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Pirateria. Legge 130 del 2011. Biffani: mie perplessità in ordine a due linee di principio

In Italia si dibatte ancora  e molto sull’incidente accaduto in India. Un incidente che vede coinvolta la nave italiana Enrica Lexie e 2 marò,
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, parte dei membri del Nucleo Militare di Protezione, NMP assegnato alla difesa della nave dai pirati.

I due marò sono accusati dalle autorità locali indiane del Kerala di aver ucciso il 15 febbraio scorso due pescatori indiani scambiandoli per pirati.

L’incidente ha provocato attrito tra India e Italia mettendo a rischio i buoni rapporti esistenti tra i due Paesi.

In Italia il dibattito si è tutto scatenato intorno alle perplessità sull’esigenza del Governo italiano d’imbarcare squadre militari a bordo dei mercantili italiani che navigano nelle acque a rischio pirati.

Il ricorso ai Nuclei Militari di Protezione, NMP, è stato reso possibile agli armatori italiani con il decreto legge 107 del luglio 2011, definitivamente approvato con la legge 130 del 2 agosto dello stesso anno.

A fronte di un fallimento della strategia militaristica di contrasto, da parte delle navi da guerra raccolte in missioni internazionali, quella difensiva dei team di sicurezza a bordo dei mercantili si sta rivelando invece, vincente nel contrastare la pirateria marittima al largo della Somalia.

Anche in virtù della dichiarazione rilasciata dal generale Vincenzo Camporini che in un suo recentissimo  intervento a RaiNews 24 ha definito la legge 130 del 2011 una legge incompleta e per questo se ne stanno pagando le conseguenze.

In merito è stato raccolto il commento di Carlo Biffani,  Direttore generale Security Consulting Group Srl e Presidente pro tempore dell’ Assosecurnav che ha spiegato: “La ringrazio per avermi dato modo ancora una volta di meglio chiarire alcuni concetti da me illustrati di recente e da lei riportate in un suo articolo.

Sono un Ufficiale della Brigata Paracadutisti Folgore in congedo. La società che dirigo attinge la maggior parte dei collaboratori di cui si avvale dalle FFAA ed in particolar modo da quello delle Forze Speciali.

La mia vicinanza agli uomini e alle donne in divisa, è ben nota e mi pregio ed onoro della amicizia di alcuni Ufficiali e Sottufficiali in servizio ed in congedo, uno per tutti, il Generale Mario Arpino, già Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Per cui posso tranquillamente affermare che i miei giudizi nei confronti di esponenti delle nostre Forze Armate non sono ne affrettati ne dettati da interessi di parte.

In merito all’incidente nel quale sono rimasti coinvolti i due Fanti di Marina italiani, torno a sollevare delle perplessità in ordine a due linee di principio.

La prima è quella che riguarda l’impiego di personale militare in servizi che nella migliore delle ipotesi rappresentano una “diminutio” rispetto alle capacità tattiche e di impiego delle quali sono capaci i nostri soldati.

Un soldato è addestrato ed impiegato normalmente in attività ben diverse da quelle che attualmente vengono richieste in ambito sicurezza marittima secondo il protocollo di intesa stipulato fra Marina Militare e Confitarma.

Non credo sia attribuibile al sottoscritto la scoperta del fatto che un soldato è fatto, addestrato ed impiegato per combattere e mal si adatta non per incapacità, ma per suo habitus a ruoli che non rappresentano dal punto di vista culturale, e della tradizione, modalità di impiego canonico della Forza Armata. Non a caso negli anni in realtà dell’ambito Difesa di Paesi nostri alleati, sempre più frequentemente si è assistito al fenomeno contrario rispetto a quello che in ambito pirateria marittima sta accadendo in Italia. Si è infatti nel tempo andata affermando l’idea e la consuetudine di impiegare i militari nelle pure attività combat e di estendere il loro impiego in aree di contiguità a quelle proprie della
guerra propriamente detta, quali le operazioni di peace keeping e peace enforcing, nelle quali sarà bene evidenziarlo, siamo un riferimento a livello mondiale. Laddove fosse richiesto invece l’impiego di aliquote di FFAA in attività non “in punta di lancia”, quali quelle di sorveglianza di
basi o di difesa di beni mobili, si preferisce sempre più spesso impiegare personale in outsourcing mediante contratti con le Private Security Company, in pratica quelle che qualcuno con grande maleducazione ed una preoccupante ignoranza continua a chiamare società di mercenari. A tale proposito vorrei specificare che trovo quantomeno singolare il fatto che sia da alcuni ambienti militari che sento ancora arrivare tale aggettivazione nei nostri confronti, perchè pur provando un sentimento di affetto, di rispetto e stima nei confronti delle nostre FFAA posso ben comprendere la confusione che si è generata da che è stato deciso che una delle nostre Forze Armate, ovvero la Marina Militare, si faccia pagare per svolgere compiti che una Legge del Parlamento ha sancito essere di Istituto. Quindi mi permetterei di suggerire ai Signori che con
troppa facilità ci accusano ancora di essere noi i mercenari, di riflettere sul ruolo che si sono ritagliati, indossando una divisa, in una dinamica che è di pieno ed assoluto carattere commerciale.

La seconda linea di principio a cui si ispirano le mie perplessità riguardo all’impiego dei NMP è sempre stata legata alla enorme esposizione che per il nostro Paese e per lo Stato e la Diplomazia più in generale, era rappresentata dal posizionamento di militari in una dinamica commerciale, perplessità particolarmente riferita al rischio che gli stessi si trovassero coinvolti in un rapimento ipotesi certo remota ma possibile, od in un incidente come quello che si è purtroppo verificato in questi giorni, perchè vede, purtroppo giunti a questo punto, ormai il danno è fatto e per quanto io sia certo del fatto che i nostri due militari siano estranei alla vicenda loro addebitata dalle autorità indiane, conta terribilmente di più quello che sta accadendo a livello di relazioni diplomatiche e di rapporti con i nostri alleati.

Vorrei precisare poi che tolto l’esempio francese che ha connotazione completamente diversa da quella che si è realizzata nel caso NMP ed escludendo l’intervento a difesa di alcuni particolari transiti che saltuariamente ed in maniera chirurgica opera la marina Militare degli Stati Uniti, non vi è alcun paese neppure fra quelli decisamente meno democratici che abbia elevato a sistema l’impiego di propri militari nella difesa di interessi privati e commerciali, mi sentirei di affermare proprio perchè ben consapevoli tutti dei rischi che tale scelta comporta.

Mi auguro solo che la vicenda indiana si risolva rapidamente e nel migliore dei modi e che tutti si rendano conto che affidarsi a personale preparato, certificato, competente e che operi sotto precise regole etiche e di impiego, è possibile anche nel nostro paese. E per cortesia, smettiamola di parlare di mercenari e proviamo a diventare un paese moderno e maturo anche sotto questo aspetto”.

Ferdinando Pelliccia

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