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Norme antiriciclaggio. A Vicenza tre notai nella lente della GdF

Attività di controllo antiriciclaggio estesa ai notai.
Contestate violazioni in capo a tre notai della provincia di Vicenza per non aver segnalato operazioni finanziarie sospette di riciclaggio per circa 10 milioni di euro

Prosegue l’opera del Nucleo di Polizia Tributaria di Vicenza nella prevenzione e nel contrasto del riciclaggio di denaro; dopo avere già contestato, lo scorso anno, l’omessa segnalazione di operazioni finanziarie sospette per oltre 37 milioni di euro da parte di cinque primari istituti di credito e due società fiduciarie, l’attenzione dei finanzieri si è estesa ai professionisti, quali soggetti obbligati al rispetto degli obblighi antiriciclaggio imposti dal legislatore nazionale, che prevede, tra l’altro, l’inoltro di segnalazioni di operazioni sospette quando il professionista sappia ovvero sospetti che possa essere in atto un’attività di riciclaggio di proventi da reato da parte di propri clienti.
In particolare, nel corso di un’ispezione antiriciclaggio condotta nei confronti di un notaio da parte del Nucleo di Polizia Tributaria del capoluogo berico, su delega del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma, è emerso che tale professionista ha omesso di segnalare operazioni sospette di riciclaggio all’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia per complessivi 8,7 milioni di euro, in relazione ad una serie di atti di segregazione patrimoniale, quali la costituzione di trusts e fondi patrimoniali, riferibili a tre distinti clienti risultati coinvolti in indagini condotte dall’Autorità Giudiziaria di Vicenza perché responsabili, a vario titolo, dei reati di bancarotta fraudolenta e frode fiscale.
Il carattere comune delle violazioni contestate al notaio oggetto di controllo deve ricercarsi nell’utilizzo di strumenti giuridici in astratto leciti e riconosciuti dall’ordinamento giuridico nazionale che, tuttavia, nelle vicende prese in esame, sono stati posti in essere con il principale fine fraudolento di sottrarre i beni degli indagati alle possibili, quanto probabili, azioni esecutive dei creditori e, soprattutto, dell’Erario, così integrando, per le persone che li hanno costituiti, specifiche responsabilità in ambito penale.
Come detto, sia il fondo patrimoniale che il trust sono strumenti giuridici regolamentati dall’ordinamento, che ne tutela le specifiche finalità. Ad esempio, il fondo patrimoniale, disciplinato dal codice civile, si propone di garantire adeguate risorse per il sostentamento del nucleo familiare e dei figli minori, così sottraendo i beni costituiti in tale fondo dalle azioni esecutive in sede civile promosse dai creditori per debiti contratti da uno dei due coniugi per finalità diverse dal sostentamento della famiglia. Allo stesso modo, il trust, specificamente disciplinato dalla Convenzione dell’Aja del 1985, ratificata in Italia nel 1989, consente al disponente di costituire un patrimonio separato che, in concreto, viene sottratto a pignoramenti e sequestri promossi da eventuali creditori.
Tuttavia, a fronte di negozi giuridici apparentemente leciti, gli accertamenti delle Fiamme Gialle hanno messo in luce l’uso strumentale degli stessi con finalità tali da integrare, in alcuni casi, anche degli specifici reati. In un caso, ad esempio, due fratelli – entrambi soci di due società in grave strato di crisi finanziaria ed ormai prossime al fallimento – si sono rivolti al loro notaio di fiducia per redigere una serie di atti, in un breve lasso temporale, tutti finalizzati a spogliare le proprie imprese in crisi dei beni patrimoniali ancora esistenti, creando, di fatto, un danno ai creditori; nello stesso tempo, i due imprenditori hanno posto in essere ulteriori atti con i quali si sono spogliati dei beni personali loro riconducibili, tutelando gli stessi dalla possibile aggressione dei creditori e degli istituti di credito con la costituzione di un fondo patrimoniale e due trusts.
