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Pirateria marittima: i pirati somali restano una minaccia per la navigazione

Finchè i pirati somali sono ancora in grado di catturare e dirottare le navi restano una minaccia per la navigazione.

Con questa consapevolezza è in aumento il dibattito e la mobilitazione a livello mondiale contro i moderni predoni del mare.

I pirati somali sono infatti, considerati una vera e propria minaccia alla sicurezza del traffico marittimo al largo delle coste del Corno d’Africa. Le aree di azione dei pirati somali sono infatti le acque settentrionali, orientali e meridionali della Somalia. Aree che comprendono  il Golfo di Aden, ma anche il Mar Rosso, Arabico e l’Oceano Indiano.

Ad essere minacciata è principalmente la rotta che collega l’Asia all’Europa. Una rotta attraverso cui vi transitano petroliere e mercantili di tutto il mondo. La stima è che queste navi siano almeno 40mila all’anno e che almeno 20mila di esse transitano per il Golfo di Aden.

Per il fatto che, di queste navi sono almeno 2mila quelle battenti bandiera italiana e che ben 900 sono quelle che attraversano lo stretto di Aden, fa dell’Italia uno dei Paesi europei più minacciato dal fenomeno della pirateria marittima, ma anche il più impegnato economicamente e
militarmente nel contrastarlo.

L’Italia ha negli ultimi tre anni visto diverse sue navi e marittimi cadere nelle mani dei predoni del mare. Anche attualmente una nave italiana è ostaggio dei pirati somali. Si tratta della MV ‘Enrico Ievoli’ sequestrata da una gang del mare alla fine dello scorso mese di dicembre al largo dell’Oman. Con la nave trattenuti in ostaggio anche i 18 membri dell’equipaggio tra cui 6 marittimi italiani. Da settimane con la nave non ci sono più contatti.
Un preoccupante silenzio aggravato dal sospetto che la nave italiana possa essere utilizzata dai pirati somali come ‘Nave madre’ come è accaduto per un’altra nave battente bandiera Isole Marshall e catturata il 30 ottobre del 2011 con 22 22 marittimi a bordo, la MV ‘Velvet Liquido’.

La cattura della nave italiana è  avvenuta poco dopo la fine del sequestro di un’altra nave battente il tricolore, la petroliera ‘Savina Caylyn’.

Una impressionante tempestività, da parte dei predoni del mare, che ha portato a credere che la gang autrice del sequestro potesse essere la stessa o almeno legata a quella della Savina.

L’Italia è anche impegnata nel mare del Corno d’Africa nelle missioni navali di contrasto al fenomeno. Attualmente partecipa con la Fregata ‘Grecale’ della Marina militare a quella della Nato, ‘Ocean Shield’. Le missioni navali di contrasto al fenomeno della pirateria hanno ricevuto una forte spinta in avanti nel 2008 e sono nate per garantire la sicurezza del traffico marittimo al largo del Corno D’Africa e Oceano Indiano. Si tratta di dispositivi navali anti pirateria del costo di almeno 2 mld di dollari l’anno. I principali sono tre, quello del Pentagono gestito dalla V Flotta USA, il Combined Task Force, Ctf-151, quello della missione dell’Alleanza Atlantica ‘Ocean Shield’ sotto l’egida dell’ONU e poi, quello della missione ‘Atalanta’ a guida Ue.

I recenti dati rilevati sulla pirateria marittima stanno cominciando a far ben sperare che il fenomeno possa essere debellato.

Nel mese di gennaio 2012, appena trascorso, sono stati denunciati 9 attacchi pirati nessuno dei quali è andato però, a buon fine. Gran parte delle navi attaccate erano difese da team di sicurezza armati a bordo che hanno respinto gli assalitori.

Questo dato non fa altro che confermare quanto reso noto dal recente rapporto diffuso dall’International Maritime Bureau, IMB.

Secondo questo documento pur rimanendo alto il numero degli attacchi ai mercantili, oltre 250 nel 2011, si è registrato un forte calo del numero di arrembaggi riusciti ai pirati somali, 28, con un conseguente calo anche del numero di marittimi tenuti in ostaggio, 805.

Tutto questo però, non allontana la minaccia per la navigazione che viene dalla pirateria marittima.

I pirati somali infatti, finchè saranno ancora in grado di catturare e dirottare le  navi nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano costituiranno un pericolo per navi e uomini e per questo motivo il mondo si deve ‘difendere’.

Una delle ragioni per le quali sono sempre di più i fallimenti che le vittorie dei pirati somali, è ormai assodato che è il ricorso, da parte degli armatori, a team di sicurezza armati, privati o militari, a bordo delle loro navi per difenderle. Un risultato questo che però, a qualcuno ha dato fastidio. Infatti, chi per anni ha cercato inutilmente di combattere in mare la pirateria marittima e chi ci ha ricavato guadagni ricevendo enormi aiuti economici nel nome del contrasto ai pirati somali, ha cominciato a fare tutto il possibile per limitare o anche contrastare il ricorso alle guardie armate, almeno quelle private, a bordo delle navi. I primi perché il successo dei team di sicurezza li mette molto in imbarazzo e i secondi perché questo ‘successo’ equivale alla fine della cuccagna per loro.

