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Caso Enrica Lexie: una questione di prestigio interno per l’india

Continua a tenere alta la tensione tra Italia e India la vicenda che è legata all’uccisione nell’Oceano Indiano di 2 pescatori indiani. Un’uccisione di cui le autorità indiane di Kerala  ritengono responsabili i fucilieri del Battaglione San Marco imbarcati come Nucleo di Protezione Militare, NPM, anti pirati a bordo della nave italiana ‘Enrica Lexie’.

Il fatto che le autorità locali indiane abbiano praticamente ‘sequestrato’ una nave italiana e una dozzina di cittadini italiani di cui praticamente ne ha ‘arrestato’ due è ritenuto dall’Italia un atto unilaterale. Riuscire a gestire la vicenda in maniera indolore appare praticamente impossibile.

Finora l’Italia non ha mai creato ostacoli, ma la situazione comincia ad impensierire.

In India è atteso l’arrivo anche del sottosegretario agli Esteri italiano, Staffan De Mistura. Un altro significativo passo dell’Italia a livello diplomatico per cercare di trovare un punto di incontro con gli indiani. Mentre per ora resta confermata per la prossima settimana la visita ufficiale nel Paese del  ministro degli Esteri, Giulio Terzi.

Al sesto giorno di crisi si sente in tutta la sua ampiezza il peso che le diplomazie indiane e italiane stanno sopportando.

Funzionari italiani sono al lavoro fin dai primi momenti. Un’ardua impresa ‘convincere’ i colleghi indiani che forse qualcosa non quadra in tutta la vicenda.

L’India non vuol sapere ragioni ne accetta versioni che si discostano da quella che indica che gli italiani sono la causa della morte di 2 pescatori indiani uccisi in mare, perché scambiati per pirati somali, il 15 febbraio scorso.

Il problema più grosso è che tutto si gioca a livello locale.

E’ infatti, nello stato federale del Kerala, nell’India meridionale, che la nave italiana e 11 italiani, 5 marittimi, parte membri dell’equipaggio, e 6 militari della marina, sono trattenuti con l’accusa di omicidio. Nove sono a bordo della nave battente bandiera italiana e due militari di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono invece, a terra in custodia giudiziaria della  polizia di Kullam dopo che ieri sono comparsi
davanti al giudice K.P. Joy della città capoluogo dell’omonimo distretto dello stato indiano del Kerala da dove provenivano i 2 morti. I legali dei due italiani stanno lavorando per presentare all’Alta Corte indiana un ricorso in cui si dice che l’India non ha giurisdizione sul tratto di mare dove si è verificato l’episodio al fine di ottenerne il rilascio.

Tra Roma e New Delhi corrono ottimi rapporti. Non si può dire lo stesso tra il governo centrale indiano e quello locale del Kerala.

La vicenda è infatti, diventata elemento di scontro sulla scena politica interna indiana oltre che uno strumento di propaganda elettorale.

Nello stato federale del Kerala è forte l’antagonismo politico tra il ‘partito comunista marxista indiano’, fino a poco tempo fa al potere nello stato, e il ‘National Congress’ al potere nel Paese e dallo scorso anno anche in questo stato federale indiano.

I comunisti che hanno perso il governo dello stato, da sempre considerata una loro roccaforte, ora sono alla ricerca di una rivalsa politica per questo motivo stanno ‘cavalcando’ il malumore e il dissenso che l’opinione pubblica locale sta manifestando da quando è scoppiato il caso.

Il fatto che nei prossimi mesi si terranno le elezioni amministrative e politiche in India porta a credere che l’intera vicenda possa essere sfruttata ai fini propagandistici da parte di alcuni leader politici locali specie chi cerca il ‘riscatto’.

Da quando questa vicenda è venuta alla ribalta in tutto lo stato del Kerala si registrano infatti, continue manifestazioni di protesta anti-italiana.

In alcune manifestazioni, svoltesi in questi giorni, a manifestare erano i militanti dei partiti politici.

L’opinione pubblica indiana è molto agitata e fa sentire tutto il peso di questo suo malessere sui governanti locali. Le associazioni dei pescatori dello stato del Kerala chiedono a gran voce che venga arrestato anche il comandante dell’Enrica Lexie, Umberto Vitelli.

A manifestare per lo più sono proprio i pescatori, compagni di lavoro dei due uccisi,  che si sentono in costante pericolo, quando escono in mare, perché non è la prima volta che si verifica un episodio del genere.

Diverse altre volte infatti, dei pescatori, usciti in mare per una battuta di pesca, non sono più ritornati o sono tornati cadaveri. In genere sono caduti vittime dei pirati, ma altre volte anche delle navi straniere, militari e civili, che solcano le acque dell’Oceano Indiano. Per questo motivo da parte dell’opinione pubblica indiana, sostenuta anche dai media indiani, vi è una forte richiesta di giustizia perché si ritiene che la morte dei due sia stata causata da un eccesso e dal mancato rispetto delle procedure operative standard.

Ed è proprio il fatto che si vuole dare un esempio, perchè si ritiene che episodi del genere non devono più passare impuniti come in passato, spaventa un po’ perché non gioca a favore dei militari italiani.

Militari, che anche se fosse vero quello che l’India sostiene e che l’Italia respinge, rispondono a ben precise regole di ingaggio che si basano sul principio dell’autodifesa e hanno agito per conto dello Stato italiano e per questo godono di un’immunità funzionale.

Per le autorità locali indiane questo non conta e dopo aver praticamente arrestato i due marò italiani ora pretendono che le vengano anche consegnate le armi in loro dotazione ai marò. Per farlo la polizia locale indiana ha chiesto al tribunale di Kollam un mandato di perquisizione per poter salire a bordo della ‘Enrica Lexie’ e perquisirla. Un ulteriore atto che non favorisce di certo la distensione.

Le armi, come per regolamento, quando la nave è in un porto straniero, sono chiuse a chiave in un deposito sulla nave di cui ne è custode il comandante della stessa.

Ferdinando Pelliccia

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