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Pirati somali: la strategia militaristica è fallita ora prevale la difensiva

I sempre più numerosi successi dei team di sicurezza imbarcarti a bordo delle navi commerciali, a loro ‘difesa’ dagli attacchi pirati, l’ultimo stamani, stanno dimostrando in maniera inequivocabile che il ‘difendersi’ dai pirati somali è possibile e anche in maniera vincente.

A dimostrazione il fatto che il 2011 si è chiuso con il numero minimo storico di cattura e dirottamento di mercantili da parte dei pirati somali. Questo perché sempre più armatori ricorrono alla ‘difesa’ delle loro navi. Una difesa dal costo medio di 40-50 mila dollari a viaggio per nave che spendono volentieri a fronte di costi più elevati in caso di cattura della nave.

Facendo una rapida stima la nascente ‘economia della sicurezza’ rende a chi se ne serve e a chi la offre. Infatti, il mercato è così vasto che mediamente gli armatori spendono,  tutti insieme, in team di sicurezza circa 3,5 ml di dollari al giorno.

E’ ovvio che per gli armatori, già stretti nella morsa tra pirati e assicuratori, ad entrambi si sono ritrovati a pagare milioni di dollari l’anno, pagare un servizio di sicurezza a bordo delle loro navi non è un problema specie se questo comporta maggiori certezze del buon fine del viaggio. Il costo rimane sempre irrisorio rispetto a quello che perdono in caso di sequestro della loro nave.

Ad essere catturate dai pirati somali, facendo una rapida statistica, annualmente sono il 2 % delle imbarcazioni commerciali che navigano nell’area a rischio pirati. Infatti sono 40mila le navi che ogni anno solcano le acque lungo le quali corre la rotta che unisce l’Asia all’Occidente passando per il Canale di Suez. Finora di queste ne sono stata catturate ogni anno mediamente un centinaio. Questo almeno fino allo scorso anno quando la cattura di navi si è dimezzata perché gran parte di queste navi commerciali sono ora ‘difese’ da guardie armate private o da militari della Marina del Paese di bandiera della nave.

Si tratta di team di sicurezza che sono presenti direttamente a bordo delle navi e che quindi possono intervenire in maniera diretta e soprattutto immediata in caso di attacco pirata.

Il  solo fatto che ci sono dissuade i predoni del mare dal loro intento.

Questi ultimi, potrebbero anche affrontarli, visto che per numero li superano, i team di sicurezza sono al massimo di 6-7 uomini, i pirati assalitori anche 15-20. Però, lo scontro comporterebbe perdere tempo e darlo invece, ad una nave da guerra che avrebbe modo di raggiungere la zona e agevolmente intervenire con i mezzi a disposizione per annullare la minaccia. Per cui prevale la ragione e non la paura.

Finora infatti, un assalto pirata si consumava al massimo in 10 minuti, il tempo di far capire ai marittimi a bordo della nave assalita chi comandava, e quando sopraggiungeva una nave da guerra in soccorso ormai i pirati erano a bordo del mercantile e si servivano dei marittimi come scudi umani prendendosi anche gioco dei militari con sberleffi e atteggiamenti di sfida che non potevano certo essere raccolti.

Oltre alla cattura e dirottamento dei cargo, più redditizia, i pirati della Somalia non disdegnano di catturare anche Yacht con a bordo velisti turisti. La loro cattura mediamente gli frutta tra i 400-500 mila dollari a velista e costituisce un ripiego in caso di ‘caccia’ infruttuosa
in quanto sono prede più facili.

Detto questo è ovvio che i fatti dimostrano che quella strategia militaristica sostenuta fortemente dalla comunità internazionale è praticamente fallita. Un fallimento che è ben visibile dalla ‘smorfia di delusione’ disegnata sul volto di chi credeva in questa strategia.

Qualcuno però, spera ancora di cambiare la realtà dei fatti e forse, i recenti e inediti successi che le navi da guerra in missione di contrasto ai
pirati somali stanno facendo registrare, potrebbe essere il loro colpo di coda.

Il contrasto militare al fenomeno della pirateria marittima, promosso dal 2008 da diversi Paesi, è stato di fatto innegabilmente un flop costato solo milioni di dollari spesi inutilmente e forse anche con smoderatezza.

Alla fine un manipolo di uomini, sono poco più di un migliaio i pirati somali, hanno messo in scacco le Marine Militari di almeno 25 Paesi che o in missione internazionale o in maniera individuale cercavano di contrastarli militarmente.

Ovviamente questo contrasto,  o meglio il modo di attuarlo, è variato da Paese a Paese.

Tra quelli che hanno assunto l’atteggiamento più aggressivo nei confronti dei pirati somali figura l’India come anche la Corea del Sud. Mentre molti altri Paesi si sono ‘limitati’ a pattugliare le aree loro assegnate.

L’area a rischio pirati da pattugliare, che inizialmente era di 2,5 milioni di miglia quadrate, è lentamente, nel corso degli anni, praticamente raddoppiata perché i predoni del mare si sono sempre di più spinti al largo ricorrendo all’appoggio di ‘navi madri’.