In un simile contesto, il notaio chiamato a redigere gli atti di trasferimento patrimoniale avrebbe senz’altro potuto rendersi conto, anche in ragione delle sue riconosciute competenze giuridiche, che le finalità dei due fratelli imprenditori non erano affatto lecite, atteso che il medesimo professionista aveva anche preso parte, quale pubblico ufficiale rogante, all’assemblea straordinaria di una delle due aziende in crisi (la più rilevante), certificando una perdita d’esercizio per oltre 1,7 milioni di euro.
Il notaio, dunque, si è certamente trovato nella condizione di poter dubitare della liceità degli atti di trasferimento e di segregazione patrimoniale realizzati dai due imprenditori, per un controvalore di oltre 4,7 milioni di euro, chiaramente riconducibili ad una unitaria strategia fraudolenta distrattiva, rilevante in termini di bancarotta patrimoniale e, dunque, di reimpiego di disponibilità patrimoniali di possibile provenienza illecita; pertanto, il citato professionista avrebbe dovuto adempiere agli obblighi di segnalazione dell’operazione sospetta di riciclaggio alla Banca d’Italia.
In un secondo caso, un imprenditore vicentino indagato per gravissime fattispecie di frode fiscale – e, per tali reati, già destinatario di provvedimenti di sequestro di beni su ordine dell’Autorità Giudiziaria di Vicenza – si è rivolto al professionista ispezionato per trasferire azioni e beni immobili a lui intestati, in parte peraltro già sottoposti a sequestro preventivo, nel tentativo di sottrarre tali disponibilità alle azioni esecutive (in ambito amministrativo) dell’Erario, segregando le stesse all’interno di un fondo patrimoniale e di un trust ovvero vendendo i propri beni ai familiari senza ricevere, in cambio, alcun corrispettivo, bensì l’impegno degli acquirenti a garantirgli una rendita vitalizia.
Anche in questa vicenda il notaio è risultato pienamente consapevole delle indagini condotte dalla magistratura a carico del proprio cliente, tanto da avere anche contezza che una parte dei beni immobili oggetto di trasferimento era già stata sottoposta a sequestro preventivo. Tuttavia, nonostante tale consapevolezza, il professionista ha omesso di segnalare che gli atti di disposizione patrimoniale da lui redatti, per un valore complessivo di oltre 4 milioni di euro, potevano prestarsi a finalità fraudolente da parte del proprio cliente, essenzialmente interessato a reimpiegare i beni di sua proprietà ed a sottrarli alle azioni di pignoramento o confisca da avviare da parte dell’Amministrazione finanziaria (la quale aveva già concluso, al momento degli atti rogitati, verifiche fiscali con pesanti contestazioni).
Pertanto, al termine dell’ispezione condotta dal Nucleo di Vicenza, il notaio vicentino si è visto contestare l’omessa segnalazione di operazioni finanziarie sospette di riciclaggio per un valore di oltre 8,7 milioni di euro.
Il medesimo professionista è stato, inoltre, oggetto di segnalazione a piede libero alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza perché, nel redigere alcuni atti aventi quali controparti cinque società fiduciarie (per un valore complessivo di oltre 350.000,00 euro), ha omesso di identificare compiutamente le persone fisiche per conto delle quali le medesime fiduciarie si trovavano ad operare.