Lo scorso 30 gennaio il premier somalo, Abdiweli Mohamed Ali ha dichiarato che: “Le cause della pirateria sono l’assenza di leggi e la miseria. E’ un problema da affrontare e risolvere a terra e non in mare”. La Somalia o meglio il governo di transizione somalo di Mogadiscio, TFG, è tra quelli che ha ricevuto dalla comunità internazionale un grosso aiuto in nome del contrasto ai pirati somali. Un aiuto anche economico che è quantificabile intorno ai 9 mld di dollari. I risultati però, sono stati molto scarsi anche per il fatto che il fenomeno si svolge a miglia lontane da Mogadiscio, nella parte meridionale del Paese che  non è nemmeno controllata dal TFG.

Ecco anche perché gli USA e la Gran Bretagna sono di recente, con alcune azioni mirate, intervenute con mezzi e truppe nelle regioni costiere meridionali somale dove vi sono le roccaforti delle gang del mare.

Il numero uno del governo di transizione somalo di Mogadiscio con le sue parole ha forse voluto contestare anche lui quanto invece affermato in un recente studio dai ricercatori britannici di ‘Chatham House’ secondo i quali la pirateria marittima è un bene per la Somalia in quanto fa girare la sua economia.

E’ infatti, questo quanto avviene almeno lungo le aree costiere dove gli uomini, che appartengono alle varie gang del mare, spendono e investono i proventi della loro attività piratesca. Se non ci fossero gli introiti della pirateria marittima nessuno avrebbe denaro da spendere visto che a causa di un’altra pirateria, quella della pesca illegale e dello scarico di rifiuti tossici in mare, i pescatori locali non hanno più lavoro e quindi non guadagnano.

Secondo un recente rapporto sempre dall’International Maritime Bureau, la pirateria marittima, soprattutto a largo delle coste somale, sottrae all’economia mondiale tra i 7 e i 12 miliardi di dollari l’anno.

Una situazione, quella attuale, che presto sarà oggetto di dibattito alla conferenza internazionale sulla Somalia che si terrà a Londra in Inghilterra il 23 febbraio prossimo.
Una riunione che vedrà la partecipazione di ben 40 Paesi e diverse organizzazioni internazionali come ONU, Ue, Ua, Lega araba e tante altre. Tutti insieme discuteranno su come agire per affrontare e risolvere gli annosi problemi del Paese del Corno d’Africa sprofondato in una crisi politico-economica senza fine. Verrà affrontato anche il fenomeno della pirateria marittima che è favorito dal fatto che la Somalia è priva di un governo centrale realmente funzionante.

Il fatto più importante è che la conferenza dovrà dettare le impostazione della direzione e ritmo che la road map di pace in Somalia deve prendere.

Ad agosto prossimo nel Paese del Corno d’Africa, dopo un ventennio, si dovrebbero tenere le elezioni parlamentari e presidenziali.

Un altro fatto importante è che per la prima volta sono stati invitati anche i presidenti del Puntland, Somaliland, Galmudug e una rappresentanza delle milizie filo-governativa degli  Ahlu Sunna Wal Jamaa alleate del TFG.

Si tratta di regioni somale che dopo la caduta del dittatore Siad Barre si sono dichiarate autonome o indipendenti da Mogadiscio. I primi due sono di fatto due stati a se che però, la comunità internazionale non ha mai riconosciuto. Di recente però, qualcosa è cambiato. Puntland e Somaliland stanno dando un grosso apporto nel contrasto alla pirateria marittima soprattutto grazie alla Gran Bretagna che ha promosso
e sostenuto aiuti economici ai governi di Garoe e Hargeisa.

In preparazione di quella di Londra a Nairobi in Kenya si terrà nei prossimi giorni una conferenza regionale sempre sulla pirateria marittima organizzata in collaborazione con le Nazioni Unite. L’evento che avrà luogo il 9 e il 10 febbraio prossimi vedrà la partecipazione di tutti i capi di stato regionali.

Entrambi gli eventi denotano quanto ormai sia elevata l’attenzione al fenomeno e quanto sia forte la volontà di reagire e chiudere la partita.

Appena qualche settimana fa anche le nazioni aderenti alla Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale, Sadc, hanno incrementato i propri sforzi per contrastare gli atti di pirateria in corso nel canale del Mozambico e nelle acque a nord del Madagascar.

La preoccupazione maggiore per i Paesi membri del Sadc è che negli ultimi due anni sono aumentati di molto il numero degli attacchi pirati nelle acque antistanti la costa della Tanzania, del Madagascar, di Mauritius e delle Seychelles. Un segnale che il fenomeno ormai si sta espandendo sempre di più e non è più localizzato al bacino somalo.

In discussione il progetto di costituire una forza navale composta da unità conferite dalle marine militari degli Stati membri, fino ad arrivare alla costituzione di una cabina di regia in grado di parlare con una voce sola nelle sedi internazionali competenti.

Ferdinando Pelliccia

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