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Somalia: il processo di transizione ancora in bilico

La scorsa notte i miliziani islamici filo al Qaeda hanno ancora una volta condotto un attacco,  stavolta a colpi di razzi, nell’area che ospita il palazzo presidenziale di Mogadiscio e diversi uffici governativi.

Con molta probabilità era proprio ‘Villa Somalia’ l’obiettivo dei loro colpi. Purtroppo questi però, non hanno centrato la residenza ufficiale del presidente somalo, Sheikh Ahmed Sharif, ma un campo per sfollati situato nelle vicinanze dell’edificio. Alla fine il bilancio è stato di sei morti e sei feriti tutti civili ospitati nel campo.

Sono proprio i civili quelli che stanno pagando il prezzo più alto  di quella che è di fatto una sanguinosa guerra civile in corso nel Paese del Corno
D’Africa da oltre un ventennio.

A rivendicare l’attacco con un comunicato diffuso sul web sono stati i miliziani islamici degli Imaarah Islamiya, Autorità Islam, noti anche come al Shabaab.

Nel comunicato hanno affermato che: “è stato attaccato il palazzo presidenziale dove sono presenti i mercenari africani e i loro alleati apostati. Inoltre, hanno ricordato che si è trattato del secondo attacco sferrato in una settimana contro ‘Villa Somalia’, dopo quello kamikaze eseguito il 14 marzo allo scopo di dimostrare che il governo degli apostati non è in grado di difendersi è che gli annunci di vittoria dei mercenari africani sono falsi”.

Quello degli al Shabaab è un gruppo terroristico che dal 2007 si contrappone al debole governo di transizione somalo, TFG,  e che controlla gran parte del Paese africano al sud e nel centro. Dopo aver inaugurato una nuova strategia, quella della guerriglia contro il governo somalo sostenuto
dall’Occidente, i mujahidin somali hanno anche cambiato nome. Questo allo scopo di rafforzare ancora di più la loro credibilità agli occhi dei somali e per ottenere consensi per la loro ‘crociata’ contro il TFG e gli stranieri che lo sostengono.

I miliziani islamici dopo essersi progressivamente ritirati dalla capitale somala dal mese di giugno del 2011. Un ritiro che il governo somalo ha fatto passare per una sua vittoria, ma che di fatto tale non è stata. Quella degli al Shabaab è stata solo una ritirata strategica per meglio colpire tanto è vero che hanno promesso di mettere a ferro e fuoco Mogadiscio. Una promessa mantenuta tanto è vero che dallo scorso mese di ottobre sono riprese in città con maggiore violenza le loro azioni terroristiche.

I miliziani sembra che ormai abbiano optato per gli attentati suicidi come mezzo per scalfire la ‘tenace’ resistenza dei governativi a Mogadiscio soprattutto in virtù del fatto che dal confronto diretto, specie con le truppe dell’Ua della missione AMISOM, che sostiene militarmente il TFG, non hanno ottenuto i risultati sperati anzi, sono stati messi in difficoltà.

Tutto questo ha fatto in modo che quello che dovrebbe essere uno dei luoghi più sicuri e protetti della Somalia, a sua difesa vi sono dispiegati i baschi verdi dell’Ua, è invece, da sempre oggetto di attentati da parte dei mujahidin somali.

Il palazzo presidenziale in meno di 5 giorni è stato preso di mira per ben due volte dai miliziani islamici.

Il gruppo ribelle somalo nel rivendicare l’attacco terroristico dello scorso 14 marzo aveva infatti, annunciato altri attacchi contro il governo somalo e le basi dell’AMISOM a Mogadiscio.

La volta scorso un uomo bomba, grazie all’aiuto venuto dall’interno, era riuscito a passare i controlli ed era entrato nel compound del palazzo presidenziale facendosi poi, esplodere.

Secondo i ribelli l’attentatore suicida avrebbe ucciso 17 persone e ne avrebbe ferite altre 30. Il bilancio del governo transitorio somalo è invece, di 5 morti e 10 feriti.

Il ritorno del terrorismo nella capitale somala è avvenuto dopo un periodo durante il quale le forze filogovernative, supportate dai militari dell’Ua, hanno potuto portare a termine importanti conquiste.