La rilevante attività ispettiva qui descritta si inserisce in un più ampio contesto operativo, nell’ambito del quale i finanzieri della Sezione Riciclaggio del Nucleo di Vicenza hanno cercato di prendere in esame, in misura diffusa, l’effettivo rispetto degli obblighi antiriciclaggio da parte di alcuni notai della provincia.
Così, all’esito di precedenti approfondimenti avviati già a partire dalla scorsa estate, sono stati individuati due ulteriori notai, resisi responsabili di non avere segnalato all’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia operazioni finanziarie sospette di riciclaggio per complessivi 650.000 euro.
In questo caso, l’attività di controllo ha tratto origine dalle risultanze emerse nel corso delle indagini di polizia giudiziaria condotte dai militari nell’ambito delle frodi all’IVA, soprattutto con riguardo al settore della concia delle pelli nel distretto di Arzignano e della Valle del Chiampo. È, infatti, noto che per poter evadere l’IVA vi sia un ampio e diffuso ricorso ad imprese cosiddette “cartiere” che si prestano ad emettere fatture per operazioni inesistenti, senza poi versare le imposte.
Proprio nei confronti di tali imprese “cartiere” si è concentrata l’attenzione della Guardia di Finanza, anche con riguardo al rispetto delle disposizioni antiriciclaggio, considerato che per la loro costituzione nella forma di società di capitali (in prevalenza “s.r.l. unipersonali” amministrate da “prestanome”) è sempre necessario fare ricorso ad un professionista ed, in particolare, ad un notaio.
Nel caso specifico, si è riscontrato che ben quattro società sono state, nel tempo, costituite nell’area di Arzignano-Chiampo e solo formalmente intestate ed amministrate da persone, residenti in aree geograficamente distanti (provincia di Napoli), prive di qualsivoglia capacità imprenditoriale, soprattutto nello specifico settore produttivo della concia delle pelli, oltre che di sufficienti disponibilità finanziarie e patrimoniali idonee a fugare possibili sospetti circa la possibile provenienza delittuosa del denaro.
Tali società, tutte asservite ad un vasto sistema di frode all’IVA, sono state costituite da persone indagate per evasione fiscale senza che i notai, chiamati a ratificare gli atti istitutivi delle imprese, abbiano mai segnalato alcuna circostanza sospetta, per il tramite del Consiglio Nazionale del Notariato.
In realtà, i professionisti controllati ben avrebbero potuto rendersi conto che le società innanzi a loro costituite presentavano chiari profili di sospetto, posto che entrambi i notai hanno confermato di non avere mai conosciuto i soci di tali imprese, se non al momento della sottoscrizione degli atti, mentre i rapporti si sarebbero sempre sviluppati con una terza persona, unico “faccendiere”, formalmente estraneo alle imprese, ma di fatto amministratore delle stesse, poi coinvolto in diverse vicende penali per frode fiscale.
All’esito dei controlli è, dunque, emerso che i due notai, anche in questo caso, non hanno provveduto a segnalare le operazioni sospette inerenti agli atti societari dagli stessi validati, che riguardavano, nello specifico, oltre alla costituzione di società – poi, come detto, rivelatesi essere mere “cartiere”, fittiziamente e solo cartolarmente interposte nei rapporti tra altre società, al solo fine di evadere l’Erario – anche i successivi atti di trasferimento di sede e di compravendita immobiliare, realizzati sempre dalle medesime imprese per il tramite del reale amministratore di fatto.
Le contestazioni elevate dai militari delle Fiamme Gialle ai tre notai sono, peraltro, confortate dal fatto che i comportamenti tenuti dai clienti di tutti i professionisti rispondevano appieno a quegli indicatori di anomalia elaborati dalla Banca d’Italia (ente di riferimento in materia) e riepilogati in provvedimenti normativi che, per legge, debbono essere tenuti in debito conto per la valutazione delle operazioni sospette di riciclaggio.
Del resto, le norme antiriciclaggio impongono ai professionisti di inviare segnalazioni per operazioni sospette laddove i clienti pongano in essere comportamenti non coerenti con il proprio profilo reddituale, ovvero operazioni, anche societarie, che possano indurre a sospettare sull’origine della provvista finanziaria sottostante l’intera operazione.

Le violazioni contestate dai finanzieri del Nucleo di Vicenza, relative a transazioni per complessivi 9,4 milioni di euro, prevedono l’irrogazione di una sanzione amministrativa che può raggiungere fino al 40% del valore delle operazioni non segnalate, pari, nel caso specifico, a 3,8 milioni di euro.

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