena detentiva di tra i 5 e i 20 anni. Chiunque utilizzi una nave per effettuare attacchi pirati rischia una pena detentiva tra i 10 e i 20 anni. Qualsiasi funzionario governativo sia coinvolto in atti di pirateria rischia
pene detentive tra i 10 e i 25 anni.

Di recente al Somaliland sono stati devoluti aiuti economici per 1,5 mln di dollari. Denaro che è stato speso per la costruzione di una prigione che può ospitare fino a 400 detenuti. Si tratta della prima struttura carceraria aperta dopo 50 anni nella regione somala ed è parte del piano che prevede la costruzione di diverse altre prigioni in  tutta la Somalia.

La struttura carceraria è stata edificata allo scopo di incarcerarvi i pirati somali catturati e attenuare in questo modo  l’onere economico che grava sulla comunità economica dal fatto che attualmente i pirati catturati sono in gran parte trasferiti in altri stati regionali per essere giudicati e detenuti.

Allo studio anche l’esame della possibilità di creare tribunali speciali in Somalia per giudicare casi legati alla pirateria marittima.

Al momento il carcere ospita un numero esiguo di carcerati accusati di pirateria. Questo è dovuto al fatto che le autorità regionali per ora si rifiutano di accettare presunti pirati catturati al di fuori del suo territorio. Il timore è che immaginano ritorsioni nei confronti dei propri
cittadini da parte di somali dediti alla pirateria che non sono del Somaliland.

Mentre in Puntland sono almeno due le prigioni destinate ad ospitare pirati somali e finanziate dalla comunità internazionale.

L’impegno del Somaliland si estende anche in mare. Per ora la Guardia Costiera del governo di Hargeisa dispone solo di 8 motovedette
per pattugliare le sue acque territoriali comprendenti un’area di 600 km quadrati.

Attualmente il grosso del lavoro di pattugliamento nel mare al largo della Somalia lo fanno le navi da guerra inviate da almeno 25 Paesi in funzione antipirateria.  Navi raggruppate in missioni internazionali o individuali.

Le principali missione sono l’‘Atalanta’ a guida dell’Unione Europea, Ue, la ‘Ocean Shield’ a guida Nato ma sotto  l’egida ONU e la Joint Task Force 151 gestita dagli USA.

Per tutte il mandato è a tempo, e varia da 6 mesi rinnovabili a 12 e oltre.

Proprio in questi giorni l’Unione europea ha prorogato di altri 24 mesi, fino al dicembre 2014, la sua missione anti-pirateria ‘Atalanta’ attivata nel dicembre del 2008.

Il mandato per tutti è quello di proteggere le navi del Programma Alimentare Mondiale, PAM; proteggere, se necessario, altre navi; sorvegliare le acque al largo della Somalia, incluse quelle territoriali; prendere le misure necessarie, incluso l’uso della forza, per prevenire e porre fine agli attacchi dei pirati; arrestare, tenere in custodia i pirati in vista del loro trasferimento a un tribunale appropriato; tenere i contatti con gli Stati e le altre forze navali operanti nella regione.

La possibilità di entrare nelle acque territoriali somale da parte delle navi da guerra straniere in funzione antipirateria e per la scorta alle navi del PAM avviene in virtù della risoluzione ONU n. 1851.

La stessa risoluzione estende l’autorizzazione anche ad operare in terraferma per distruggere le basi dei pirati.

Il Somaliland ha preparato uno speciale corpo di commandos addestrati proprio nella lotta ai pirati sia a terra sia in mare.

Il 21 gennaio scorso è stata invece, compiuta la prima vera operazione antipirateria a terra da parte delle forze governative del Puntland. L’area interessata è stata quella costiera di Bossaso.

In ambedue i casi si tratta di personale per lo più formato grazie agli aiuti economici internazionali.

Di recente anche militari delle forze speciali USA e della Gran Bretagna hanno compiuto azioni mirate contro i pirati somali sulla terraferma.

Ferdinando Pelliccia

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