Appena lo scorso 16 marzo, al termine di una nuova offensiva militare delle truppe dell’Unione Africana e del governo transitorio somalo lanciata ad inizio mese nella parte nordorientale di Mogadiscio, era stato annunciato che praticamente l’intero territorio della capitale era ormai sotto il controllo governativo dopo che le ultime sacche di resistenza degli al Shabaab in città erano state spazzate via.

Rispetto allo stesso periodo del 2011, quando il governo controllava solo 4 dei 16 distretti della capitale somala, ora la situazione è completamente diversa. Sotto il controllo degli al Shabab resta solo la zona di Daynille.

Nelle ultime settimane però, i ribelli islamici hanno intensificato le loro azioni terroristiche nella capitale somala.

Questi continui ‘assalti’ sferrati dai miliziani islamici al governo somalo preoccupano la comunità internazionale che cerca di correre ai ripari. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU da tempo esprime grave preoccupazione per la situazione in Somalia tormentata dai pirati in mare e dalla presenza di gruppi estremisti sula terraferma.

Nei giorni scorsi è stato anche annunciato che i militari del Kenya, entrati alla fine dello scorso mese di ottobre in Somalia per combattere
i terroristi islamici, presto si uniranno ai militari del Burundi, Uganda e Gibuti che costituiscono la missione dell’Ua, AMISOM, che con il suo sostegno garantisce la sopravvivenza del governo federale di transizione somalo.

Finora grazie alle truppe etiopi è stata espugnata la città di Baidoa considerata un’importante roccaforte dei ribelli islamici ed ora si punta anche
a Chisimaio, importante porto marittimo situato a 150 chilometri dal confine con il Kenya e che rappresenta la principale fonte di reddito per gli al Shabaab.

Nel frattempo, nel Paese del Corno D’Africa divampa la guerra civile. Ed è proprio la speranza di sfuggire al dramma della guerra che sta spingendo migliaia di somali ad abbandonare ogni loro avere per cercare scampo altrove.

Secondo stime ONU sono circa 185mila le persone ancora ospitate nei campi di Mogadiscio. Per lo più si tratta di sopravvissuti alla tremenda carestia che lo scorso anno ha colpito il Paese africano mietendo decine di migliaia di vittime.

Una vera e propria catastrofe umanitaria che è stata aggravata proprio dai combattimenti in corso tra i ribelli islamici e le truppe del governo somalo.

Proprio a causa degli scontri lo scorso giovedì è stato lanciato l’ennesimo allarme umanitario nella regione di Gedo nella parte sud
occidentale della Somalia dove centinaia di famiglie si sono messe in movimento.

Il timore è che la situazione umanitaria in Somalia potrebbe peggiorare nuovamente nei prossimi mesi. Appena lo scorso mese di febbraio le Nazioni Unite avevano dichiarato che il pericolo carestia nel Paese africano era svanito, anche se 2,3 milioni di somali avevano però, ancora bisogno di aiuto

L’attuale governo federale di transizione, TFG, è stato chiamato nel 2004 dalla comunità internazionale, USA in testa, a guidare il processo di pace in Somalia  in collaborazione con il Parlamento federale di transizione, TFP. Si è trattato del tentativo di creare, nel Paese del Corno d’Africa, un’amministrazione centrale funzionante dopo che, dalla caduta del dittatore Mohamed Siad Barre, avvenuta nel 1991, la Somalia è stata
trascinata in lotte intestine che ne hanno disgregato economia e istituzioni trasformandolo lentamente in ‘ terra di nessuno’.  Il mandato del TFG era di riconciliazione del Paese, scrivere una nuova costituzione e organizzare elezioni democratiche. Nulla di tutto questo è stato fatto a fronte di un enorme gettito di denaro che la comunità internazionale, Italia in testa, ha versato nelle casse del governo somalo. Un mandato la cui scadenza era stata programmata per la fine dello scorso mese di agosto. Però,  questo mandato è stato poi,  prorogato per altri 12 mesi,  fino al 20 agosto 2012. Si tratta di una seconda proroga dopo quella biennale del gennaio del 2009. Ad agosto poi, si dovrebbero svolgere anche le prime elezioni presidenziali nel Paese.

Ferdinando Pelliccia

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