Se prima era quasi impossibile per le 40 o più navi da guerra, che si alternano in missioni periodiche della durata di circa tre mesi,  pattugliarlo a questo punto era  praticamente inconcepibile poterlo fare.

Tanto è vero che mentre un’unità navale da guerra si trovava da una parte dell’Oceano Indiano dall’altra i pirati somali abbordavano e catturavano il mercantile ‘adocchiato’ e praticamente indifeso.

In questo modo per mesi e anni, dal 2008 al 2010,  i pirati somali sono arrivati a sequestrare decine e decine di mercantili nonostante queste missioni militari di contrasto.
Le navi catturate sono state poi, sempre dirottate verso le aree costiere del Puntland, nel nord della Somalia, dove si trovano i principali covi pirati.

Finora centinaia di mercantili e diverse migliaia di marittimi di diverse nazionalità, tra cui anche europei, sono finiti nelle loro mani. Lavoratori del mare che sono stati trattati dai pirati somali come ostaggi per i quali chiedere in cambio del loro rilascio il pagamento di riscatti milionari.  Il riscatto medio è fra i 5 e i 10 mln di dollari.  La prigionia in Somalia è un vero e proprio calvario per i marittimi ostaggi che devono
sopportare ogni forma di abuso. Maltrattamenti fisici e psicologici possono includere la violenza fisica e finte esecuzioni.
Maltrattamenti fisici e psicologici possono includere anche violenza fisica e finte esecuzioni. In alcuni casi, gli equipaggi e le famiglie sono state separate per lunghi periodi di tempo, esponendo gli ostaggi alla sollecitazione di incertezza sul destino dei loro partner o un bambino. In alcuni casi, i marittimi degli equipaggi delle navi catturate sono rimasti separati dalle loro famiglie anche per lunghi periodi di tempo esponendo gli ostaggi e i loro familiari allo stress dell’incertezza sulla loro sorte.

Il fenomeno è stato con molta probabilità affrontato nel modo sbagliato perché forse ha scatenato ‘paure’ improprie nella comunità internazionale fino a portare a decisioni, prese all’unanimità, da assisi internazionali che hanno gettato le premesse giuridiche per una repressione armata della pirateria marittima.

Le prime e importanti decisioni, in quanto hanno dato il via a tutto il resto, sono state le risoluzione ONU 1814 e 1816 del giugno 2008. A queste hanno fatto seguito poi, altre.

La 1814 autorizza le navi delle marine da guerra di Paesi terzi a entrare nelle acque somale per inseguire i pirati in forza di una volontà di contrasto del fenomeno della pirateria nell’Oceano Indiano e sulla terra ferma.

La 1816 tratta gli atti di pirateria come ‘atti di guerra’ a norma del diritto internazionale.

Con la 1814 è stata istituita una missione navale militare di contrasto conosciuta con il nome di dispositivo anti pirateria del Pentagono e gestito dalla V Flotta USA, il Combined Task Force, Ctf-151. Una flotta militare con il compito di contrastare il fenomeno della pirateria marittima e proteggere le navi in transito nel Golfo di Aden, soprattutto quelle con gli aiuti del Programma Alimentare Mondiale, PAM.

Alla missione prendono parte Gran Bretagna, Germania, Grecia, Italia, Turchia e Stati Uniti. Una missione autorizzata per la prima volta il 9 ottobre 2008.

Oltre a queste risoluzioni esiste anche la risoluzione approvata dal Parlamento europeo nell’ottobre del 2008 che nel condannare la pirateria marittima, riconosce la pirateria marittima come un ‘atto criminale’ internazionale. Da essa nasceva una missione militare anti pirati denominata ‘Atalanta’ a guida Ue.

Oltre a queste è operativa anche la missione internazionale dell’Alleanza Atlantica, NATO, denominata ‘Ocean Shield’. Vi sono poi, altre navi
da guerra che operano in modalità individuale a difesa degli interessi del Paese di bandiera per contrastare il fenomeno.

I costi di queste missioni navali militari sono altissimi. Si stima in totale 2 mld di dollari l’anno. La sola missione Ue, Atalanta ha un costo di circa 2 mln di euro al giorno pari a 720 mln all’anno.
L’Italia spende, per circa tre mesi di missione di un’unità navale della Marina Militare, circa 9 mlni di euro.

Questo costo grava tutto sul bilancio dello stato impegnato nella missione ed in tempo di crisi economica il fatto pesa e molto.

Inoltre questo costo è anche molto più alto di quanto costi alla comunità internazionale, in pagamenti di riscatti, la pirateria marittima, la cui stima è 200 – 250 mln di dollari l’anno.

Inoltre, è da registrare anche la ‘doppiezza’ del contrasto.

Infatti, molti dei Paesi che hanno inviato navi da guerra per combattere i pirati somali poi, pagano anche i riscatti che
essi chiedono per il rilascio di una nave catturata.

Il pagamento di un riscatto oltre ad essere vietato vuol dire anche legittimare la pirateria marittima.

Ferdinando Pelliccia

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